20 Giugno 2021

3.4. LE CONQUISTE DELL'EPOCA MAO

«È un arduo compito quello di garantire un degno livello di vita a centinaia di milioni di cinesi, di trasformare il nostro paese, economicamente e culturalmente arretrato, in un paese prospero, potente, munito di una cultura altamente sviluppata. Ed è per meglio affrontare questo compito e per meglio lavorare insieme con tutti gli uomini di buona volontà che stanno al di fuori del Partito che noi, decisi a realizzare fino in fondo le trasformazioni, ora come in avvenire, dobbiamo mettere in atto movimenti di rettifica e correggere senza tregua ciò che d'erroneo è in noi». (Mao Tse-tung, da Intervento alla Conferenza nazionale del Partito comunista cinese sul lavoro di propaganda, 12 marzo 1957)
«Se parliamo della Cina popolare non possiamo che fare riferimento a quello che oggi conosciamo come “socialismo dalle caratteristiche cinesi”. E questo vede il suo battesimo durante la Lunga marcia, per precisione nella conferenza di Zunyi del 1935 che certifica il ruolo di primo piano del giovane Mao. Qui si avvia il processo di “sinizzazione” del marxismo, vale a dire la sua applicazione alle condizioni specifiche del proprio paese senza fare “affidamento su consigli di gente venuta da fuori o su un sapere libresco”». (Diego Bertozzi)20
Non è concepibile un'analisi storico-politica della Cina che esuli da un approfondimento della figura di Mao Tse-Tung, nato il 26 dicembre 1893 e deceduto a Pechino il 9 settembre 1976. È primariamente suo il merito di essere riuscito a liberare il popolo cinese dall'oppressione imperialista e ad instaurare la dittatura del proletariato in Cina, la nazione più popolosa del mondo. Quando la borghesia ricorda la Cina di Mao parla invariabilmente di una dittatura sanguinaria da milioni di morti: le stime variano a seconda degli autori: 13 milioni secondo il governo cinese (vedi Marie-Claire Bergère in La Cina dal 1949 ai giorni nostri), da 20 a 30 secondo John King Fairbank (Storia della Cina contemporanea), 30 secondo Judith Banister e Jasper Becker (La rivoluzione della fame), da 20 a 40 secondo Daniel Chirot, da 43 a 46 secondo Chen Yizi. È il solito balletto delle cifre, teso a mettere sullo stesso piano Mao e Hitler, nel consueto paradigma del totalitarismo sanguinario che abbiamo già visto applicato a Stalin. Al riguardo sentiamo quanto dice Bertozzi:
«La liquidazione della figura di Mao e la sua riduzione a semplice mostro al pari di Hitler è un'operazione superficiale e semplificatoria – da contabilità numerica – che impedisce la comprensione di un progetto di liberazione e riscatto nazionale, avvenuto per di più in un contesto di isolamento internazionale e persistente minaccia bellica. Tragedie e fallimenti, con il loro portato di morte, come il Balzo in avanti e la stessa Rivoluzione culturale, non sono il frutto di una pianificata operazione di sterminio dell'avversario preannunciata e poi messa in pratica, come fu per il nazismo. Furono terribili errori ai quali la stessa dirigenza comunista mise termine. Va poi ricordato come lo stesso Mao guidò una parte del paese nella resistenza contro un progetto di schiavizzazione e sterminio messo in atto a partire dal 1937 dal Giappone alleato della Germania hitleriana. A rigettare questo parallelismo sono storici e studiosi come Linda Benson e Maurice Meisner, non certo teneri verso il comunismo cinese».
Tra i crimini e gli errori più grandi imputati a Mao vi sono alla fine degli anni '50 il “Grande balzo in avanti” e dalla seconda metà degli anni '60 la “Rivoluzione culturale”.
Domenico Losurdo21 ha descritto così tali fenomeni:
«è stato il tentativo di far avanzare di pari passo le due lotte contro le due disuguaglianze [quella “sociale interna” e quella “tecnologica-economica internazionale”, ndr]. Per un verso, la mobilitazione di massa di uomini e donne nel lavoro e nell'edificazione economica imponeva il ricorso a pratiche collettivistiche nella produzione e nell'erogazione di servizi (lavanderie, mense, ecc.); e ciò dava l'impressione o l'illusione di un possente avanzamento della causa dell'eguaglianza all'interno del paese. Per un altro verso, questa mobilitazione politica era chiamata a bruciare le tappe dello sviluppo economico della Cina e così a infliggere colpi decisivi alla diseguaglianza vigente nei rapporti internazionali. Considerazioni analoghe valgono per la Rivoluzione culturale: denunciando la “borghesia” o gli “strati privilegiati” infiltratisi nello stesso Partito Comunista, essa rilanciava l'egualitarismo sul piano interno; criticando “la teoria dei passi di lumaca” attribuita al deposto presidente della Repubblica Liu Shaoqi, essa si proponeva di imprimere un'accelerazione senza precedenti allo sviluppo delle forze produttive, portando così il paese in tempi rapidissimi al livello dei paesi capitalistici più avanzati e quindi cancellando o intaccando radicalmente anche il primo tipo di diseguaglianza. Il tutto si basava sull'illusione che l'accelerata edificazione economica potesse essere promossa con le stesse modalità con cui erano state condotte le battaglie politiche e militari della rivoluzione cinese, facendo leva cioè sulla mobilitazione e sull'entusiasmo di massa e sull'illusione che l'entusiasmo di massa potesse manifestarsi per un tempo prolungato o indefinito. Grande balzo in avanti e Rivoluzione culturale non tenevano conto del processo di secolarizzazione: non si può fare appello in permanenza e per l'eternità alla mobilitazione, all'abnegazione, allo spirito di rinuncia e di sacrificio, all'eroismo delle masse. A causa anche del contesto internazionale sfavorevole e ostile (all'embargo sin dagli inizi impietosamente praticato dagli USA e dall'Occidente si aggiungeva la rottura con l'URSS e gli altri paesi socialisti), il risultato di Grande balzo in avanti e Rivoluzione culturale fu fallimentare e tragico. Ne conseguì un rallentamento più o meno drastico dello sviluppo economico, che finiva con l'inasprire entrambe le diseguaglianze».
Probabilmente il giudizio di Bertozzi e Losurdo, per quanto giusto nella constatazione finale, meriterebbe un maggiore approfondimento soprattutto sul fenomeno della Rivoluzione culturale, vista la sua complessità e la presenza di vari aspetti da tenere in considerazione, tra cui un acceso conflitto interno al Partito su basi ideologico-teoriche che ha ricordato secondo alcuni lo scontro avvenuto nel PCUS negli anni '50 dopo la morte di Stalin22. Per ribadire la necessità di un giudizio sull'epoca maoista capace di guardare alla totalità delle questioni lasciamo la parola ad Eric Hobsbawm:
«all'epoca della conquista del potere da parte dei comunisti […] il cinese medio viveva essenzialmente consumando mezzo chilogrammo di riso o di grano al giorno e meno di ottanta grammi di tè all'anno. Il cinese acquistava un nuovo paio di calzature una volta ogni cinque anni circa. […] Per la maggior parte dei cinesi la rivoluzione comunista fu innanzitutto una restaurazione: dell'ordine e della pace; del benessere […]. I contadini accrebbero la produzione di cereali di più del 70% fra il 1949 e il 1956. […] Alla fine dell'epoca maoista il consumo medio di cibo (in calorie) da parte dei cinesi si collocava appena sopra la media di tutti gli altri paesi ed era superiore a quello di 14 paesi in America e di 38 paesi in Africa. Era esattamente nella media dei paesi asiatici, ben al di sopra delle nazioni dell'Asia meridionale e sudorientale, con l'eccezione della Malesia e di Singapore. L'aspettativa media di vita alla nascita salì da 35 anni nel 1949 a 68 nel 1982 e questa crescita fu dovuta principalmente a un notevole e continuo calo – eccetto che negli anni della carestia – del tasso di mortalità. Poiché la popolazione cinese, pur tenendo conto della grande carestia, aumentò da circa 540 milioni a circa 950 milioni fra il 1949 e la morte di Mao, è evidente che l'economia del paese fu in grado di alimentare tutte queste persone. […] non si può negare che nell'anno della morte di Mao i bambini che andavano alla scuola elementare erano sei volte di più di quelli che la frequentavano quando Mao era salito al potere; cioè il tasso di iscrizione era del 96%, da paragonare con meno del 50% nel 1952».23
Dovendo tracciare un bilancio dell'epoca di Mao si può seguire il giudizio elaborato da Deng Xiaoping, di comune accordo con il resto del PCC:
«Il compagno Mao Tse-tung fu un grande marxista e un grande rivoluzionario, stratega e teorico del proletariato. È del tutto sbagliato assumere un atteggiamento dogmatico nei confronti delle parole del compagno Mao Tse-tung, e considerare tutto ciò che ha detto come verità immutabile, da applicare meccanicamente in tutto il mondo, ed essere disposti ad ammettere onestamente che ha commesso degli errori nei suoi ultimi anni, e anche cercare di accanirvisi nelle nostre nuove attività. Tali atteggiamenti non distinguono tra pensiero di Mao Tse-tung, teoria scientifica formata e testata da molto tempo, e gli errori che il compagno Mao Tse-tung ha fatto nei suoi ultimi anni. Ed è assolutamente necessario che questa distinzione sia fatta. È vero che ha compiuto errori grossolani durante la “rivoluzione culturale”, ma se giudichiamo la sua attività nel suo complesso, i suoi contributi alla rivoluzione cinese superano di gran lunga i suoi errori. I suoi meriti sono primari e i suoi errori secondari […]. compiamo il lavoro già avviato da Mao, ma che non aveva completato. Stiamo anche correggendo ciò che Mao fece in modo non corretto e miglioreremo il lavoro che Mao non ha adempiuto abbastanza correttamente».24
Prima di passare ad analizzare l'epoca post-maoista, sarà opportuno approfondire meglio il pensiero di Mao, che per molti anni e tuttora costituisce un punto di riferimento ideologico essenziale per milioni di persone. Soltanto alcune parole sulla questione del Tibet.
20. D. A. Bertozzi (intervista a cura della Redazione L'AntiDiplomatico), Cina, nuova potenza egemone neoliberista o socialista e cooperativa?, L'AntiDiplomatico, 6 novembre 2016. Anche per la cit. seguente.
21. D. Losurdo, La lotta di classe, cit., p. 207.
22. Per l'approfondimento di questi aspetti: Associazione Stalin, La divisione del movimento comunista internazionale Le spinte oggettive, vol. 2 - Il rilancio cinese e il suo esito, Associazionestalin.it.
23. E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, cit., pp. 539, 542, 546-547.
24. Partito Comunista Cinese, Risoluzione su alcune questioni della storia del nostro partito, dalla fondazione della Repubblica popolare cinese, adottata dalla sesta sessione plenaria dell’11° Comitato Centrale del Partito comunista cinese, 27 giugno 1981, citato in D. S. Rajan, China: Mao’s 120th Birthday – The undiminished Importance of his Legacy for the CCP, Southasiaabalysis.org, 26 dicembre 2013.