04 Agosto 2021

04. I CAMPI DI CONCENTRAMENTO PER I GIAPPONESI

«Ormai è largamente accolta negli Stati Uniti la tesi secondo cui l'attacco di Pearl Harbor è stato ben previsto (e in realtà provocato con un embargo petrolifero che lasciava al Giappone ben poche alternative). Ma, una volta che l'attacco si verifica, la guerra è condotta da Washington all'insegna di un'indignazione morale certamente ipocrita, alla luce di quello che ora sappiamo, ma tanto più micidiale. Non si tratta solo della distruzione delle città. Si pensi alla mutilazione dei cadaveri e persino alla mutilazione del nemico che ha ancora gli ultimi sussulti di vita, in modo da ricavarne souvenir, spesso ostentati in modo tranquillo od orgoglioso. È soprattutto significativa l'ideologia che presiede a queste pratiche: i giapponesi sono bollati in quanto “subumani”, col ricorso ad una categoria centrale del discorso nazista». (Domenico Losurdo)37
Lasciamo perdere i crimini di guerra effettuati dagli statunitensi sui campi di battaglia, anche se pure su questo tema ci sarebbe non poco materiale da proporre38. Parliamo di un aspetto poco noto: i campi di concentramento costruiti negli USA per i giapponesi. Un tema, quello sui campi di internamento e concentramento, su cui è stata costruita una feroce polemica storiografica e politica contro l’URSS dei gulag, equiparati erroneamente ai lager. È interessante, quindi, analizzare come e perché gli USA abbiano avviato questi campi. Lasciamo parlare un approfondito articolo di Giorgia Lapertosa39 che ne spiega l’origine e le caratteristiche, collegandoli al tema del razzismo verso gli asiatici profondamente radicato nella società statunitense del periodo:
«La storia dei “relocation camps”, campi di prigionia dove i giapponesi americani vennero reclusi dal 1942 al 1945, è spesso messa in secondo piano quando si parla della seconda guerra mondiale, o è in generale un argomento poco conosciuto. Per comprendere come un paese come gli Stati Uniti che si è sempre posto come difensore dei principi della democrazia e della libertà sia arrivato a optare per l’allontanamento e l’incarcerazione di un intero gruppo etnico, è necessario risalire al clima storico dei primi decenni del Novecento e, in particolare, alla situazione della California. Per molti aspetti il movimento anti-giapponese fu una naturale continuazione del razzismo nei confronti degli immigrati cinesi, iniziato già nella seconda metà dell’Ottocento, che ebbe come centro la California e che portò, nel 1892, alla fine della migrazione cinese negli Stati Uniti attraverso il Chinese Exclusion Act. Le agitazioni anti-giapponesi iniziarono in questo clima di intolleranza nei confronti degli immigrati asiatici (nonostante gli sforzi della comunità giapponese per differenziarsi dai cinesi, meno integrati e più avvezzi al gioco d’azzardo e alla prostituzione, gli americani non distinguevano i due gruppi etnici). Il sentimento razzista nacque presso le associazioni dei lavorati e i sindacati che accusavano i giapponesi di rubare il lavoro agli americani, oltre che di essere inassimilabili nella comunità. Se inizialmente questa ideologia era circoscritta allo stato della California, a partire dalla metà degli anni Dieci del Novecento si diffuse su scala nazionale, processo velocizzato anche dalla diffusione di teorie sull’esistenza di una razza superiore, dal concetto di americanismo come negazione del diverso diffusosi dopo la Prima Guerra Mondiale, ma soprattutto dalla paura dell’ascesa del Giappone come potenza mondiale e dalle mire espansionistiche nel Pacifico dell’impero giapponese. In particolare, si diffuse il termine yellow peril, pericolo giallo, che indicava il pericolo di una possibile invasione della Costa Occidentale da parte dei “gialli”, i giapponesi. Né il Gentlemen’s Agreement (1907-1908) che limitò l’ingresso dei giapponesi nel paese, né l’Immigration Act del 1924 che pose fine alla migrazione giapponese negli Stati Uniti, placarono gli esclusionisti, che continuarono le loro campagne anti-giapponesi. Fu l’attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941 che portò il Presidente Roosevelt a firmare nel febbraio del 1942 l’Executive Order 9066, l’ordine che autorizzò l’allontanamento dei giapponesi americani dalla Costa Occidentale per motivi di sicurezza, e la loro reclusione in campi di prigionia. In particolare, l’ordine autorizzava il segretario alla Guerra a prendere le misure che riteneva più appropriate per occuparsi della questione giapponese. La responsabilità venne affidata al Generale John L. DeWitt e al suo assistente Karl Bendetsen; i due designarono California, Oregon e Washington come Area Militare No. 1, dalla quale i giapponesi americani (sia aliens sia cittadini americani) dovevano essere evacuati. Verso la fine del marzo 1942 i primi avvisi di evacuazione fecero la loro apparizione nelle grandi città californiane; questi avvisi informavano i giapponesi che sarebbero stati portati con autobus o treni negli assembly centers, centri che avrebbero ospitato momentaneamente le famiglie in attesa di essere spostate nei veri e propri relocation centers, oltre a spiegare cosa portare con sé (di solito due valigie).
Vennero costruiti dieci campi di prigionia, alcuni dei quali sulla costa occidentale, altri in zone più interne e due sulla costa orientale; i siti selezionati erano terreni statali per lo più desertici e disabitati come ex riserve degli indiani d’America o valli di laghi prosciugati. In totale questi dieci campi ospitarono circa 110.000 individui di discendenza giapponese; al loro arrivo, i prigionieri furono colpiti dal filo spinato e dalle guardie armate. I campi furono costruiti in maniera frettolosa: le uniche strutture presenti erano file di baracche organizzate in blocchi e adibite ad abitazioni, oltre ai bagni (più simili a latrine), e altre baracche dedicate ad attività comuni come la mensa e la lavanderia. Le baracche che avrebbero ospitato le famiglie per tre anni erano di dimensioni molto ridotte, ed erano quasi completamente prive di mobilio, all’infuori di brandine militari. Questo portò gli internati, dopo un momento di sconforto iniziale, ad attivarsi per modificare l’ambiente dove erano stati costretti a vivere a tempo indeterminato; utilizzarono così legname e attrezzi lasciati lì dagli operai e ultimarono la costruzione di varie infrastrutture, oltre che del mobilio necessario (tavoli, sedie, mensole e separé per dividere gli ambienti all’interno delle baracche e dei bagni). Appena fu concesso loro il permesso dalla WRA (War Relocation Authority creata per gestire i campi di prigionia), molti iniziarono ad impegnarsi in attività lavorative, talvolta ricompensati da piccole paghe. La maggior parte degli internati veniva dal settore agricolo e quindi, anche all’interno dei campi, si dedicò all’agricoltura per integrare la povera alimentazione offerta dalla mensa; altri, invece, piantarono alberi che dessero sollievo durante le afose giornate estive, altri ancora si dedicarono all’allevamento di maiali e polli. Queste e altre attività (come il giardinaggio) oltre ad abbellire il paesaggio, davano anche la possibilità agli internati di spezzare la monotonia e impegnare le loro giornate. Successivamente vennero organizzate infermerie, scuole, attività ricreative e istituzioni religiose. […]
A partire dal 1943 la WRA iniziò a rendersi conto che l’evacuazione e l’internamento dei giapponesi americani non solo erano stati dispendiosi in termini economici, ma anche non particolarmente necessari visto che non esistevano prove concrete che i giapponesi rappresentassero realmente un pericolo per gli Stati Uniti; la preoccupazione era inoltre quella di creare una generazione di giapponesi americani fortemente frustrati che avrebbero potuto disprezzare il paese o anche ribellarsi. […] Alla fine del conflitto, nell’agosto del 1945 la popolazione dei campi era scesa a circa 90.000 individui, mentre all’incirca 25.000 persone avevano già lasciato i campi per lavorare, continuare gli studi o combattere nell’esercito americano. Quando la notizia della chiusura si diffuse all’interno dei campi, ancora una volta la confusione e la preoccupazione dilagarono: molti erano preoccupati del razzismo che effettivamente era ancora persistente sulla Costa Occidentale, ma soprattutto la maggior parte degli internati aveva perso tutto (la casa, il lavoro e tutte le proprietà) al momento della deportazione. Così molti, soprattutto i più anziani, fecero di tutto per restare nei campi il più a lungo possibile, molti segnati profondamente dall’esperienza e incapaci di ricominciare. Alla fine tutti i campi vennero chiusi entro la fine del 1945, ad eccezione di Tule Lake, che venne chiuso nel marzo del 1946. Fu così che si concluse la vicenda dell’internamento dei giapponesi americani: nessun aiuto venne offerto alle famiglie al loro rientro, che dovettero autonomamente affrontare le difficoltà economiche, la carenza di abitazioni e il razzismo, in alcuni casi affidandosi ad associazioni religiose o chiese.
Inizialmente non si parlò di ciò che era accaduto ai giapponesi americani dal 1942 al 1945, e addirittura alcune prove che indicavano che la deportazione fosse basata principalmente sulla razza e non su un pericolo concreto, vennero occultate dal Dipartimento di Giustizia. Il Presidente Roosevelt, che non si espose mai sulla vicenda, incoraggiò le famiglie a sparpagliarsi per il paese piuttosto che concentrarsi nuovamente in un unico stato, in modo tale da favorire il processo di reintegrazione. La consapevolezza e la rielaborazione di ciò che era successo arrivarono col tempo, anche presso la comunità giapponese; il rientro dei veterani di guerra aiutò il processo, così come le terze generazioni che iniziarono a chiedere ai genitori e ai nonni cosa fosse successo loro. Solo negli anni Ottanta fu stabilito, attraverso un report intitolato Personal Justice Denied, che l’Ordine Esecutivo 9066 non fu giustificato da alcuna necessità militare, e, sempre in quegli anni, il Presidente Reagan firmò il Civil Liberties Act che comprendeva scuse formali per l’evacuazione e l’incarcerazione e un risarcimento simbolico di 20.000 dollari per i superstiti dei relocation camps. È interessante notare come né gli italiani né il tedeschi vennero internati (tranne alcuni casi isolati di individui arrestati perché dichiaratamente pro Hitler), né furono oggetto di movimenti anti italiani o anti tedeschi; questo rafforza la tesi secondo cui l’incarcerazione dei giapponesi americani si basò esclusivamente sul razzismo, e sulla convinzione che i giapponesi o, più in generale gli asiatici, fossero troppo diversi e quindi inassimilabili in America, a differenza degli immigrati di origine europea».
37. D. Losurdo, Stalin, cit., p. 252.
38. A riguardo offre spunti Wikipedia, Crimini di guerra statunitese (seconda guerra mondiale).
39. G. Lapertosa, Relocation Camps: l’internamento dei giapponesi americani, Orizzontinternazionali.org, 11 maggio 2017.
40. Per questo e altri materiali visivi si rimanda a B. Little, Quando gli USA deportavano i giapponesi, National Geographic Italia, 21 febbraio 2017.