26 Novembre 2020

4.1. L’ARTE IMPEGNATA E IL REALISMO SOCIALISTA

La questione dell’arte impegnata nel Novecento è stata notevolmente influenzata da alcune avanguardie artistiche dell’immediato primo dopoguerra. Tra il 1917 e il 1919 compaiono tre esperienze diverse che sembrano convergere sulla necessità di aprire una via di comunicazione tra l’Avanguardia più avanzata e la vita reale, mettendo la prima al servizio della seconda. Tali saranno i principi che guideranno l’azione dei neoplasticisti olandesi, dei costruttivisti russi e dei sostenitori del Bauhaus. Particolarmente interessante il caso del Costruttivismo, che nel 1917 metterà l’arte al servizio della Rivoluzione bolscevica. La figura dell’artista subì una trasformazione e divenne una specie di ingegnere estetico della futura società, dedito a progettare ogni aspetto della vita quotidiana della società umana (dai monumenti, agli utensili, fino ai palazzi). Il binomio arte-politica diventava evidente nelle arti visive, con la realizzazione di manifesti esteticamente all’avanguardia, di poster costruiti su fotomontaggi tesi a propagandare il regime sovietico o a mettere in ridicolo le dittature europee e i paesi Occidentali capitalisti.127 Eccezionale l’applicazione di tali principi in campo cinematografico, che portò negli anni ’20 all’affermazione di una delle scuole cinematografiche più importanti e influenti della storia del cinema.128
Questi ideali di arte impegnata sono stati poi elevati a dogmi con la presa di posizione del regime sovietico, che dall’inizio degli anni ’30 ha portato avanti l’ideale del realismo socialista129. Questa dottrina ha influenzato per lungo tempo le posizioni ideologiche di molti artisti, intellettuali e partiti di ispirazione comunista (e socialista, a seconda dei paesi e delle epoche). La dottrina non nasce casualmente bensì viene ufficialmente introdotta come principio estetico dal Congresso degli scrittori sovietici del 1934 da Maksim Gor'kij. Questi dichiarò che l'opera d'arte dovesse avere forma realista e contenuto socialista, in accordo con la dottrina marxista-leninista. Fra i primi teorici del realismo socialista (anche detto social-realismo) si possono annoverare Anatolij Lunačarskij e Aleksandr Voronskij. In seguito alle considerazioni di Andrej Ždanov (funzionario culturale e membro del Politbjuro) il social-realismo è stato esteso a tutte le discipline artistiche.
La conseguenza più importante consisteva sostanzialmente nella richiesta agli scrittori e agli artisti di servire nelle loro opere gli obiettivi del Partito Comunista, propagandandone le politiche e l’ideologia. I modelli in questo senso erano i romanzieri dell’Europa dell’Ottocento, i vari Balzac e Stendhal. Un dogma centrale della dottrina era il narodnost’, cioè la «centralità del popolo», che in sostanza si risolveva nell’indurre gli artisti a descrivere in modo positivo la vita della gente comune. Le opere del realismo socialista dovevano astenersi dal «formalismo», ossia da sperimentazioni stilistiche o complessità che le rendessero di difficile comprensione, focalizzando invece l’attenzione sui contenuti, tra cui ricorrevano più spesso tra le tematiche la lotta di classe, l'alleanza fra contadini e operai, la storia del movimento operaio, la vita quotidiana dei lavoratori, ecc. Per servire il partito e il popolo l’arte doveva educare e offrire un modello da seguire: in due parole, un «eroe positivo». Il realismo diventava in realtà puramente formale e la maggior parte delle opere di fatto non indicava la realtà delle cose, ma offriva un’immagine ottimistica e idealizzata del regime sovietico, con un evidente intento didattico e pedagogico. Dal punto di vista musicale fu “l’unione dei compositori” a stabilire quali fossero i generi di musica consoni con i canoni del realismo socialista. Immediata fu però l'esclusione delle influenze straniere, che porterà nei decenni all'isolamento della comunità artistica sovietica dal resto del mondo. Un’ostilità che porterà naturalmente a giudicare negativamente ogni tipo di produzione musicale nata in Occidente (anche dopo la scomparsa di Stalin), compresa la musica rock e in generale tutto il filone della popular music. Il peso del social-realismo è stato enorme per l’ampia diffusione avuta in tutti i paesi socialisti del centro e dell’est Europa, oltre che, come già detto, negli apparati dei partiti comunisti (seppur con diverse entità e per tempi variabili; tra questi senz’altro il PCI togliattiano) fedeli agli ideali terzinternazionalisti. La sua durata si è estesa almeno fino all’avvento della destalinizzazione, con cui si ebbe una revisione anche in campo artistico e, accanto al realismo socialista, si accolse il “realismo critico” (teorizzato da Gyorgy Lukács) e soprattutto si avviò una politica più liberale che permise (e per certi versi favorì) il ritorno di sperimentazioni formali e avanguardistiche assai vicine agli sviluppi avvenuti nel frattempo in Occidente130.
127. Sul Costruttivismo Russo si è utilizzato P. De Vecchi & E. Cerchiari, Arte nel tempo. Dal Postimpressionismo al Postmoderno, Vol. 3, tomo II, RCS Libri, Milano 2000, pp. 508-511 ma pur non essendo questa la sede adatta per elencarla non si può non ricordare che la bibliografia di riferimento è vastissima. Per quanto riguarda l’uso politico dei fotomontaggi fondamentale è l’operato dell’artista tedesco John Heartfield, cui si rimanda a Ivi, p. 504.
128. Sul cinema sovietico degli anni ’20 è utile rifarsi al manuale D. Bordwell & K. Thompson, Storia del Cinema e dei Film, McGraw-Hill Education, Milano 2010, pp.187-216.
129. Per tutti i riferimenti sul realismo socialista ci si è rifatti a Ivi, pp. 365-366, a M. Tupitsyn, Arte sovietica contemporanea: dal realismo socialista ad oggi, Politi, Milano 1990, pp. 9-21 e a K. Teige, Surrealismo, Realismo Socialista, Irrealismo 1934-51, Einaudi, Torino 1982, pp. 3-52.
130. A riguardo vedere M. Tupitsyn, Arte sovietica contemporanea, cit., pp. 23-36.