19 Ottobre 2021

6.7. IL GOLPE DI ELTSIN DEL 1993

L'ultimo colpo ai residui, ormai minimali del sistema socialista, è dato da Eltsin nel 1993.
Higinio Polo73 ricostruisce con un preciso e drammatico resoconto questa storia:

«Durante il 1992, la delirante politica di Eltsin e Gaidar - dai duri tratti anticomunisti e che ebbe un costo sociale senza precedenti nel mondo, portando letteralmente ala morte decine di migliaia di persone - finì per inimicare Eltsin alla maggioranza del Parlamento russo. La coalizione di Gorbačev non esisteva più, ed un amalgama di forze, comuniste e nazionaliste, impugnava la dura politica di riforme. In quei giorni, il principale argomento per giustificare la dissoluzione dell'URSS era che la riforma avrebbe aumentato il livello di vita della popolazione. Al contrario, i risultati furono la distruzione del paese ed uno spettacolare sprofondamento delle condizioni di vita in tutte le repubbliche. Nel 1992, la squadra economica diretta da Gaidar, era composta di gente come Anatoli Chubais, Guennadi Burbulis, Andrei Nechaiev ed altri. Contavano sulla collaborazione d’esperti del FMI, di fondazioni nordamericane come la Ford, e di specialisti come Jeffrey Sachs, dell'IHDI, Istituto di Harvard per lo Sviluppo Internazionale, ed altri che arrivarono addirittura a redigere i decreti del governo di Eltsin. […] Nel dicembre del 1992, molti degli antichi seguaci di Eltsin hanno constatato il fallimento della sua politica e collaborano con l’opposizione. Per annullare la resistenza al suo governo, il presidente russo pretende di instaurare una gestione presidenzialista che urta la volontà del Parlamento. Il Congresso di Deputati critica con durezza la terapia d'urto, annulla i poteri straordinari che si erano concessi a Eltsin nel 1991 e censura Gaidar. Eltsin cerca di annullare le funzioni del Congresso, ma fallisce e si vede obbligato a scendere a patti col Parlamento. […] A partire da quel momento, Boris Eltsin si dedica a preparare la rivincita. Durante i primi mesi del 1993 tenta varie volte in modo anticostituzionale di sciogliere il Congresso dei Deputati. Gli arbitrari decreti che promulga vogliono rinforzare la sua autorità, ma finiscono con l’essere impugnati dal Tribunale Costituzionale. […] Il giorno chiave è il 21 di settembre: Eltsin dissolve i poteri legislativo e giudiziario con un atto che non è altro che un colpo di Stato […]. Il Tribunale Costituzionale dichiara illegale il golpe ed i deputati si concentrano nell'edificio della Casa Bianca (come avevano ribattezzato il Parlamento) per ostacolarne l’occupazione militare. Dal 24 di settembre, il Parlamento è circondato da diecimila soldati del Ministero dell'Interno, e rimane senza riscaldamento né elettricità. Alla fine di settembre, Eltsin minaccia di destituire tutti i governatori e sindaci del paese che non si allineano sulle sue posizioni e promette elezioni legislative per dicembre, ed elezioni presidenziali per il giugno del 1994. Cerca di guadagnare tempo, davanti al blocco della situazione. […] Quando incomincia il mese di ottobre, i deputati sono già da dieci giorni assediati. Il vicepresidente Rutskoj crede che l'esercito sia con loro, e si dirige all'ONU affinché si ostacoli “uno sbocco sanguinoso” alla crisi […]. Nel frattempo, a Mosca, la situazione si complica: nella piazza Puškin si susseguono manifestazioni di protesta contro Eltsin, e si contano tre feriti gravi per l'azione della polizia, contemporaneamente si riuniscono i rappresentanti di 62 territori del paese (degli 89 che integrano la Russia) che esigono da Eltsin la fine dell’assedio della Casa Bianca ed il ritorno alla situazione che esisteva prima dell’illegale decreto del 21 settembre: molti rappresentanti dei territori minacciano iniziative se Eltsin non revoca il suo decreto. […]
Allo stesso tempo, il piano per screditare chi resiste nel Parlamento è eseguito con efficienza dai media russi e dalla stampa internazionale. I giornali e le televisioni dichiarano che insieme ai deputati che stanno all'interno della Casa Bianca, sono arrivati “un centinaio di nazisti”, con tanto di uniformi, che salutano braccio in alto chiunque vuole fotografarli. Le catene di televisione internazionali diffondono in tutto il mondo le immagini dei nazisti dell'Unità Nazionale Russa, diretti da Alexandr Barkašov. L'errore che commettono coloro che resistono rinchiusi nel Parlamento è di accettare ad ogni tipo di “difensori”: anni dopo si saprà che Barkašov era legato al banchiere Gusinskij ed il sindaco di Mosca, Yuri Luzhkov, entrambi sostenitori di Eltsin ed attivi propagandisti del colpo di Stato, e che quei nazisti andranno a lavorare col servizio di sicurezza di Eltsin. Benché la situazione in quel momento sia bloccata, la fine si avvicina. Il giorno 2 ottobre, ci sono decine di feriti tra i manifestanti contrari a Eltsin, e muore un poliziotto negli scontri per le strade di Mosca. Rustkoj richiama alla ribellione contro il governo, e gli osservatori politici credono che Eltsin si stia debilitando progressivamente e che la sua precaria situazione sia tale che non osi lanciare un attacco armato contro il Parlamento. […] Il giorno 3 ottobre, alle tre e mezza del pomeriggio, decine di migliaia di persone riescono a rompere il cerchio imposto dalle truppe di Eltsin al Parlamento, e le dimostrazioni di euforia si succedono. I manifestanti che inalberano bandiere rosse, gridano “Tutto il potere ai soviet!” La rivolta era cominciata davanti alla statua di Lenin, vicino al ponte di Crimea, e da lì, decine di migliaia di persone si dirigono verso la televisione che sta informando sugli avvenimenti: vanno disarmati, ci sono tra loro alcune decine di uomini armati che spariranno davanti all'edificio dalla televisione, quando i manifestanti incominciano a cadere sotto il fuoco dalle truppe di Eltsin. Il presidente russo che, come rivelerà dopo il maresciallo Šapošnikov, è ubriaco, decide di tirare fuori i carri armati per schiacciare l'insurrezione popolare. […] Il presidente russo decreta lo stato d’assedio, e visita il ministro della Difesa, Gračev, che resisteva a dare l'ordine di attaccare i manifestanti, e alle undici della notte Eltsin invia un messaggio al paese attraverso la televisione. Eltsin ottiene l'accordo di Gračev in cambio di regalie per tutti: cento mila rubli per soldato, duecento cinquanta mila per ogni ufficiale e mezzo milione per generale. Prima di dare l’ordine, diffidente, Gračev ordina di raccogliere il denaro nel Cremlino. Dopo, incomincia il massacro: ci sono già quasi cinquanta morti e decine di ferite davanti alla televisione. Ore più tardi, arriverà il turno del Parlamento. Già all'alba, il primo ministro Černomirdin parla per televisione dicendo che forze militari si dirigono verso Mosca “per intercettare i banditi e garantire la sicurezza”, mentre decine di migliaia di manifestanti prendono le strade di Mosca protestando contro Eltsin. Ma non potranno ostacolare l’attuazione del colpo di Stato. […] Le cancellerie e la stampa occidentale creano la cornice adeguata per far sì che l'opinione pubblica accetti il colpo di Stato eltsiniano: i giornali occidentali arrivano ad affermare che i manifestanti che protestano, assaltando la sede della televisione, stanno mettendo in moto un colpo di Stato! Tutti i grandi mezzi informativi occidentali parlano della “paura del ritorno del comunismo” e sottolineano la presenza di nazisti tra i resistenti. L'incoerenza della tesi è evidente, ma la confusione serve per agitare lo spauracchio di un’inesistente coalizione rossobruna: si serve all'opinione pubblica la falsità che contro i veri democratici - cioè, i golpisti di Eltsin - combattono i loro vecchi nemici, i comunisti ed i nazisti. […] Eltsin, ben consigliato, abbona quella versione: parla della “sanguinante battaglia in cui il paese viene sommerso dalle forze staliniste e fasciste”. Nella scena internazionale, tutti gli attori si mobilitano. […] Clinton - che non aveva pronunciato una sola parola di condanna davanti all'illegale dissoluzione del Parlamento da parte di Eltsin - afferma ora che la violenza è responsabilità di chi si oppone al presidente russo, ed accusa l'opposizione di “manovre per destabilizzare la situazione”. Secondo il presidente nordamericano, in Russia, la maggioranza del paese sta con Eltsin, e deve appoggiarsi il “processo che condurrà ad elezioni libere e pulite”. […] Clinton dichiara che è vitale che Stati Uniti e la “comunità internazionale” appoggino Eltsin. […] Il governo dell’Ucraina, consigliato da Washington, esprime il suo appoggio a Eltsin. I governi occidentali faranno la stessa cosa: il governo tedesco di Helmut Kohl, “non vede nessuna ragione per ritirare il suo appoggio a Eltsin e alle riforme”. La Francia di Mitterrand mantiene la stessa opinione di Kohl. Durante il giorno 4 ottobre, mentre i carri armati stanno bombardando il Parlamento russo, in una dimostrazione di indifferenza davanti al massacro, la Comunità Europea appoggia Eltsin, all'unanimità del Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri che si è riunito. Javier Solana, il ministro spagnolo, è presente. Il ministro belga attribuisce la responsabilità degli avvenimenti ai comunisti. Anche Vaclav Hável, il presidente ceco, appoggia Eltsin. Tra le potenze mondiali, solo la Cina esprime la sua preoccupazione per il bagno di sangue che ha luogo a Mosca. In Spagna unicamente il Partito Comunista condanna il colpo di Stato. Julio Anguita, il suo segretario generale, davanti all'appoggio europeo e nordamericano al massacro, afferma con semplicità: “...l’Occidente si è macchiato le mani di sangue”.

Il sipario sta per scendere. Eltsin consulta Clinton per l'assalto al Parlamento, ed il presidente nordamericano dà luce verde. Alle sette della mattina del 4 ottobre, Eltsin ordina di iniziare l'attacco; i carri armati bombardano il Parlamento. L'assalto alla Casa Bianca è feroce. Eltsin mobilita trenta mila soldati ed unità aerotrasportate. L'operazione di attacco al Parlamento è guidata dalla divisione corazzata Tamanskaja, la divisione Dzeržinskij, i paracadutisti, e truppe di intervento speciale. Non era successo qualcosa di simile in Europa dalla seconda guerra mondiale. Eltsin parla per televisione per annunciare l'immediato schiacciamento della “rivolta fascista e comunista”, denunciando che i ribelli pretendevano “di ristabilire una sanguinante dittatura”, e dichiara l'illegalità di 14 organizzazioni, tra di esse il Partito Comunista russo, il controllo delle sue sedi ed il congelamento dei suoi conti. Il giornale comunista Pravda è chiuso. Nel Parlamento muoiono più di cento persone, ma le cifre esatte sono ancora oggi un segreto di Stato. In un mondo “alla rovescia”, per giustificare il massacro il presidente russo dichiara che “quelli che agitano bandiere rosse sono tornati ad irrigare la Russia col sangue”, e proprio Clinton afferma dopo che l’assalto al Parlamento era “inevitabile per garantire l'ordine”. Dodici ore dopo avere cominciato il bombardamento chi resiste nel Parlamento - in fiamme, distrutto, insanguinato, con decine di cadaveri abbandonati dappertutto, con centinaia di feriti - si arrende. Il colpo di Stato aveva trionfato, e la via golpista al capitalismo confermava che niente poteva i suoi ispiratori, a Mosca o a Washington.
Il 5 ottobre Mosca è completamente controllata dalle forze di Eltsin. Tutto il paese ha la prova che il governo non retrocederà davanti a nulla, e che è disposto a schiacciare qualunque protesta; ha, inoltre, il completo appoggio degli Stati Uniti e della Comunità Europea. Si parla di 127 morti e di 600 feriti: non ci sono precedenti di un massacro simile in Europa dal 1945. […] Eltsin destituisce governatori, imprigiona centinaia di detenuti in uno stadio, chiude giornali, stabilisce la censura precauzionale, ed incominciano ad arrivare notizie di torture ai detenuti. L'agenzia ufficiale parla di 1500 detenuti. In scene che ricordavano le strade di Santiago del Cile nel 1973, varie persone erano state fucilate in un stadio vicino al Parlamento. Il Tribunale Costituzionale smette di funzionare perché decide di sospendere le sue attività: gli uomini di Eltsin avevano voluto la dimissione di Valeri Zorkin, presidente del Tribunale, minacciandolo di processarlo come golpista! […] Il giorno 6, con un gesto significativo, la guardia d’onore del mausoleo di Lenin è soppressa e Eltsin parla di nuovo in televisione, affermando che l'opposizione preparava “una dittatura sanguinante della svastica e della falce e martello”. Zorkin non resiste alle pressioni e presenta le dimissioni, che porterà il giorno seguente alla sospensione dello stesso Tribunale Costituzionale con un decreto di Eltsin. Nel mentre il presidente russo prolunga la validità dei vaglia di privatizzazione fino a Luglio del 1994. Le operazioni di repressione sono sistematiche: nella seconda notte a Mosca sono fermate 1.700 persone per “essere uscite in strada senza autorizzazione”, ed altre 900 per altre cause. Nella terza notte cinque civili sono feriti con armi da fuoco e 3.500 persone sono fermate. Il giorno 8 sono fermate più di 5.000 persone. L'attività delle organizzazioni politiche si limita: si annuncia che i partiti che vogliano presentarsi alle elezioni dovranno raccogliere 100.000 firme in differenti distretti del paese […]. La riorganizzazione dei comunisti aveva passato momenti molto difficili: dopo aver reso illegale il partito nel 1991, il Tribunale Costituzionale aveva decretato, nell'autunno del 1992, la legittimità delle organizzazioni di base del PCUS, invalidando parzialmente la decisione di Eltsin di proibirlo. Quella fu una delle vie per la riorganizzazione, senza mezzi, del Partito Comunista Russo. Il 9 ottobre Eltsin decide di prorogare lo stato d’assedio che aveva imposto il 4. Il presidente russo firma un decreto che smonta il sistema statale dei soviet che già erano orfani del Soviet Supremo. Il decreto sospende le funzioni di tutti i deputati a tutti i livelli, dai quartieri fino ai paesi, e le funzioni passano ad essere assunte dalla amministrazione locale. […] ha trionfato il via golpista al capitalismo. […] Più di una decade dopo la sparizione dell’URSS, i laboratori ideologici del liberalismo continuano a parlare improvvisamente del tentativo di golpe del 1991 contro Gorbačev, ma non parlano mai del colpo di Stato di Eltsin del 1993 che inaugura la via golpista al capitalismo».
73. H. Polo, Russia: la via golpista al capitalismo, CCDP, 2 giugno 2004.

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