30 Novembre 2021

3. LA REPUBBLICA SOCIALISTA FEDERALE DI JUGOSLAVIA

«Non attenuate la vostra vigilanza verso il nemico di classe più pericoloso, lo sciovinismo e il nazionalismo che sono la base fondamentale del nemico di classe» (Tito, dal Discorso introduttivo alla XXI Seduta della presidenza della Lega dei comunisti di Jugoslavia, 2 dicembre 1971)
A seguito delle elezioni dell'11 novembre 1945 viene dichiarato decaduto il re Pietro II e costituita la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Alla sua guida è Tito, che governa come Primo Ministro tra il 29 novembre 1945 ed il 29 giugno 1963 e come Presidente della Repubblica dal 14 gennaio 1953 alla morte. Con il suo prestigio e mettendo in primo piano la coesione sociale di popoli che per secoli erano stati stuprati da dominazioni di ogni sorta, Tito propone un modello di socialismo alternativo a quello sovietico, maggiormente fondato sulle aziende cooperative, che permettono al paese di crescere rapidamente economicamente e socialmente. Il principale limite del socialismo jugoslavo è l'incapacità di razionalizzare la produzione su tutto il territorio nazionale risolvendo gli squilibri strutturali che tendono ad acuirsi nel tempo. Ciò avviene sia per l'ampia autonomia concessa agli Stati che compongono la repubblica federale, sia per il principio dell'autogestione operaia, che consente sì una maggiore democrazia diretta, ma appesantisce il coordinamento con le altre realtà produttive del paese e la redistribuzione solidale con le aree più arretrate. Con tutti i suoi limiti la Jugoslavia socialista di Tito riesce per decenni nel miracolo di unire popoli diversissimi tra loro per lingua, cultura, religione e sviluppo socio-economico, garantendone la dignità e un costante progresso materiale. Oggi che non c'è più e che i Balcani sono tornati ad essere invasi dal capitalismo e dall'imperialismo si può rimarcare la stagione felice di una Jugoslavia in cui i conflitti etnici erano sedati in nome della coesione socialista. Come già citato, il sistema economico jugoslavo si distingue dal modello sovietico per l'accento posto sull'autogestione operaia delle industrie, sistema che garantisce un alto tasso di crescita e un buon standard di vita. Nonostante ciò il nazionalismo non è mai totalmente eliminato, anzi in diversi momenti riemerge palesemente, come durante la primavera croata del 1968-1971 nella quale vengono arrestati diversi dirigenti nazionalisti, tra cui il futuro presidente della Croazia Franjo Tudman. Questi fermenti nazionalisti e sciovinisti, uniti alla debolezza delle organizzazioni comuniste in alcune regioni, spingono Tito a denunciare aspramente i rischi per il paese. Da notare che alcune manifestazioni di dissenso emergono nell'Università di Zagabria all'interno di alcuni gruppi studenteschi, con modalità che ricordano alcune pratiche usate dalla CIA in altre zone del “Terzo Mondo”.
Tito conclude così: «noi individueremo chi stava dietro questo sciopero. Lo sciopero all'università non è una questione dei soli studenti. C'è un gruppo di elementi negativi notori, che si muovono dietro le quinte».
Nel 1974 la nuova costituzione però aumenta ancora l'autonomia dei soggetti federali.
Dopo la morte di Tito l'economia entra in una crisi dovuta all'inflazione e al debito estero; il crollo del modello socialista in Est Europa e URSS convince i dirigenti opportunisti delle varie repubbliche della Jugoslavia ad abbandonare il socialismo ed a ripresentarsi come leader nazionalisti: è questo il caso di Slobodan Milošević. Dal fallimento economico l'intero sistema politico finisce in frantumi. Una lezione da tenere a mente e che va razionalizzata e criticata, nonostante un dato significativo: i popoli di un paese che non esiste più rimpiangono i tempi di Tito (si parla di «jugo-nostalgia») con percentuali che variano nei sondaggi dal 60% al 70% di nostalgici del socialismo. Non è difficile capire il perché, dato che oltre alla crisi economica conseguente al ritorno al capitalismo, paesi come Serbia, Croazia e Bosnia sono stati distrutti dalle guerre civili di inizio anni '90 e dall'intervento della NATO di fine secolo.24
24. Il paragrafo è stato scritto in collaborazione con Mattia Tuccelli; sono state usate come fonti: B. Gökay, L'Europa Centrale dal 1970 a oggi, cit.; J. Broz Tito, Autogestione e Socialismo, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 53-63, disponibile su Associazionestalin.it; Redazione Globalist, I giovani rimpiangono la Jugoslavia di Tito, Globalist.it, 19 maggio 2015; D. H. Osijek, La jugo-nostalgia dei croati, Balcanicaucaso.org, 16 giugno, 2004; V. Filippi, Jugoslavia anni '70: si è mai stati meglio?, Balcanicaucaso.org, 12 febbraio 2015; M. Jovanovic, Jugoslavia. Bilancio della distruzione di un sogno, Marx21 (web), 9 aprile 2013; D. Ugrešic, Una trappola chiamata jugonostalgia, La Repubblica (web), 23 marzo 2016; E. Zilio, Jugonostalgija, la storia del ricordare, Balcanicaucaso.org, 28 ottobre 2014. Per approfondimenti si consiglia: G. Piccinin, Storia della Jugoslavia socialista, Storiastoriepn.it, febbraio 2004.

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