03 Luglio 2022

9. LA REPUBBLICA POPOLARE UNGHERESE

La Repubblica Popolare Ungherese nasce ufficialmente il 20 agosto 1949. Nello stesso anno le elezioni danno il mandato al Fronte Popolare, composto dal Partito dei Lavoratori Ungheresi, nato recentemente dalla fusione del Partito Comunista e del Partito Socialdemocratico, il Partito dei Piccoli Proprietari e il Partito Nazional-Contadino, che guardavano agli agricoltori, il Partito Democratico Indipendente Ungherese, di stampo liberale e centrista, e infine il Partito Radicale Ungherese, social-liberale.
Dopo la leadership iniziale di Mátyás Rákosi, rigidamente legato all'esperienza dell'URSS staliniana, e dopo gli eventi del 1956, diventa Segretario Generale del Partito Socialista Operaio Ungherese il 44enne János Kádár. Sopravvissuto a sei anni di carcere durante il regime parafascista dell'ammiraglio Horthy, dopo aver passato tre anni in carcere con l'accusa di titoismo, si ritrova a capo di un paese sconquassato dalla ribellione.
Nei successivi trent'anni in cui rimane al potere l'Ungheria diventa uno dei paesi del Patto di Varsavia più ricchi e stabili. Nei primi anni '60 lancia la politica detta del “Comunismo al gulash”, che consente una maggiore libertà di parola («Chi non è contro di noi è con noi») e un ammorbidimento della censura. Fin dal 1967 viene introdotto il pluralismo politico alle elezioni, ma alle elezioni generali solo pochi seggi hanno più di un candidato. Il pluralismo dei candidati diventa obbligatorio nel 1983, così alle elezioni del 1985 tutti i seggi ehannobbero almeno due candidati, col risultato che in alcuni casi i candidati del MSzMP (il partito comunista) vengono sconfitti da candidati indipendenti, mentre nello stesso anno viene creato il Consiglio costituzionale, con il compito di vigilare sulle possibili violazioni della Costituzione, unico organo del genere tra i paesi del Patto di Varsavia. Come anche nel PCUS e negli altri partiti marxisti dell'Est Europa, anche nel partito ungherese si sviluppa una corrente riformista con a capo il Ministro dell'Educazione Imre Pozsgay, che avrà poi un ruolo di spicco nel crollo del 1989. Insieme a una politica interna molto aperta, la politica estera ungherese rimane fedele alla politica dell'URSS, anche se l'Ungheria non rifiuta a prescindere rapporti amichevoli con l'Occidente. Per quanto riguarda l'economia nel 1966 il Comitato Centrale del partito approva il piano per il «Nuovo Meccanismo Economico», entrato in vigore nel 1968. Questa riforma implica una grande autonomia per le imprese statali: i direttori scelgono cosa e quanto produrre, piazzano i propri prodotti in vendita e intrattengono rapporti con altre aziende e cooperative. Come indicato dal Comitato Centrale, il successo delle imprese è misurato in base al loro profitto. Assieme all'autonomia delle imprese nel 1968 viene realizzata una parziale liberalizzazione dei prezzi: sono fissate tre categorie: prezzi fissi (per i beni di prima necessità, stabiliti dai ministeri), prezzi limitati (che in alcuni periodi sono lasciati fluttuare liberamente) e prezzi liberi. La riforma è un successo, ammirata dal premier sovietico Kosygin (la cui riforma economica del 1965 è di impostazione simile, ma non altrettanto di successo) e da Jurij Andropov, direttore del KGB nel 1967-1982 e Segretario Generale del PCUS nel 1982-1984. Il successo della riforma comporta l'urbanizzazione in massa (l'Ungheria era ancora uno Stato prevalentemente agricolo), il che porta negli anni Settanta al raggiungimento di quota 45% per quanto riguarda i lavoratori nel settore industriale. Emergono nuovi problemi ecologici che il partito tenta con forza, ma in molti casi invano, di risolvere. Il Nuovo Meccanismo Economico prevede una seconda fase, basata sulla creazione di un mercato finanziario e sulla sensibilizzazione delle imprese ai prezzi di mercato. La riforma viene rallentata nel 1975, all'XI Congresso del MSzMP, quando la corrente conservatrice riesce a rimuovere parte dei dirigenti favorevoli alla riforma. Dopo appena tre anni però i riformatori e i moderati riottengono la dirigenza del partito. Una conseguenza negativa della liberalizzazione dei prezzi è però l'inflazione, che nel 1979-80 raggiunge il 9% annuo.
Nel 1982-83 le aziende sono autorizzate ad emissioni obbligazionarie e si crea una situazione di concorrenza economica, con l'aumento dell'autonomia e della decentralizzazione. Negli anni Ottanta però l'Ungheria si trova stritolata in una crisi del debito. Nel 1975 il debito ungherese netto ammonta a 2 miliardi di dollari; 5 anni dopo è salito a 7,7 miliardi; al momento del crollo nel 1989 ha raggiunto i 19,4 miliardi. Negli anni precedenti, come anche altri Stati dell'Est Europa, l'Ungheria ha avuto facile accesso ai prestiti occidentali, che i dirigenti statali utilizzano negli investimenti industriali e negli ammodernamenti tecnologici, pensando di ripagare in un secondo tempo il debito con l'esportazione delle merci prodotte. Quando però i paesi occidentali entrano in una fase economica recessiva l'esportazione dei prodotti ungheresi (e non) si blocca, causando una crisi economica aggravata dalla fluttuazione dei tassi d'interesse. Nel tentativo di pagare il debito nel 1988 l'Ungheria impone un duro piano di austerity che comporta l'aumento della produttività, l'aumento del prezzo dei prodotti, l'abbassamento dei salari e degli stipendi. Il fallimento economico porta al crollo della popolarità del regime socialista, che non regge al biennio 1989-1991.83
[1] Il capitolo è opera di Mattia Tuccelli, che ha usato come fonti: B. Gökay, L'Europa Centrale dal 1970 a oggi, cit., pp. 54, 92, 111; B. Balassa, The Economic Reform in Hungary, Economica, New Series, vol. 37, n° 145, febbraio 1970, pp. 1-22; Accademia delle Scienze dell'URSS, Storia Universale, vol. XI, cit., pp. 106-117, cap. L'Ungheria, disponibile su Associazionestalin.it.

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