18 Ottobre 2021

1.5. LE ORGANIZZAZIONI PARTIGIANE E L'EGEMONIA COMUNISTA SULLA RESISTENZA

«Occorre tener sempre presente la lezione della Resistenza: il Partito comunista è diventato un forte partito di massa nella misura in cui ha saputo collegare la lotta sociale alla lotta nazionale, ha saputo interpretare i bisogni delle classi popolari e al tempo stesso prendere la direzione di un movimento che lottava per la salvezza dell’Italia». (Domenico Losurdo)17
Senza aver la pretesa di tracciare una storia organica della Resistenza, nelle pagine che seguono si intende ribadire il peso sostenuto dalle forze comuniste. Le Brigate Garibaldi nascono nel settembre 1943 a Milano per iniziativa di Luigi Longo, Pietro Secchia, Antonio Roasio, Francesco Scotti, Umberto Massola e altri dirigenti comunisti, i quali, qualche mese dopo, formano il Comando Generale delle Brigate garibaldine. Racconta Secchia18:
«La Resistenza armata cominciò il 9-10 settembre (la disordinata, improvvisata e “mancata” difesa di Roma ebbe un significato altamente morale. Assai più importante della battaglia appena abbozzata fu l'esempio, l'appello che da essa scaturì al popolo italiano), ma non fu facile organizzarla. Gli inizi furono difficili. Dev'essere sfatata la leggenda largamente diffusa, non sempre disinteressatamente, da storici e da uomini politici, secondo la quale la Resistenza sia stata un fenomeno “spontaneo” a cui avrebbe partecipato in massa tutto il popolo italiano. Come se all'8 settembre, di colpo, quasi per folgorazione divina, tutti o la grande maggioranza degli italiani avessero aperto gli occhi e fossero accorsi ad impugnare le armi per battersi contro lo straniero ed i fascisti e per conquistare la libertà. Si tratta di una oleografia, forse allettante, ma che non ha nulla a che fare con la realtà quale effettivamente essa fu. […] Purtroppo, non tutti gli italiani si schierarono dalla parte della Resistenza, ma soltanto una minoranza attiva. Intanto, anche dopo l'8 settembre continuarono ad esservi dei fascisti attivi, i “repubblichini”, messisi al servizio dell'invasore tedesco: nemici dichiarati della Resistenza. Tra Brigate nere, polizie speciali, Muti, X Mas, ecc., misero in piedi dei reparti ammontanti a duecentomila uomini, ai quali vanno aggiunti altri duecentocinquantamila uomini dell'esercito repubblicano di Graziani. È vero che si trattava di forze raccogliticce; i reclutati, specie nell'esercito, lo erano in parte per forza, per paura, per ignavia: tuttavia si trattava sempre di italiani che, messi nella condizione costrittiva di dover scegliere tra l'arruolarsi, rispondere ai bandi oppure l'affrontare il grave rischio della deportazione in Germania o della condanna a morte, non sceglievano la via della lotta partigiana contro l'invasore ed i suoi servi fascisti. In secondo luogo vi erano coloro che, senza schierarsi apertamente dalla parte dei tedeschi e dei fascisti repubblichini, tenevano i piedi in due staffe. Erano questi i grandi industriali “collaborazionisti” che miravano a fare i loro affari, i grossi agrari, ed anche una parte dei piccoli e medi commercianti. Costoro “collaboravano” con i tedeschi, badavano ad ottenere le ordinazioni di guerra, a fare funzionare le loro aziende; al tempo stesso tenevano dei legami con i CLN ai quali elargivano anche aiuti finanziari per acquistarsi dei meriti per il domani e dimostrare che la loro “collaborazione” con l'invasore tedesco era forzata. Infine, anche tra il popolo lavoratore e tra gli antifascisti molti erano gli inattivi, coloro che sostenevano una linea di prudenza; meglio evitare delle inutili perdite, dicevano, meglio attendere che gli alleati vengano avanti, tanto o prima o poi la liberazione ci sarà, per opera di questi ultimi. L'attesismo era forte e largamente diffuso, si può dire che la linea di demarcazione tra l'attesismo, la collaborazione attiva o passiva col nemico e la Resistenza passava attraverso ad ogni città, ad ogni fabbrica, ad ogni ufficio e villaggio e persino, in non pochi casi, all'interno di una stessa famiglia. Numerosi erano coloro che simpatizzavano con la Resistenza, ma molti cittadini, interi partiti e gruppi politici, soprattutto all'inizio, vi partecipavano - come scriverà dopo la guerra il generale Cadorna - più con le opere di misericordia che col combattimento. Certo la sconfitta, la disgregazione dell'esercito, il crollo del fascismo, l'invasione tedesca, la lotta portata sul territorio italiano con la presenza delle armate anglo-americane avevano creato una situazione del tutto nuova, la possibilità di organizzare la lotta armata contro il fascismo: ciò che non era stato possibile fare prima, ad esempio prima che il paese fosse portato alla catastrofe. Ed avevano la loro importanza anche gli aiuti, gli appoggi, la solidarietà che si potevano trovare. Durante gli anni della dura clandestinità era difficile trovare ospitalità e aiuti nelle case dei contadini e tanto meno di ceti intellettuali, nelle parrocchie, ecc. Contavano quindi agli effetti della lotta anche coloro che davano asilo e compivano “opere di misericordia”; il che però è cosa diversa dal partecipare al combattimento, alla guerriglia partigiana od ai grandi scioperi di massa. Non ci fu affatto la corsa ad arruolarsi nelle formazioni partigiane, che le difficoltà da vincere non erano poche. Il terrore tedesco e fascista faceva sentire il suo peso, e lo fece sentire, seppure in misura sempre minore, man mano che andavano mutando i rapporti di forza, sino alla fine della guerra. Se pochi erano coloro che dopo il 25 luglio credevano ancora nel fascismo o prestavano fede ai tedeschi erano ancora molti ad averne paura. La Resistenza non fu né un miracolo, né un fenomeno spontaneo: dovette essere organizzata. Dura, difficile, piena di difficoltà fu sempre la lotta, sino alla fine, ma soprattutto agli inizi».
Una lotta in cui i protagonisti sono pieni protagonisti: 575 le Brigate d’assalto Garibaldi (in tutta la Resistenza partigiana se ne contano 1148), presenti e attive in tutte le regioni italiane occupate dai tedeschi, rifiutando la tattica dell'attendismo che caratterizza altre formazioni e risultando sempre in prima linea e tra le più combattive, perfino nel terribile inverno del '44, quando costituiscono l'80% delle formazioni combattenti.
Caratteristiche dell'organizzazione:
i nuclei sono composti da 5-6 combattenti; 2 nuclei costituiscono una squadra; 4-5 squadre costituiscono un distaccamento, forte quindi di 40-50 uomini. 4-5 distaccamenti formano una brigata (100-300 combattenti). Le unità di un territorio fanno capo a una delegazione regionale, che a sua volta risponde a un comando generale, dove comandante è Luigi Longo e commissario politico Pietro Secchia.
Il Partito comunista offre a queste brigate i suoi quadri migliori (in media il 15% dei quadri del partito sono mandati in montagna a combattere), ma in esse non si fanno discriminazioni di partito: le responsabilità sono assegnate solo in base alle capacità personali e allo spirito di sacrificio. Il comandante ha il compito di curare la preparazione militare, di fissare gli obiettivi delle operazioni e di assicurarne la realizzazione pratica. Il commissario politico deve curare la preparazione politica della brigata, il morale e la combattività degli uomini, i buoni rapporti con la popolazione, la propaganda e l’agitazione. Per lo più, i garibaldini portano al collo il fazzoletto rosso; in alcune zone indossano anche la camicia rossa. Complessivamente i comunisti (presenti anche nelle altre formazioni partigiane) hanno costituito in ogni fase della Resistenza Partigiana la maggioranza assoluta dei combattenti.19 Oltre alle Brigate i comunisti sono stati il perno anche di altre organizzazioni importanti.
I Gruppi di Azione Patriottica (GAP), formati dal comando generale delle Brigate Garibaldi su iniziativa del Partito Comunista Italiano alla fine del settembre 1943, sono piccoli gruppi di partigiani che nascono sulla base dell'esperienza della Resistenza francese.
Anche il Partito d'Azione dispone di unità analoghe anch'esse denominate GAP. Si tratta di piccoli nuclei di quattro o cinque uomini, un caposquadra, un vice caposquadra e due o tre gappisti. Tre squadre di quattro uomini costituiscono un distaccamento, con alla testa un comandante e un commissario politico. Circa la loro composizione, Pietro Secchia scrive:
«A differenza delle unità partigiane, dove venivano liberamente accolti dai garibaldini i senza partito e gli aderenti ad altri partiti antifascisti, nei GAP del PCI venivano reclutati esclusivamente i comunisti, così come i GAP di “Giustizia e Libertà” erano composti soltanto da aderenti al Partito d'Azione. La scelta era poi determinata dalla fede politica, dall'onestà morale, dall'intelligenza e dal coraggio del militante». Paolo Spriano conferma che «a differenza del partigiano garibaldino, il gappista è quasi sempre un membro del partito, un suo quadro». Quali compiti hanno i gappisti? Principalmente di sabotaggio e di azioni armate, tra cui l'eliminazione dei nazifascisti in ambito cittadino, soprattutto delatori, o noti torturatori. Famosi a riguardo i gappisti Dante di Nanni (Torino) e i fratelli Cervi (Emilia), anche se il più famoso di tutti è senza dubbio Giovanni Pesce, nome di battaglia “Visone”: veterano di Spagna, comanda la 3ª GAP di Milano ed ha come ufficiale di collegamento la partigiana Onorina Brambilla, nome di battaglia “Sandra”, (gappista, catturata, torturata, deportata dai nazisti ma sopravvissuta al lager di Bolzano) che dopo la guerra, il 14 luglio 1945, diventerà sua moglie. Azione entrata nella leggenda è l'eliminazione (dopo tre tentativi andati a vuoto da parte di altri partigiani) di Cesare Cesarini, direttore del personale dell'Aeroplani Caproni a Milano, tenente colonnello onorario della Muti. Cesarini era responsabile della schedatura degli antifascisti e della deportazione di 63 dipendenti dello stabilimento nel campo di concentramento di Mauthausen e nei relativi sottocampi riservati ai detenuti politici. La mattina del 16 marzo 1945, in via Mugello angolo corso XXII Marzo, Giovanni Pesce affronta frontalmente il Cesarini e le due guardie del corpo armate di mitra: con due pistole uccide Cesarini e ferisce le due guardie. Poi grida frasi di rivolta ai milanesi presenti in pieno centro città che applaudono l'azione. Infine si allontana in bicicletta mettendosi in salvo. Su tale fatto, negli anni Sessanta, Dario Fo comporrà una ballata di stile popolare dedicata anche a Pesce: LA GAP. Anche la strage delle Fosse Ardeatine origina da un'azione dei GAP. Occorre fare una premessa: nell'inverno tra '43 e '44 a Roma il terrore nazista è guidato dal capo della Gestapo, l'ufficiale delle SS Herbert Kappler, già resosi protagonista della razzia del ghetto ebraico e della successiva deportazione, il 16 ottobre 1943, di 1.023 ebrei romani verso i Campi di sterminio.
Seguono rastrellamenti ed arresti di antifascisti e semplici sospetti che sgominano quasi ogni gruppo della Resistenza romana, che si ritrova a perdere prima gli elementi militari, quindi quelli trockijsti di “Bandiera Rossa”. Anche gli aderenti a “Giustizia e Libertà” e al Partito Socialista e i sindacalisti socialisti (come Bruno Buozzi) subiscono forti decimazioni negli arresti compiuti dalle varie polizie tedesche, da quella italiana e dalle bande italiane sotto controllo tedesco (come la Banda Koch). Solo i GAP comunisti riescono a mantenere una buona efficienza operativa. Il 23 marzo 1944, anniversario della fondazione dei fasci di combattimento, 12 partigiani del GAP romano sono protagonisti dell'azione di guerra partigiana in via Rasella rivolta contro l'11° compagnia del III battaglione del Polizeiregiment “Bozen”. È utilizzata una bomba a miccia ad alto potenziale; collocata in un carrettino per la spazzatura urbana, confezionata con 18 kg di esplosivo misto a spezzoni di ferro; dopo l'esplosione sono lanciate alcune bombe a mano. Vengono uccisi sul colpo 32 militari tedeschi; un altro soldato muore il giorno successivo (altri 9 sarebbero deceduti in seguito). Segue la criminale rappresaglia tedesca, che reagisce assassinando 10 italiani per ogni tedesco morto. Il 24 marzo vengono giustiziati 335 (5 in più «per errore») civili e militari italiani.
Altra organizzazione importante sono le Squadre di Azione Patriottica (SAP) che nascono nell’estate del 1944, soprattutto nelle campagne, dove agiscono agli ordini dei CLN locali.
I loro compiti prioritari: difendere i villaggi dalle incursione armate e occultare il grano sottratto all’ammasso fascista. Le formazioni sono composte da circa 15-20 uomini. Accanto a quelle contadine, nascono presto le SAP all’interno delle maggiori fabbriche dei grandi centri industriali: le ritroviamo nel Pavese e nel Biellese, dove la presenza operaia non è inferiore a quella delle grandi città. A Torino, già nel novembre del 1943, il Partito comunista ha organizzato 80 squadre per un totale di 700 uomini. Compito principale nelle fabbriche è quello di organizzare il sabotaggio della produzione, quando necessario, e gli eventuali scioperi, oltre che di collaborare con i GAP (Gruppi di azione patriottica) nelle vie cittadine: per Luigi Longo le SAP sono «la punta ardita, l’avanguardia armata delle fabbriche». Le squadre contribuiscono ad allargare la base di massa della Resistenza coinvolgendo nella lotta vasti strati della popolazione rimasti esclusi in una prima fase.
La loro azione è determinante sia per gli scioperi operai che nel 1944 infliggono un duro colpo ai nazifascisti sia al momento dell’insurrezione generale della primavera 1945.
Col tempo divengono formazioni di alto profilo militare, fino alla quasi indistinguibilità con i GAP. Lo sciopero generale del marzo 1944, al quale partecipa oltre un milione di lavoratori, è il più grande sciopero generale nell’Europa occupata dai tedeschi; esso segna l’inizio delle battaglie offensive partigiane della primavera e dell’estate di quell’anno.
È stato preparato dalla direzione comunista dell’Alta Italia, ma l’intero Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia è stato investito della responsabilità dell'operazione.
Non si può trascurare il ruolo del Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà. Fondato da Giancarlo Pajetta nel settembre-ottobre 1943, è un'organizzazione unitaria di massa tra i cui dirigenti spiccano i nomi di Gillo Pontecorvo, Raffaele De Grada, Elio Vittorini, Aldo Tortorella. In novembre la direzione passa nelle mani di Eugenio Curiel, in sostituzione di Pajetta, chiamato ad altri incarichi. La maggior parte dei militanti sono giovani comunisti ma lo stesso Partito comunista raccomanda di garantire la più ampia partecipazione dei giovani di altri partiti. Da qui, nel gennaio 1944, l'incontro fra Curiel e Pontecorvo, del PCI, con Dino Del Bo e Alberto Grandi, rappresentanti del movimento giovanile della DC, che porta all'accordo unitario che si estende rapidamente alle organizzazioni giovanili del PSIUP e del Partito d’azione. Quali sono i compiti dei giovani delle varie categorie sociali?
Gli operai devono esigere la cessazione dei licenziamenti, appoggiare le rivendicazioni sindacali e sviluppare la partecipazione giovanile a tutte le lotte di fabbrica; gli studenti devono smascherare gli insegnanti e le autorità scolastiche di ogni grado che si siano resi complici dei fascisti; i contadini devono affiancare le lotte nelle campagne contro le requisizioni a favore di fascisti e nazisti. Lo scopo: «convogliare tutte le forze giovanili per potenziare il contributo alla guerra di liberazione nazionale, dare ai giovani una palestra nella quale poter compiere la loro educazione democratica, superando ogni residua mentalità fascista». (Curiel, da La nostra lotta nel novembre 1944) Curiel è ucciso il 24 febbraio 1945 a Milano. Lascia un'organizzazione solida dai numeri significativi: 3.800 membri in Piemonte, 2.100 in Liguria, 2.700 in Lombardia, 3.000 in Emilia.
Occorre citare il ruolo dei commissari politici, fondamentali nel rieducare a valori democratici e progressisti un'intera generazione di partigiani e patrioti, gravati da un ventennio di retorica fascista. È da segnalare anche l'importanza delle quindici “Repubbliche partigiane”: le “piccole”, come la Val di Lanzo, la Val Maira, le Langhe, la Valsesia in Piemonte, l’Oltrepò pavese in Lombardia, la Repubblica di Torriglia in Liguria, la repubblica di Montefiorino nell’Appennino bolognese; e le “grandi”, come la Val d’Ossola e l’Alto Monferrato in Piemonte, la Carnia e gran parte del Friuli. In queste zone temporaneamente liberate si costituiscono organi di potere popolare: le popolazioni riacquistano la libertà dopo vent’anni di dittatura fascista e, in stretta collaborazione con i partigiani, si autogovernano democraticamente. I Comitati di Liberazione Nazionale preparano le liste dei candidati ma spesso le elezioni avvengono direttamente per alzata di mano fra i partecipanti all’assemblea. Vengono costituite delle amministrazioni popolari che provvedono a calmierare i prezzi dei generi alimentari, a distribuire il pane e la carne, a combattere il contrabbando e il mercato nero. Le nuove Giunte comunali e i comandi partigiani modificano profondamente a vantaggio popolare l’accertamento e la riscossione delle imposte; in alcune località vengono sperimentate nuove forme di contratti agrari.
Dovunque si provvede agli ospedali, alle scuole, ai ricoveri per i vecchi, agli asili; dove è possibile si sviluppano anche alcune attività culturali, con cinegiornali, mostre fotografiche, mostre di disegni di vita partigiana. La giustizia è amministrata in modo nuovo: nella repubblica della Carnia vengono istituiti dei tribunali del popolo, composti da rappresentanti delle organizzazioni di massa e da un rappresentante dei partigiani.
Il Combattente, organo delle Brigate garibaldine, aveva dato le seguenti indicazioni:
«Bisogna che, dove sono passati i partigiani, resti una traccia di insegnamento politico indistruttibile; i villaggi partigiani, le zone libere, devono essere i modelli dello Stato italiano democratico». Infine bisogna segnalare la partecipazione alla Resistenza partigiana anche di un numero stimato tra i 5000-5500 sovietici (si veda a riguardo Partigiani sovietici nella Resistenza italiana di Mauro Galleni, 1967). Un esempio: in Friuli nasce un “Battaglione Stalin” della Divisione Garibaldi “Carnia”. Il suo reparto è composto da friulani, russi, slavi e polacchi, alla cui guida viene designato l’ufficiale sovietico Danijl Varfolomeevič Avdeev (nome di battaglia di “Comandante Daniel”), decorato con Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria con la seguente motivazione:
«Ufficiale della Cavalleria sovietica, si sottraeva alla deportazione nazista e attraverso la Svizzera, guidando un gruppo di connazionali, dopo dura e arditissima marcia, giungeva nelle Prealpi carniche in Friuli. Qui riuniva in un reparto unico tutti i cittadini sovietici sfuggiti alla prigionia nazista e si metteva agli ordini del comando Garibaldi del Friuli, operando con coraggio e sagacia contro il comune nemico. Nel novembre del 1944, durante la violenta offensiva nazista lungo le valli dell’alto Tagliamento e dell’Arzino, Danijl Varfolomeevič Avdeev, con alcuni partigiani, nel tentativo di far saltare la strada da dove irrompeva il nemico, venne sopraffatto da ingenti forze naziste e dopo strenua ed eroica difesa, che permetteva lo sganciamento dei partigiani italiani, cadde in un sublime atto di eroismo donando la sua giovane vita alla causa della liberazione d’Italia».
Nel corso del periodo storico che va dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, cioè nell’arco di tempo di 1 anno e 8 mesi, infuria la lotta armata antifascista che coinvolge, complessivamente, 256.000 combattenti (secondo i dati ufficiali delle Commissioni per il riconoscimento della qualifica di partigiano). Il 60% di questi partigiani, vale a dire 153.000 uomini e donne, sono inquadrati nelle Brigate Garibaldi, in cui la principale funzione dirigente spetta al Partito comunista.20 La mistificazione e la cancellazione del merito storico dei comunisti, mostrata ampiamente da questi dati fin qui riportati, è storia vecchia, legata alla disinformazione e alla rimozione scientificamente portate avanti nel periodo della guerra fredda. Avendo iniziato questo capitolo con un pezzo sul revisionismo storico, non si potrà non far notare come già nel 1954 Pietro Secchia21 esponesse i rischi di una riscrittura della storia tesa ad emarginare tale ruolo primario:
«Vi sono oggi due teorie che più delle altre cercano di farsi strada. L'una è quella dei responsabili del fascismo i quali per cancellare i loro tradimenti e le loro responsabilità sostengono che bisogna dimenticare il passato, che non bisogna più parlare né di fascismo, né di Resistenza, che tutti, fascisti ed antifascisti, hanno le stesse colpe e gli stessi meriti e così via. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, ecc. L'altra teoria è quella di coloro che avversarono quasi sempre il fascismo, ma che non mossero dito per combatterlo, ed attesero l'undicesima ora per uscire dalla loro inerzia, dalla loro passività e dalla loro prudenza. Costoro tentano oggi di creare la leggenda che tutti gli italiani furono per la Resistenza, che il movimento partigiano non venne organizzato da nessuno, ma fu un fenomeno spontaneo. Ognuno sentì, dicono costoro, dal profondo dell'animo una voce: qualcuno la chiama la voce della patria, altri la voce della coscienza ed altri infine la voce di Dio. Questa comoda teoria, sostenuta ed appoggiata dai ceti borghesi, da quei partiti che non avendo dato molto tendono a sottovalutare l'apporto della classe operaia (e che in ogni caso hanno ragioni politiche per non dare a Cesare quel che è di Cesare ed al partito comunista ciò che gli spetta), fa parte anch'essa dell'azione delle forze conservatrici per avvilire o svalutare quest'epica lotta del nostro popolo. Quando avanziamo questi rilievi ci si accusa, noi comunisti, di voler monopolizzare la Resistenza. È assolutamente falso. Non abbiamo mai voluto monopolizzare la Resistenza, vogliamo semplicemente che il contributo dato dalla classe operaia e dal partito comunista non sia ignorato, né sottovalutato. Vogliamo ricordare che per oltre vent'anni i comunisti combatterono il fascismo e lo combatterono per molto tempo da soli. Vogliano ricordare che i comunisti furono alla testa di quei grandi scioperi di Milano e di Torino del marzo 1943 che assestarono colpi decisivi al regime fascista. Vogliamo ricordare che all'8 settembre i comunisti, ovunque vi furono dei patrioti in lotta tanto a Roma, che a Torino ed a Milano, si trovarono alla loro testa. Vogliamo ricordare che il Partito comunista italiano sin dal 9-10 settembre - com'è provato dai fatti e dai documenti - lanciò un appello agli italiani perché prendessero le armi e formassero i distaccamenti partigiani. Vogliamo non siano dimenticate quali sono state le condizioni effettive in cui si è sviluppata la Resistenza come fatto politico, militare e sociale, quali furono le forze motrici della Resistenza e quali invece le forze che, pur partecipando ai comitati di liberazione nazionale ed al Corpo dei volontari della libertà, fecero da remora e praticamente tentarono di limitare la guerra di liberazione, di impedire o fare fallire l'insurrezione nazionale. Protagonista principale della lotta partigiana e della Resistenza fu la nuova classe dirigente, la classe operaia, ed il contributo maggiore assieme a tutte le altre forze democratiche venne dato dall'avanguardia della classe operaia, il partito comunista.
Questo dev'essere detto».
17. S. Milazzo (a cura di), L'Ernesto Online intervista Domenico Losurdo, L'Ernesto-Marx21 (web), 24 novembre 2010.
18. P. Secchia, Il partito comunista italiano e la guerra di liberazione, cit., pp. 98-111.
19. A. Sonaglioni, Presenza e ruolo del PCI nella lotta di Liberazione, Convegno Nazionale promosso a Roma da Futura Umanità su La lotta di Liberazione e la costruzione della democrazia. Centralità dei partiti e ruolo del PCI, Futuraumanita.it, 23 ottobre 2015.
20. Le informazioni fin qui tratte sono la messa in prosa scritta di una serie di dati raccolti negli anni per preparare la lezione didattica dedicata alla Resistenza Partigiana. Fonti di riferimento: A. Desideri & M. Themelly, Storia e storiografia, cit.; R. Battaglia & G. Garritano, Breve storia della Resistenza Italiana, Editori Riuniti, Roma 1955; P. Secchia, I comunisti e l'insurrezione. 1943-1945, Editori Riuniti, Roma 1973; P. Spriano, Storia del Partito comunista, cit., voll. 7-8 - La Resistenza. Togliatti e il partito nuovo; A. Curatoli, Contro il revisionista Togliatti, CCDP, 4 settembre 2015; inoltre si è consultato Anpi.it e Wikipedia, Resistenza Italiana.
21. P. Secchia, I comunisti e l'insurrezione, cit., Introduzione, pp. 16-17.

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