17 Settembre 2021

6.3. LA TATTICA USATA DA GORBACEV PER SMANTELLARE IL SOCIALISMO

Tutto ciò non basta ancora a spiegare la relativamente scarsa resistenza interna al Partito alle riforme di Gorbačev. Occorre capire come abbia fatto questo nemico feroce del socialismo a farsi eleggere Segretario. La risposta sta nella “doppiezza” che ha saputo portare avanti per tutta la sua carriera, evitando di dire onestamente quali fossero i propri scopi, simulando continuamente, sostenendo una fraseologia rivoluzionaria e conforme alla tradizione marxista. Diamone qualche esempio, aiutandoci con la ricostruzione fatta da Gossweiler in un saggio intitolato significativamente I molti strati della cipolla Gorbačev65, di cui riportiamo una sintesi. Il 14 marzo 1985, in occasione dei funerali di Černenko, Gorbačev dichiara:
«il Partito Comunista, il suo Comitato Centrale e il Politbjuro del CC dichiarano davanti al popolo sovietico la loro incrollabile determinazione a servire fedelmente la nobile causa del socialismo e del comunismo, della pace, del progresso sociale e della fedeltà dei lavoratori».
Il 4 febbraio 1986, rispondendo al giornale del PCF, L'Humanité, ribadisce che «lo stalinismo è un concetto inventato dagli avversari del comunismo», ma allo stesso tempo che il «superamento del culto della personalità di Stalin» è stato «un banco di prova per la solidità dei principi e per la fedeltà al leninismo da parte del Partito».
Gossweiler fa notare l'ambiguità e la vaghezza del discorso:
«In che cosa consisteva la solidità dei principi del Partito? Nell'aver preso tali decisioni oppure nel non aver ceduto alla pressione della “resa dei conti definitiva con Stalin”?»
Nella stessa intervista Gorbačev afferma che «nell'era atomica non si può vivere, o comunque non a lungo, seguendo la psicologia, le abitudini e i comportamenti da età della pietra».
Gossweiler:
«Ogni comunista, che abbia letto questa affermazione, ha gioito: “finalmente un colpo agli imperialisti!” A un'attenta osservazione però ci si è resi ben presto conto che il messaggio di G. non era rivolto agli imperialisti, ma alla sua gente, rimasta ancorata al “vecchio”, ovvero al pensiero marxista-leninista. […] con “pensiero da età della pietra” intendeva la nostra mantenuta adesione al principio di base del marxismo-leninismo, la convinzione che la guerra scaturisce dall'imperialismo e che la pace è tanto più sicura quanto più forte è il socialismo. Costui ha indotto la maggioranza della nostra gente a considerare tale consapevolezza basilare come “pensiero antiquato” e il suo “superamento”, con la sostituzione attraverso il di lui “Nuovo Pensiero”, come un processo inevitabile e necessario. Il suo “Nuovo Pensiero e la linea politica che ne derivava consistevano nella logica suicida, in base alla quale la pace fosse più sicura quanto più fossimo indietreggiati dinnanzi all'imperialismo».
Il 25 febbraio 1986 si apre il XXVII Congresso del PCUS, esattamente 30 anni dopo il fatidico XX Congresso della “destalinizzazione”. La posizione di Gorbačev è però ancora debole e dipendente dal supporto del gruppo dirigente:
«il CC e tanto meno il Congresso non erano ancora in suo pugno. A quel tempo, coloro fra i dirigenti, il cui voto era stato decisivo per la sua nomina, come ad esempio Gromyko, non avrebbero avuto alcuna difficoltà a costituire una maggioranza contro Gorbačev».
Il Congresso deve quindi servire a Gorbačev «essenzialmente come strumento per raggiungere una posizione di potere indipendente, al fine di realizzare una nuova maggioranza formata dalla sua gente. […] I cambiamenti, che ne derivarono all'interno della dirigenza del Partito, resero tanto inattaccabile la posizione di Gorbačev, da consentirgli di formulare con sempre maggiore chiarezza le mete ultime del corso avviato».
Eppure anche in questo Congresso Gorbačev riesce a introdurre alcuni elementi striscianti di revisionismo: «l'“illuminato” XX secolo è entrato nella storia con tanto abominevoli prodotti dell'imperialismo quali guerre sanguinarie, un militarismo e un fascismo senza limiti, genocidi e depauperamento di milioni di esseri umani. L'universo del capitalismo è dominato da ignoranza e oscurantismo, a fianco di grandi conquiste culturali e scientifiche!»
Gossweiler:
«A prima vista si potrebbe pensare: un'analisi marxista! Ad una più attenta osservazione emergerà che non si tratta affatto di un'analisi, poiché non si evidenziano dei nessi interni, ma ci si accontenta di registrare la semplice coesistenza di bene e male. E ciò consente a Gorbačev di esporre un'altra apparente banalità senza concludere con la lotta contro l'imperialismo: una banalità, che occulta però il distacco da Marx e Lenin, insieme alla rinuncia alla lotta per la pace mediante la mobilitazione dei popoli contro l'imperialismo: “Ed è proprio questa la società a fianco della quale siamo destinati a vivere e con la quale dobbiamo giungere a una cooperazione e alla comprensione reciproca”. Perché lo dobbiamo? “È la storia che lo impone”. Uno dei suoi concetti sempre ricorrenti, non invoca il buon Dio, non ancora, ma accadrà. Ma egli presenta le sue decisioni sempre come decisioni fatali, in quanto dettate dalla “storia” o dalla “vita”».
Nel 1987, in occasione del 70° anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, Gorbačev fa ampio sfoggio di retorica leninista, ma con alcuni segnali indicatori segnalati da Gossweiler:
«Primo: un'unilaterale scelta parziale delle citazioni di Lenin, che falsifica Lenin e lo degrada a liberale da dozzina. Con questa mossa G. voleva prendere due piccioni con una fava: il costante riferimento a Lenin doveva far apparire Gorbačev un leninista affidabile, mentre i brandelli di citazioni da lui tratti dovevano proteggere dagli attacchi, sotto l'egida di Lenin, la sua politica anti leninista. Alla lettura, ogni asserita citazione di Lenin, sfruttata da Gorbačev per giustificare la propria “politica di riforme”, si rivela, ad un'attenta verifica, un abuso grossolano. Se si va a rileggere il brano corrispondente, da cui la citazione è stata ricavata, esso esprime esattamente il contrario di quanto con esso Gorbačev intende asseverare. Le parole di Lenin mirano costantemente a motivare l'imprescindibilità di una lotta di classe insanabile; Gorbačev sfrutta sempre i brandelli di Lenin come prova della corrispondenza della sua rinuncia alla lotta di classe con il pensiero leninista.
Secondo: la preferenza accodata agli ultimi scritti di Lenin, risalenti agli anni 1922-1923. Questo non solo per il cosiddetto “testamento” […], ma per trasformare le proposte di Lenin, volte a migliorare il funzionamento degli organi sovietici, in direttive che ora, grazie alla riforma promossa da Gorbačev, la “Perestrojka”, avevano finalmente trovato la loro attuazione. In tutto questo i giornalisti e i propagandisti di Gorbačev non si tirano indietro neppure dal sostenere che già Lenin sarebbe stato tormentato da dubbi riguardo alla possibilità di portare a termine “l'esperimento socialista” in Russia.
Terzo: la speciale predilezione di Gorbačev e dei suoi “guardascribacchini” per il periodo della NEP che, invece di essere considerata un ripiegamento temporaneo, contrariamente alla chiara espressione di Lenin, viene assunta a metodo per l'edificazione del socialismo, soffocato erroneamente da Stalin, ma alla quale adesso si dovrebbe ricorrere, per condurre il paese fuori dalla stagnazione. La NEP attrae particolarmente i seguaci di Gorbačev, perché ammette l'esistenza di diverse forme di proprietà ed è dunque adatta a propagandare l'accettazione della proprietà privata dei mezzi di produzione accanto alla proprietà socialista come un ritorno alla politica leninista».
Sul piano della politica estera il «contenuto consiste nella trasformazione della politica leninista della coesistenza pacifica da una politica di lotta contro l'imperialismo con mezzi pacifici in una politica anti leninista di collusione con l'imperialismo, presentandosi tale trasformazione come soluzione atta a scongiurare la guerra atomica».
Un passaggio del discorso di Gorbačev è abbastanza sintomatico: «Su che cosa contiamo dunque, sapendo che è necessario creare un mondo sicuro insieme ai paesi capitalisti?» Commento di Gossweiler: «tutto viene fuori: non si può ottenere un mondo sicuro lottando con l'imperialismo, ma occorre crearlo insieme ad esso!»
Nell'ottobre 1988 Gorbačev assume anche la carica di Presidente del Governo.
Il 7 dicembre 1988 tiene un discorso all'Assemblea generale dell'ONU a New York in cui afferma la «relazione reciproca tra i principi di classe e quelli generalmente umani, dando priorità agli interessi comuni di tutti i popoli»; dipinge un quadro roseo della «coesistenza pacifica», non più identificata come «una forma particolare della lotta di classe»; fa un elogio della globalizzazione, annuncia l'inizio di un'epoca di progresso umano che parta dall'abbandono di mezzi e metodi «utilizzati o considerati adatti in passato», e afferma la necessità di «ridefinire la politica mondiale come caratterizzata dalla priorità dei valori umani generali». Gossweiler: «Il marxismo parte dal presupposto che il movimento dei lavoratori rappresenti gli interessi generali dell'umanità, poiché i lavoratori possono liberarsi dallo sfruttamento solo liberando da questo l'umanità. Gorbačev invece predica la comunanza di interessi dei lavoratori, degli oppressi del Terzo Mondo e degli sfruttatori imperialisti».
Gorbačev: «È evidente ad esempio che la violenza e la minaccia del suo utilizzo non devono e non possono più esser strumenti della politica estera. […] Pretendiamo da tutti ed in particolare dai più forti un'autolimitazione e la completa rinuncia all'utilizzo della violenza».
Gossweiler:
«C'è chi si è meravigliato che Gorbačev, nonostante tali dure parole di condanna dell'uso della forza, abbia però fatto intervenire le proprie truppe in Lituania e abbia lasciato libera la strada agli americani per la guerra del Golfo, indicando al rappresentante sovietico di non avvalersi del diritto di veto dell'Unione Sovietica. Costoro non hanno ancora imparato a riconoscere il significato nascosto degli oracoli di Gorbačev: sottolineando la “completa esclusione della forza dall'esterno”, ha soltanto chiarito ancora una volta che l'Unione Sovietica sotto la sua guida non avrebbe mosso un dito e non avrebbe fatto marciare nessun soldato sovietico di fronte a un nuovo colpo controrivoluzionario in un paese socialista. Se l'appello fosse stato rivolto “globalmente” a tutto il mondo, allora a rigor di logica l'Unione Sovietica avrebbe dovuto far uso del proprio diritto di veto contro la guerra del Golfo, o no?»
Il «quarto strato della cipolla» viene identificato da Gossweiler nell'attacco aperto, avvenuto all'inizio del 1989, alle fondamenta dello Stato Sovietico, ossia alla proprietà sociale dei mezzi di produzione. La tattica che ha reso ciò possibile sarebbe la furbizia di Gorbačev, sempre attento a non porsi direttamente alla testa del movimento riformatore, lasciando spazio ad una serie di arieti che con la propria foga riformista invocassero a gran voce le misure più drastiche. Gorbačev dapprima si sarebbe risolutamente opposto, per fare un po' di scena, ma poi, schierandosi in una posizione mediana in un Partito sempre più corrotto e degenerato, avrebbe avuto gioco facile nel sostenere l'ineluttabilità di procedere a lente e progressive riforme nel senso proposto dai «riformisti» più radicali. A capo di questi ultimi si è ormai posto Eltsin, che accusa Gorbačev di essere un «temporeggiatore», tenendogli il gioco più o meno consapevolmente. In questo teatrino Ligačev, il principale oppositore delle riforme, viene fatto passare come un «oppositore di destra», bollato come conservatore e quindi attaccato anche dalla stampa. In questa «inversione di polarità» dei termini «destra» e «sinistra» secondo Gossweiler ha giocato un ruolo fondamentale lo stesso Gorbačev, grazie al controllo mantenuto sui media. Il passo successivo è la diffamazione morale e politica di tutti coloro che contrastino la politica del ritorno alla proprietà privata nel settore agricolo, annunciata come prima grande riforma economica. Nel luglio 1989 si avvia la completa rinuncia all'internazionalismo socialista, grazie alla propaganda della «casa comune europea», dipinta da Gorbačev come un quadretto idilliaco, pacifico, privo di bombe atomiche e in cooperazione armonica. In tale scenario esclude categoricamente la possibilità di un intervento armato o il ricorso alla forza in altri paesi da parte dell'URSS. È l'invito esplicito all'imperialismo a scatenare rivolte nell'Est Europa, cosa che in effetti non tarderà ad accadere. Il 26 novembre 1989, con un articolo eloquente fin dal titolo (L'idea socialista e la ristrutturazione rivoluzionaria) Gorbačev dichiara implicitamente ma sostanzialmente, la sua predilezione per la repubblica democratica borghese, vero obiettivo verso cui si debba tendere, non certo il socialismo, tutt'al più una mera idea, una visione di spunto ma totalmente astratta. Di fronte a tali meriti, consistenti nello sgretolamento dall'interno del socialismo, Gorbačev riceve il Premio Nobel per la Pace nel 1990. Non può ritirarlo di persona. Gli viene impedito di prender parte alla cerimonia dal Partito, ma invia una lettera di ringraziamento in cui afferma la propria soddisfazione per la «fine dell'innaturale spaccatura dell'Europa».
65. K. Gossweiler, Contro il revisionismo, cit., pp. 115-145.