18 Ottobre 2021

1.4. L'ITALIA OCCUPATA E IL REGIME COLLABORAZIONISTA DI SALÒ

«Guardiamo al nostro paese, che noi amiamo, per il bene del quale abbiamo lavorato e combattuto e al quale vogliamo dare e daremo, con la vittoria della democrazia e del socialismo, felicità, benessere e progresso, sicurezza, indipendenza, libertà e pace. Assai spesso i nemici dei lavoratori tentano di contestare il patriottismo dei comunisti e dei socialisti invocando il loro internazionalismo e presentandolo come una manifestazione di cosmopolitismo, di indifferenza e di disprezzo per la patria. Anche questa è una calunnia. Il comunismo non ha nulla di comune col cosmopolitismo. Lottando sotto la bandiera della solidarietà internazionale dei lavoratori, i comunisti di ogni singolo paese, nella loro qualità di avanguardia delle masse lavoratrici, stanno saldamente sul terreno nazionale. Il comunismo non contrappone, ma accorda e unisce il patriottismo e l'internazionalismo proletario poiché l'uno e l'altro si fondano sul rispetto dei diritti, delle libertà dell'indipendenza dei singoli popoli. È ridicolo pensare che la classe operaia possa staccarsi, scindersi dalla nazione. La classe operaia moderna è il nerbo delle nazioni, non solo per il suo numero, ma per la sua funzione economica e politica. L'avvenire della nazione riposa innanzi tutto sulle spalle delle classi operaie. I comunisti, che sono il partito della classe operaia, non possono dunque staccarsi dalla loro nazione se non vogliono troncare la loro radici vitali. Il cosmopolitismo è una ideologia del tutto estranea alla classe operaia. Esso è invece l'ideologia caratteristica degli uomini della banca internazionale, dei cartelli e dei trusts internazionali, dei grandi speculatori di borsa e dei fabbricanti di armi. Costoro sono i patrioti del loro portafoglio. Essi non soltanto vendono, ma si vendono volentieri al migliore offerente tra gli imperialisti stranieri».
(Palmiro Togliatti, Il patriottismo dei comunisti, Rinascita, anno II, n° 7-8, luglio-agosto 1945)
La tragedia dell'8 settembre, con l'occupazione tedesca subita quasi senza colpo ferire, si sarebbe potuta evitare dando direttive ben precise, come spiega Secchia13:
«Il 31 agosto la direzione del PCI presentò al Comitato delle opposizioni e al governo un Promemoria sulla necessità urgente di organizzare la difesa nazionale contro l'occupazione e la minaccia di colpi di mano da parte dei tedeschi, il cui testo era il seguente: “La continuazione della guerra è contraria agli interessi dell'Italia e risponde solo alle esigenze dell'imperialismo tedesco e della cricca nazista. L'aspirazione unanime e più urgente del popolo italiano è la pace. Alla realizzazione della pace si oppone la presenza in Italia delle truppe tedesche. Il loro continuo afflusso indica la ferma intenzione del governo nazista di intervenire, nelle questioni politiche interne del nostro paese, in favore dei fascisti e costituisce un impedimento alla libera iniziativa del popolo italiano in favore della pace. È necessario perciò spezzare ogni ostacolo alla pronta realizzazione della pace. A questo fine si deve:
a) rompere immediatamente e decisamente ogni patto di alleanza e di collaborazione con la Germania;
b) concludere un accordo di armistizio con le Nazioni Unite;
c) prepararsi a respingere con la forza ogni iniziativa od intervento tedesco o fascista che tenda ad opporsi alla volontà di pace del popolo italiano;
d) in caso di conflitto armato con le forze tedesche, tutte le formazioni militari, anche quelle che si trovassero in territorio provvisoriamente occupato dai tedeschi, devono ricevere l'ordine di opporsi con tutte le loro forze all'usurpatore, respingendo ogni idea di compromesso o di capitolazione;
e) organizzare la collaborazione armata dell'esercito e della popolazione, procedendo alla formazione e all'armamento di unità popolari che, ripetendo le gloriose tradizioni garibaldine del Risorgimento, diano alla guerra un chiaro e preciso carattere di liberazione nazionale;
f) stabilire in tutte le località dei contatti e degli accordi tra i comandi militari e le rappresentanze del Fronte nazionale per fare fronte a tutte le esigenze di lotta;
g) sviluppare una politica di fraternizzazione tra esercito e popolazione, impedendo ogni atto di ostilità da parte delle forze armate contro le masse popolari;
h) liquidare tutte le sopravvivenze fasciste nell'apparato dello stato, dell'amministrazione e dell'esercito disarmando la milizia volontaria per la sicurezza nazionale ed eliminando dai posti di comando tutti i fascisti e fascistizzanti. Nello stesso tempo si debbono portare ai posti di maggiore responsabilità uomini di sicura fede democratica, decisi a lottare sino in fondo contro l'occupante tedesco ed i suoi strumenti: i fascisti italiani
”.
Questo documento, elaborato da Luigi Longo, non venne formalmente respinto dal maresciallo Badoglio, il quale tuttavia, già riluttante a contrapporre ai tedeschi persino l'esercito regolare, in sostanza lo ignorò anche se in quei giorni autorizzò il generale Giacomo Carboni a prendere contatto con esponenti antifascisti ed anche con i comunisti ai quali promise la consegna di un certo quantitativo di armi e munizioni».
Così non è andata. Nel centro-nord del paese nasce, con capitale Salò, la Repubblica Sociale Italiana (RSI), un regime fantoccio controllato dai tedeschi, come spiega lo stesso Mussolini in un promemoria del 8 ottobre 1943:
«Le autorità politiche tedesche hanno nominato un Governo fascista per puri motivi di interesse politico interno tedesco. Le autorità militari germaniche, e lo Stato maggiore in particolare, con visione ristretta della situazione, non desiderano dare alcuna possibilità di sviluppo a tale Governo, e ne ostacolano in tutti i modi ogni attività. Tale Governo è pertanto un Governo fantoccio e chi governa in Italia sono le autorità militari tedesche».14
Per ottenere un minimo di consenso ed omettere la propria natura collaborazionista con l'occupante straniero il regime mussoliniano ripropone un gergo delle origini tendente ad una certa fraseologia anticapitalista, presente anche in alcuni documenti e provvedimenti legislativi, mai però messi concretamente in pratica. La realtà è ben diversa:
«nei 20 mesi in cui si sviluppa la lotta resistenziale, gli occupanti tedeschi, spesso assistiti attivamente dai collaborazionisti fascisti – i quali non esitano, in numerose occasioni, a rendersi protagonisti in modo autonomo dell'esercizio della brutalità –, infieriscono nei confronti della popolazione, dei partigiani, dei soldati disarmati, delle minoranze religiose, degli ex prigionieri di guerra in mani italiane. […] Le vittime, secondo l'analisi dettagliata che ha prodotto l'Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia15 – al quale si rimanda – sono più di 23.000 in circa 5.550 episodi, compresi nell'arco cronologico che va dal luglio 1943 al maggio 1945. L'Atlante è il prodotto di una ricerca voluta dall'ANPI e dall'INSMLI (Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia) e finanziata dal governo della Repubblica Federale Tedesca. È stato reso disponibile online il 7 aprile 2016. Al di là degli episodi noti – Fosse Ardeatine, Sant'Anna di Stazzema, Marzabotto-Monte Sole etc. – quello delle stragi naziste e fasciste risulta un fenomeno diffuso e capillare sul territorio nazionale. I reparti responsabili appartengono sia alle forze armate regolari del Reich (la Wermacht), sia alle SS, sia alle formazioni della RSI».16
13. P. Secchia, Il partito comunista italiano e la guerra di liberazione, Feltrinelli-CCDP, Milano 1973, pp. 98-111.
14. Citato in M. Franzinelli, Le stragi nascoste. L'armadio della vergogna. L'impunità e rimozione dei crimini di guerra nazifascisti 1943-2001, Mondadori, Milano 2003, p. 70.
15. Istituto Nazionale Ferruccio Parri (ex INSMLI) & Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia, Straginazifasciste.it.
16. ANPI, Le stragi nazifasciste, Anpi.it, 14 gennaio 2011.

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