18 Aprile 2024

9.1. LA “NON-VIOLENZA”

«Sono i comunisti contrari al movimento degli Arditi del popolo? Tutt’altro: essi aspirano all’armamento del proletariato, alla creazione di una forza armata proletaria che sia in grado di sconfiggere la borghesia e di presidiare l’organizzazione e lo sviluppo delle nuove forze produttive generate dal capitalismo». (Antonio Gramsci, 1921)109
«Nella storia non si può ottenere nulla senza violenza e senza ferrea spietatezza». (Friedrich Engels)
«Noi non abbiamo riguardi. Noi non ne attendiamo da voi. Quando sarà il nostro tempo non abbelliremo il terrore». (Karl Marx)110
L’assunto fondamentale da cui occorra partire è la contraddizione di fondo tra la violenza della struttura capitalista (che in varia maniera e misura causa morte, devastazione e barbarie in ogni angolo del globo) e la facciata ideologico-morale borghese apparentemente fondata sui valori della libertà, della pace, della democrazia e della tutela dei diritti umani. Come nel peggior incubo orwelliano la borghesia afferma di portare la pace facendo ricorso alla guerra, il progresso attraverso l’imposizione dello sfruttamento capitalistico, la difesa della natura attraverso la cessione delle risorse all’uso spregiudicato delle aziende capitalistiche. A questo pensiero occorre contrapporre la morale rivoluzionaria del proletariato, per la quale l’obiettivo rivoluzionario socialista è il fine ultimo che definisce il canone della moralità e quindi la “bontà” dei mezzi usati per giungervi. Occorre quindi rigettare in linea di principio l’ideologia deleteria della non-violenza, che in Italia il revisionismo ha diffuso in maniera nefasta, ricordando come mai nel corso della storia la borghesia abbia evitato di ricorrere in ultima istanza alla violenza per reagire alla minaccia comunista. La violenza non deve certo diventare lo strumento prediletto dal partito comunista, specie in un sistema liberale democratico in cui è apparentemente possibile una via pacifica al socialismo. Deve però cessare il rifiuto aprioristico (mentale prima di tutto) verso il ricorso alla violenza, la quale va osteggiata oggi puramente per una questione tattica. Una buona sintesi è costituita da queste considerazioni di Noam Chomsky111:
«Qualsiasi persona razionale acconsentirebbe che la violenza non è legittima a meno che le conseguenze di tale azione siano tali da far eliminare una malvagità ancora maggiore. Poi, naturalmente, ci sarà gente che andrà oltre e dirà che generalmente ci si deve opporre alla violenza indifferentemente da tutte le conseguenze possibili. Penso che una tal persona asserisca una di queste due cose: sia dice che il ricorso alla violenza è illegittimo anche se ha come conseguenza l’eliminazione di una maggiore malvagità; o dice che in nessuna circostanza immaginabile si potrà mai eliminare una maggiore malvagità. La seconda è un presupposto autentico ed è indubbiamente falso. Si possono immaginare e trovare facilmente le circostanze in cui la violenza elimina una maggiore malvagità. Quanto alla prima, è una sorta di giudizio morale irriducibile secondo cui non si dovrebbe ricorrere alla violenza anche se eliminasse una maggiore malvagità. E questi giudizi sono disarmanti in una discussione. Posso dire soltanto che a me sembrano immorali».

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