03 Marzo 2021

6.6. L'OPPOSIZIONE POLITICA E POPOLARE ALLA RESTAURAZIONE CAPITALISTA

Si dice spesso che il popolo sia rimasto inerte e non abbia fatto nulla per impedire la caduta dell'URSS e del socialismo. Non è affatto vero.
Abbiamo già visto come all'interno del PCUS ci sia stato il tentativo di invertire la rotta attraverso un fallito colpo di Stato. Le proteste, non solo interne al partito, ci sono state sia prima che dopo. Alcuni esempi: il 13 marzo 1988 Nina Andreeva pubblica su Sovetskaja Rossija una lettera che ha fatto storia, con grande scandalo dei riformatori, uscendo nel periodo di preparazione della XIX Conferenza del PCUS che si sarebbe tenuta a Mosca il successivo 28 giugno. Col titolo significativo Non possiamo transigere sui principi, la lettera è un atto d'accusa contro le posizioni dei riformatori che stavano portando alla messa fuori legge del PCUS e alla liquidazione dell'URSS. Sempre nello stesso anno Mikhail Antonov, docente di scienze tecniche e dirigente dell'Istituto di economia mondiale, sulla rivista Moskva (n° 3 del 1988) attacca il nuovo corso economico presentato precedentemente in un articolo da Abel Aganbeghjan, segretario del dipartimento economia dell'Accademia delle scienze dell'URSS e stretto collaboratore di Gorbačev.70 Occorre segnalare d'altronde che fino all'ultimo Gorbačev ha costruito la propria ascesa politica e il proprio discorso riformatore su un'apparente stretta ortodossia, citando le opere di Lenin per giustificare e dare una copertura leninista o “di sinistra” ad ogni proprio atto politico. Abbiamo visto a riguardo l'analisi dettagliata di Gossweiler. Zoltan Zigedy ha riassunto così la questione: «abbiamo vissuto un periodo in cui vecchie idee ci sono state presentate come un marxismo “nuovo e migliore”, in particolare con il vacuo Pensiero nuovo di Michail Gorbačev»71.
In questa maniera Gorbačev è riuscito dapprima a illudere e ingannare una buona parte di un gruppo dirigente certamente sempre più inadeguato teoricamente, poi a ottenere, attraverso il potere conferitogli dalla propria carica, di piazzare i propri uomini nei posti chiave dell'amministrazione e del Partito. Occorre poi ricordare il caso del referendum del 1991: dopo che 1.665 delegati su 1.816 al quarto Congresso dei Deputati del popolo hanno optato per la conservazione dell’URSS, il 16 gennaio 1991 il Soviet Supremo ha adottato la risoluzione sull’organizzazione del referendum: il primo e l’ultimo in settant’anni di storia dell’Unione Sovietica. La consultazione si tiene in 8 delle Repubbliche sovietiche – Russia, Ucraina, Bielorussia, Uzbekistan, Azerbajdžan, Kirghizia, Tadžikistan, Turkmenistan – e in alcune delle Regioni autonome (Abkhazia, Ossetia meridionale, Gagauzia, Transdnestria) facenti parte di Repubbliche sovietiche – Lituania, Lettonia, Estonia, Georgia, Armenia e Moldavia – in cui il referendum non si tiene, perché vi era stata già proclamata (o ci si apprestava a farlo) l’indipendenza. Su poco meno di 186 milioni di sovietici aventi diritto al voto, partecipano quindi al referendum 148 milioni e 574 mila cittadini: 113 milioni e 512mila (76,4%) si esprimono per il sì alla conservazione dell’Unione; 32 milioni e 304mila (21,7%) per il no. Nella Repubblica federativa russa, il sì raggiunge il 71,34%; in Ucraina il 70%; in Bielorussia l’82,7%; nelle repubbliche centroasiatiche si passa dal 93,3% dell’Uzbekistan al 97,9% del Turkmenistan.72 Tutto ciò nonostante l'appannamento del prestigio popolare conseguente alle sciagurate riforme economiche di Gorbačev, che avevano piombato l'URSS in una profonda crisi strutturale.
70. I materiali citati sono disponibili su Associazione Stalin, La controrivoluzione in URSS. Gorbaciov, il crollo, Associazionestalin.it.
71. Z. Zigedy, Una dose di Socialismo?, Mltoday.com-CCDP, 1 ottobre 2008.
72. Redazione L'AntiDiplomatico, 17 marzo 1991: il referendum per la conservazione dell'URSS (76% i si) caduto nell'oblio della storia, L'AntiDiplomatico, 18 marzo 2016.