15 Giugno 2024

9.3. BUON SENSO E STATUS QUO

Collegato al discorso precedente è quello che riguarda le categorie del buon senso e dello status quo: perché ascoltare i “professoroni”, “perdere tempo” sui libri, sulla teoria, sui massimi sistemi? In fondo nella vita basta un po’ di buon senso, il quale legittima lo status quo, ossia la situazione attualmente dominante. Trockij demolisce questo punto di vista113:
«In un ambiente sociale stabile, il buon senso si rivela sufficiente per fare del commercio, curare degli ammalati, scrivere articoli, dirigere un sindacato, votare in parlamento, fondare una famiglia, crescere e moltiplicare. Ma non appena esso tenta di uscire dai suoi confini naturali per intervenire sul terreno delle generalizzazioni più complesse, si mostra per quel che è: il conglomerato dei pregiudizi d’una certa classe in una certa epoca. La pura e semplice crisi del capitalismo lo sconcerta; dinanzi alle catastrofi che sono le rivoluzioni, le contro-rivoluzioni e le guerre, il buon senso non è che un imbecille tondo tondo. Per penetrare i turbamenti “catastrofici” del corso “normale” delle cose, occorrono più alte qualità intellettuali, la cui espressione filosofica non è stata data, sin qui, che dal materialismo dialettico […]. Il buon senso procede per mezzo di grandezze invariabili in un mondo in cui di invariabile non c’è che la variabilità. La dialettica, al contrario, considera i fenomeni, le istituzioni, le norme nella loro formazione, nel loro sviluppo e nel loro declino. L’atteggiamento dialettico nei confronti della morale, prodotto funzionale e transitorio della lotta di classe, sembra “amorale” agli occhi del buon senso. E tuttavia, non vi è nulla di più duro, di più meschino, di più presuntuoso e cinico che la morale del buon senso!».
In questo passo, invece, Gramsci114 collega il buon senso al tema della fede:
«nelle masse in quanto tali la filosofia non può essere vissuta che come una fede. Si immagini del resto la posizione intellettuale di un uomo del popolo; egli si è formato delle opinioni, delle convinzioni, dei criteri di discriminazione e delle norme di condotta. Ogni sostenitore di un punto di vista contrastante al suo, in quanto è intellettualmente superiore, sa argomentare le sue ragioni meglio di lui, lo mette in sacco logicamente ecc.; dovrebbe perciò l’uomo del popolo mutare le sue convinzioni? Perché nell’immediata discussione non sa farsi valere? Ma allora gli potrebbe capitare di dover mutare una volta al giorno, cioè ogni volta che incontra un avversario ideologico intellettualmente superiore. Su quali elementi si fonda dunque la sua filosofia? e specialmente la sua filosofia nella forma che per lui ha maggiore importanza di norma di condotta? L’elemento più importante è indubbiamente di carattere non razionale, di fede. Ma in chi e che cosa?
Specialmente nel gruppo sociale al quale appartiene in quanto la pensa diffusamente come lui: l’uomo del popolo pensa che in tanti non si può sbagliare, così in tronco, come l’avversario argomentatore vorrebbe far credere; che egli stesso, è vero, non è capace di sostenere e svolgere le proprie ragioni come l’avversario le sue, ma che nel suo gruppo c’è chi questo saprebbe fare, certo anche meglio di quel determinato avversario ed egli ricorda infatti di aver sentito esporre diffusamente, coerentemente, in modo che egli ne è rimasto convinto, le ragioni della sua fede. Non ricorda le ragioni in concreto e non saprebbe ripeterle, ma sa che esistono perché le ha sentite esporre e ne è rimasto convinto. L’essere stato convinto una volta in modo folgorante è la ragione permanente del permanere della convinzione, anche se essa non si sa più argomentare.
Ma queste considerazioni conducono alla conclusione di una estrema labilità nelle convinzioni nuove delle masse popolari, specialmente se queste nuove convinzioni sono in contrasto con le convinzioni (anche nuove) ortodosse, socialmente conformiste secondo gli interessi generali delle classi dominanti. Si può vedere questo riflettendo alle fortune delle religioni e delle chiese […]. Se ne deducono determinate necessità per ogni movimento culturale che tenda a sostituire il senso comune e le vecchie concezioni del mondo in generale:
1) di non stancarsi mai dal ripetere i propri argomenti (variandone letterariamente la forma): la ripetizione è il mezzo didattico più efficace per operare sulla mentalità popolare;
2) di lavorare incessantemente per elevare sempre più vasti strati popolari, cioè per dare personalità all’amorfo elemento di massa, ciò che significa lavorare a suscitare élite di intellettuali di un tipo nuovo che sorgano direttamente dalla massa pur rimanendo a contatto con essa per diventarne le “stecche” del busto. Questa seconda necessità, se soddisfatta, è quella che realmente modifica il “panorama ideologico” di un’epoca».
Dato che il buon senso porta a ritenere che l’opinione dominante sia la migliore possibile, si tende ad accettare l’ordine esistente ed anzi a legittimarlo, rifiutando quasi istintivamente l’idea che possa essere modificato in meglio. Si ha quindi il timore dei cambiamenti e anche gli appartenenti alle classi dominate introiettano e fanno proprio il punto di vista del padrone. Si conferma così l’assunto marxiano che le idee dominanti siano le idee delle classi dominanti, in un circolo sostenuto dalle religioni.
113. L. Trockij, La loro morale e la nostra, Nuove Edizioni Internazionali, Milano, 1995, pp. 58-60.
114. A. Gramsci, Quaderni del Carcere, cit., Quaderno 11 [XVIII], voce 12, Appunti per una introduzione e un avviamento allo studio della filosofia e della storia della cultura.

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