04 Agosto 2021

2.01. DAL NAZIONALISMO ANTIMPERIALISTA AL MARXISMO-LENINISMO

«Le nazioni che si servono dell'imperialismo per conquistare gli altri popoli e cercano in tal modo di mantenere la loro posizione privilegiata di padroni e sovrani del mondo, sono per il cosmopolitismo e vorrebbero che il mondo fosse d'accordo con loro; pertanto esse fanno di tutto per screditare il patriottismo come qualcosa di gretto e di antiliberale». (Sun Yat-Sen, 1924)
«Le cannonate della Rivoluzione d'Ottobre ci portarono il marxismo-leninismo». (Mao Tse-tung)6
Mentre è impegnato nella guerra di resistenza nazionale contro l'imperialismo giapponese, che pretende di «soggiogare l'intera Cina e di fare dei cinesi i loro schiavi coloniali», Mao ricorda il suo primo avvicinarsi (negli ultimi anni della dinastia Manciù) alla causa della rivoluzione: «In quel periodo cominciai ad avere qualche barlume di coscienza politica specialmente dopo aver letto un opuscolo sullo smembramento della Cina […]. Questa lettura destò in me grandi preoccupazioni per il futuro del mio paese e cominciai a comprendere che noi tutti avevamo il dovere di salvarlo». È così che inizia il percorso di formazione politica con cui Mao approderà al marxismo, come spiegato da lui stesso:
«Per molto tempo, durante questo movimento di resistenza, ossia per 70 anni, dalla Guerra dell'oppio nel 1840 fino alla vigilia del Movimento del 4 maggio nel 1919, i cinesi non ebbero armi ideologiche per difendersi contro l'imperialismo. Le vecchie e immutabili armi ideologiche del feudalesimo furono sconfitte, dovettero cedere e vennero dichiarate fuori uso. In mancanza di meglio, i cinesi furono costretti ad armarsi con armi ideologiche e formule politiche quali la teoria dell'evoluzione, la teoria del diritto naturale e della repubblica borghese, tutte prese in prestito dall'arsenale del periodo rivoluzionario della borghesia in Occidente, patria dell'imperialismo […] ma tutte queste armi ideologiche, come quelle del feudalesimo, si dimostrarono molto deboli, e a loro volta dovettero cedere, furono ritirate e dichiarate fuori uso. La Rivoluzione russa del 1917 segna il risveglio dei cinesi, che apprendono qualcosa di nuovo: il marxismo-leninismo. In Cina nasce il Partito comunista, ed è un avvenimento che fa epoca […]. Da quando hanno appreso il marxismo-leninismo, i cinesi hanno cessato di essere passivi intellettualmente e hanno preso l'iniziativa. Da quel momento doveva concludersi il periodo della storia mondiale moderna in cui i cinesi e la cultura cinese erano guardati con disprezzo».7
Come molti altri rivoluzionari prima e dopo di lui, Mao identifica, in particolar modo per i popoli coloniali o a rischio di colonizzazione, l'equazione per cui la lotta di classe coincida con la lotta patriottica nazionale, al fine di assestare un colpo mortale all'imperialismo coloniale. Nella Storia Universale dell'Accademia delle Scienze dell'URSS8 la ricostruzione della nascita del PCC è consequenziale, anzi strettamente legata, alla volontà rivendicativa della sovranità nazionale da parte dei settori più attivi della società cinese:
«Spinta immediata all'azione delle masse popolari cinesi, la prima dopo la guerra mondiale, furono gli avvenimenti di politica estera. Nel 1918 nell'opinione pubblica cinese si era largamente diffusa l'ingenua speranza che la vittoria della coalizione antitedesca, a cui aveva partecipato anche la Cina, avrebbe portato al paese l'immediata “pacifica” liberazione dal dominio straniero. I “14 punti” di Wilson e in particolare le sue dichiarazioni demagogiche su un “mondo giusto” e sull’“autodecisione dei popoli” davano esca a queste illusioni. A quell'epoca invece era stato già sottoscritto alle spalle del popolo cinese l'accordo nippo-americano del 1917 sul riconoscimento di “speciali interessi” del Giappone in Cina. I trattati segreti, conclusi dal governo di Pechino con il Giappone nel 1918, concedevano agli imperialisti giapponesi il controllo dell’esercito cinese e il diritto a mantenere proprie truppe in diversi punti della Cina e, cosa fondamentale, lasciavano al Giappone la penisola dello Shantung, che esso aveva preso alla Germania nel 1915. Inoltre i trattati obbligavano la Cina a partecipare, assieme al Giappone, all'intervento antisovietico nell'Estremo Oriente. Non conoscendo gli autentici piani degli imperialisti, l'opinione pubblica cinese collegava le più radiose prospettive alla fine della guerra mondiale. La firma dell'armistizio di Compiègne venne festeggiato in Cina con affollate manifestazioni. Quando si aprì la conferenza della pace a Parigi, l'opinione pubblica cinese era convinta che essa avrebbe soddisfatto immediatamente le aspirazioni nazionali del popolo cinese. Nel gennaio 1919 la delegazione cinese pose alla conferenza la questione della restituzione della penisola dello Shantung e tre mesi dopo chiese la restituzione di tutti i “territori affittati”, dei settlement, l'abolizione delle “21 richieste giapponesi” e il ritiro delle truppe straniere. In breve però si scoprì la completa illusorietà di queste speranze. Il 30 aprile i capi della conferenza di Parigi informarono la delegazione cinese che tutte le sue proposte erano state respinte. Lo Shantung rimase al Giappone “per diritto di conquista” e per gli accordi del governo di Pechino con il Giappone; l'esame del problema delle “21 richieste” venne escluso come estraneo alla competenza della conferenza; sotto svariati pretesti si respinse anche l'esame delle altre questioni poste dalla delegazione cinese. L'unica cosa che le potenze imperialistiche restituirono alla Cina furono alcune attrezzature astronomiche, asportate dalle truppe tedesche a Pechino nel 1901 nel corso della repressione dell'insurrezione dei Boxer. Tutta la Cina fu allora percorsa da una possente ondata d'indignazione. Si mosse dapprima la gioventù studentesca. Il 4 maggio 1919 ebbe luogo a Pechino una dimostrazione di molte migliaia di studenti sotto le parole di ordine: “Rifiutarsi di firmare il trattato di pace”, “Abolire le 21 richieste”, “In politica estera lotta per la sovranità statale, in quella interna punizione dei criminali statali”, “Boicottare le merci giapponesi”.
Il governo inviò contro i dimostranti le forze di polizia. Molti studenti vennero arrestati. Ma la repressione servì solo a versare nuova benzina sul fuoco. Gli studenti di Pechino proclamarono lo sciopero di protesta. A esso aderirono immediatamente gli studenti di varie altre città. In poco tempo le agitazioni studentesche si estesero a tutto il paese e all'inizio del giugno 1919 si trasformarono in un ampio movimento antimperialista, al quale si unirono gli operai, i poveri della città e numerosi rappresentanti della borghesia nazionale. In molte grandi città vennero create associazioni di rappresentanti degli intellettuali, dei commercianti e degli industriali. Si svilupparono la campagna di boicottaggio delle merci giapponesi e gli scioperi dei commercianti e degli impiegati. Il più importante fenomeno di questo periodo fu l'enorme dimensione assunta dagli scioperi operai, che venivano attuati all'insegna di parole d'ordine antimperialiste. Il 5 luglio entrò in lotta il proletariato di Shanghai: scioperarono gli operai degli stabilimenti tessili giapponesi, delle officine meccaniche, delle tipografie, dei trasporti urbani e i ferrovieri, raggiungendo il numero di 70 mila persone. L'esempio del proletariato di Shanghai fu seguito dagli operai di Nanchino, di Chenkiang, di Hangchow, di Changsha, di Hankow, di Tsinan e di altre città.
Il movimento patriottico interessò oltre 10 milioni di persone in 150 città e 20 province della Cina. Parteciparono a esso anche gli studenti cinesi e gli emigrati che vivevano negli Stati Uniti, in Francia e in altri paesi. Al governo di Pechino convenne liberare gli studenti arrestati, licenziare tre alti funzionari particolarmente invisi al popolo per aver sottoscritto nel 1915 e nel 1918 i trattati-capestro con il Giappone e proclamare il suo dissenso con le condizioni del trattato di pace con la Germania elaborate dalla conferenza di Parigi. Il 28 giugno 1919, nel giorno della conclusione del trattato di Versailles, gli operai e gli studenti cinesi che vivevano a Parigi circondarono la residenza della delegazione cinese e non permisero l'uscita dei delegati dall'edificio fino a che essi non rinunciarono alla firma del trattato: “Un simile comportamento della debole, impotente Cina - notano gli storici cinesi – sembrava inverosimile agli imperialisti, ma questo inverosimile comportamento era il risultato della lotta del popolo cinese”. Il motivo immediato dal sorgere del “movimento del 4 maggio” erano stati gli avvenimenti di politica estera, ma questo movimento democratico della classe operaia, della borghesia nazionale, della piccola borghesia cittadina e degli intellettuali, nel maggio-giugno del 1919, ebbe un significato assai più profondo. Esso fu la risposta all'appello della Rivoluzione d'Ottobre. Per la prima volta nella storia cinese il proletariato entrava nella lotta politica. Assieme a esso crebbe e si rafforzò il numero degli intellettuali marxisti, che si battevano per la liberazione nazionale della Cina, per la distruzione dell'oppressione feudale e imperialistica, per la diffusione del marxismo-leninismo. In seguito, molti degli attivi partecipanti al “movimento del 4 maggio” tra cui Mao Tse-tung, Li Ta-chao, Ch'u Ch'u-pai, Chu En-lai e altri diressero il Partito Comunista Cinese. Il “movimento del 4 maggio” significò il passaggio a una rivoluzione democratico-borghese di nuovo tipo, che si sviluppava sotto la guida del proletariato come parte integrante della rivoluzione socialista mondiale».
6. Le due citazioni sono tratte da D. Losurdo, Il marxismo occidentale, cit., pp. 10-11.
7. Ivi, pp. 11-12.
8. Accademia delle Scienze dell'URSS, Storia universale, vol. VII, cit., cap. Il movimento del 4 maggio-CCDP.