02 Agosto 2021

1.1. LA RETE CLANDESTINA DEI COMUNISTI

«I comunisti si impegnarono nella resistenza non solo perché la struttura del partito d'avanguardia leniniano era costituita da quadri disciplinati e generosi la cui forza era finalizzata all'azione incisiva, ma anche perché quei corpi di “rivoluzionari di professione” erano stati creati proprio per affrontare situazioni estreme come l'illegalità, la repressione e la guerra. Infatti, “solo loro avevano previsto la possibilità di una guerra di resistenza” […]. In questo differivano dai partiti socialisti di massa, per i quali era quasi impossibile operare in assenza della legalità […]. Due altre caratteristiche consentivano ai comunisti di assumere un ruolo di primo piano nella resistenza: l'internazionalismo e la convinzione appassionata, quasi mistica, di dedicare la propria vita ad una causa […]. Il primo aspetto permetteva loro di mobilitare uomini e donne più sensibili all'appello antifascista che a qualunque appello patriottico. […] Il secondo aspetto generava quella combinazione di coraggio, sacrificio e spietatezza che impressionò perfino gli avversari […]. I comunisti, secondo il parere di uno storico di idee politiche moderate, erano “i più coraggiosi dei coraggiosi” (Foot, 1976 […]), e sebbene l'organizzazione disciplinata desse loro migliori probabilità di sopravvivenza nelle prigioni e nei campi di concentramento, le loro perdite furono pesanti».
(Eric Hobsbawm)7
La Storia della Resistenza partigiana parte da lontano e trova il suo nucleo nella volontà del Partito Comunista d'Italia di mantenere una rete organizzativa militante durante tutto il ventennio fascista. Leggiamo la ricostruzione fatta dal Fronte della Gioventù Comunista8:
«Ogni storico onesto, ogni uomo che conosca la storia del nostro paese non può non ricordare il contributo che i comunisti, negli anni della clandestinità diedero alla ricostruzione di una rete di opposizione al regime fascista nel paese. Una rete fatta di presenza nelle fabbriche, di collegamenti, di radicamento diretto tra le masse. Dopo essere riusciti a ristabilire all’estero una direzione del Partito, a differenza di molti partiti antifascisti che esaurivano la propria attività in azioni morali, velleitarie e inconcludenti, i comunisti compresero che era necessario rinsaldare i legami con la classe operaia e le masse popolari italiane, ricostituendo un centro interno, in Italia, per l’azione del partito. Qualsiasi storico onesto, chiunque conosca la nostra storia, deve riconoscere che è qui che sono le radici della Resistenza, con quel processo di analisi e cambiamento della linea politica del partito che conosciamo come “svolta del ‘29”, che facendo tesoro della lezione degli anni bui e degli errori fatti in precedenza, crea le premesse per ricostruire in Italia il partito, e divenire nelle masse unico elemento di un’opposizione certo clandestina, certo nascosta, ma presente e pronta a balzare alla luce quando fosse necessario.
La svolta del ’29 che anticipa una serie di riflessioni interne all’Internazionale Comunista è un vanto della storia della gioventù comunista, perché per essa si spesero più di tutti e con maggiore convinzione i giovani dirigenti del PCI ed in particolare Luigi Longo e Pietro Secchia. È un monumento che ricorda a tutti noi le responsabilità storiche che ha la gioventù nella costruzione del movimento comunista ed in particolare nella straordinaria capacità dei comunisti di rialzarsi dopo le sconfitte. È la gioventù che prende le redini nel momento essenziale e che impone quella svolta con forza e convinzione. I lineamenti essenziali di questa decisione che il Partito prende allora possono essere così riassunti: stabilire cellule comuniste clandestine nelle fabbriche, a partire dalle grandi concentrazioni operaie del nord del paese, infiltrare i sindacati fascisti con l’obiettivo di rivolgere contro di essi i lavoratori; trovare elementi di contatto con le masse giovanili, coinvolte nelle attività del regime fascista; rinsaldare i legami delle federazioni, rendere quei circa 2.000 comunisti rimasti nel paese, elementi di avanguardia della lotta contro il fascismo, curandosi allo stesso tempo di prevenirne gli arresti, rendere il loro lavoro per quanto possibile sicuro per non perdere elementi, cosa che accadde di continuo ed in modo inevitabile, ma da cui i comunisti seppero sempre rialzarsi e combattere con più forze. […] A differenza dei partiti antifascisti che fecero del presunto esempio morale l’attività principale, il Partito Comunista mirò sempre alla concretezza nella sua attività a ristabilire e fortificare il contatto con le masse. Tutti i professionisti, specialmente i professori, dovevano giurare fedeltà al fascismo, mantenendo le proprie posizioni e continuando quella lenta ed incessante opera di opposizione, dalla propria posizioni di forza all’interno dei luoghi di lavoro, delle scuole, delle università, dell’apparato statale fascista, per individuare elementi di opposizione e coinvolgerli nell’azione del partito, pronti a scatenare quando ve ne fossero le condizioni, quelle rivendicazioni di classe che sole potevano smascherare agli occhi dei lavoratori la natura oppressiva e antipopolare del fascismo. Questa azione lenta e incessante non cadde sotto i colpi dell’OVRA, la polizia fascista che pure grazie all’opera di infiltrati riuscì spesso a distruggere interi settori dell’organizzazione. Furono centinaia e centinaia i dirigenti e i quadri comunisti incarcerati e mandati al confino, ma ad essi si sostituivano sempre nuovi dirigenti, nuovi quadri. Le organizzazioni distrutte dall’opera della polizia fascista venivano ricostituite e tornavano ad essere presenti. Questo anche durante gli anni più difficili, in cui il fascismo godeva nelle masse di un indiscusso consenso, e soprattutto aveva dalla sua in modo compatto tutta la grande borghesia industriale del nord e agraria del sud del paese. Le stesse parole usate dalla polizia fascista spiegano il perché di questa capacità del Partito Comunista. Ecco cosa scriveva il capo della polizia fascista nel 1930 in un documento riservato: “Il partito comunista, ammaestrato dalle dure lezioni ricevute in un passato ormai remoto, nell’anno scorso e nei primi mesi dell’anno corrente, ha perfezionato i sistemi di lotta, giungendo a procedimenti cospirativi che quasi non possono controbattersi con gli ordinari mezzi di polizia. Indubbiamente – bisogna costatare – i metodi di dirigenza intelligenti e abilissimi non avrebbero speranza di grandi successi pratici se non trovassero riscontro nell’audacia, che a volte rasenta la temerarietà dei comunisti e che – strenui difensori dell’idea – affrontano ogni rischio pur di riprodurre il manifestino di propaganda con mezzi di fortuna, distribuire la stampa, raccogliere fondi per il soccorso rosso”. Questo scriveva la polizia fascista.
È grazie a questa straordinaria azione di uomini comuni, che non si tirarono indietro di fronte alla prospettiva di anni di carcere, di confino, di requisizioni e problemi di ogni sorta per se stessi e per le proprie famiglie, in nome di un ideale superiore di libertà e giustizia, che si crearono le basi per la lotta al fascismo. Il contributo degli anni della clandestinità non deve essere dimenticato, perché senza di esso il Partito Comunista non avrebbe potuto esercitare il suo ruolo nella guerra di liberazione e la prova contraria è che quei partiti che non fecero lo stesso, che non affrontarono la stessa palestra di organizzazione e clandestinità si trovarono impreparati quando da questa dura e incessante guerra di posizione, gli eventi della guerra resero necessario il passaggio ad una forma di guerra aperta che unisse gli elementi più avanzati della classe operaia e delle masse popolari, verso la prospettiva insurrezionale. L’azione dei comunisti in quegli anni si svolse in stretto contatto con il movimento comunista internazionale. Senza l’Internazionale, senza l’URSS il partito avrebbe potuto ben poco. La Guerra Civile Spagnola – anche questa pagina dimenticata nella nostra storia – vide il Partito Comunista partecipare alla costituzione delle brigate internazionali. Qui per la prima volta combatterono le Brigate Garibaldi sotto il comando di valorosi capi politici e militari, come Luigi Longo, Guido Picelli, che in Italia era stato l’animatore dell’esperienza degli Arditi del Popolo. In essa forgiarono le loro capacità comandanti partigiani del calibro di Giovanni Pesce, che poi guiderà i GAP a Torino e Milano, Ilio Barontini, Antonio Roasio, Giuseppe Di Vittorio, tanto per citarne alcuni».
Per mantenere tale rete il Partito ha dovuto sporcarsi notevolmente le mani, rigettando ogni atteggiamento da “anime belle”, come spiega Michele Michelino9:
«Secondo dati ufficiali la disoccupazione passa dalle 320.787 unità del 1929 a 1.018.953 del 1933. Questo provoca inevitabilmente un accentuarsi degli scioperi e delle agitazioni, ma nonostante ciò l'organizzazione di massa clandestina dei comunisti non si sviluppa. La crisi cambia il rapporto fra le classi e l'evoluzione del PCI procede di pari passo. All'alleanza operai-contadini, perno della sua politica classista, il PCI va sostituendo quella interclassista, basata sugli appelli ai “fratelli in camicia nera”, affinché prendano coscienza delle “malefatte” del regime. In seguito agli arresti subiti e ancor più alla presa d'atto dell'aumento dei lavoratori iscritti al sindacato fascista (dal 50% del 1930 al 71% del 1933), il PCI scelse di entrare nei sindacati fascisti: tenendo conto che questi erano costretti a mantenere un certo contatto con i lavoratori riunendoli ogni tanto nelle assemblee, anche per procedere all'elezione dei fiduciari di fabbrica, il PCI poteva approfittarne per rafforzare la sua organizzazione. Ma il fascismo non fu solo repressione: la tattica del regime era quella del bastone e della carota. Mentre sottometteva agli interessi dell'economia nazionale (cioè degli industriali e degli agrari) gli operai, diede vita anche all'istituto degli assegni familiari (1934), alla legge sulla maternità a tutela dell'infanzia, a leggi contro gli infortuni, nel tentativo di legare a sé gli operai; però soltanto la gerarchia di fabbrica e le nuove fasce di aristocrazia operaia (che avevano soppiantato la vecchia nel nuovo processo di ristrutturazione) trovarono nel fascismo la forma politica che difendeva i loro interessi. Anche negli anni sotto il fascismo vi furono importanti lotte sindacali, sia pure inferiori per numero e intensità rispetto al periodo precedente».
Meritano naturalmente di essere ricordate non solo le lotte organizzate dei comunisti ma anche gli atti di Resistenza individuali. Tra questi vi è la protesta di Piero Martinetti (1872-1943), professore di filosofia teoretica a Milano: è uno dei 12 docenti (su oltre 1200) che nel 1931 si rifiutano di prestare giuramento di fedeltà al fascismo, perdendo così la cattedra. Per cogliere la tempra del suo carattere basti un aneddoto. Quando il socialista Lelio Basso, condannato al confino di Ponza nel 1928, si presenta scortato dagli agenti all’esame di filosofia, Martinetti comincia a interrogarlo, ma presto lo interrompe più o meno con queste parole: «Io non ho alcun diritto d’interrogarla sull’etica kantiana: resistendo a un regime oppressivo Lei ha dimostrato di conoscerla molto bene. Qui il maestro è Lei. Vada, trenta e lode». Ecco le scarne parole indirizzate da Martinetti al ministro della pubblica istruzione Balbino Giuliano per spiegare il proprio rifiuto di fedeltà al fascismo: «Sono addolorato di non poter rispondere con un atto di obbedienza. Per prestare il giuramento richiesto dovrei tenere in nessun conto o la lealtà del giuramento o le mie convinzioni morali più profonde: due cose per me ugualmente sacre». Sicuramente un esempio di splendida intransigenza, in tempi molto difficili, che va omaggiato. Proveniente peraltro non da un “pericoloso sovversivo” ma da una persona coerente con i propri valori liberali e con la schiena dritta. Assieme a lui un'eroica minoranza ha fatto altrettanto. Nella minuscola schiera figurano tre giuristi (Francesco ed Edoardo Ruffini, Fabio Luzzatto), un orientalista (Giorgio Levi Della Vida), uno storico dell'antichità (Gaetano De Sanctis), un teologo (Ernesto Buonaiuti), un matematico (Vito Volterra), un chirurgo (Bartolo Nigrisoli), un antropologo (Marco Carrara), uno storico dell'arte (Lionello Venturi) e un chimico (Giorgio Errera). Sbaglierebbe però chi pensi a tutti gli altri professori come opportunisti o fascisti.
Il più acido e censore nel condannare i docenti firmatari è l'esule Salvemini: «Nessun professore di storia contemporanea, nessun professore di italiano, nessuno di coloro che in passato s'erano vantati di essere socialisti aveva sacrificato lo stipendio alle convinzioni così baldanzosamente esibite in tempi di bonaccia». Salvemini sbaglia nella sua polemica populista; oltre all'opportunismo si trova tra molti firmatari un altro ragionamento: gli accademici più a sinistra seguono il consiglio di Togliatti, che invita i compagni professori a prestare giuramento. Mantenendo la cattedra, possono continuare a svolgere «un'opera estremamente utile per il partito e per la causa dell'antifascismo», educando culturalmente almeno una parte delle nuove generazioni, evitando così la completa fascistizzazione della società e mantenendo un centro di Resistenza culturale nel fondamentale campo dell'istruzione. Così ad esempio Concetto Marchesi motiva a Musatti la sua scelta di firmare. In questo caso siamo di fronte ad un'etica non di tipo formale come quella kantiana, meno “brillante” e luccicante all'apparenza, ma più pragmatica e che non può né deve essere svilita a causa della sua concretezza politica. Le anime belle vanno omaggiate, ma serve anche chi si sappia sporcare le mani per la collettività, avendo come unico obiettivo lo sviluppo dell'intellettuale collettivo, ossia la crescita della coscienza culturale e politica di quei ragazzi diventati gli antifascisti e comunisti della Prima Repubblica.10
7. E. Hobsbawm, Il Secolo Breve, cit., pp. 200-201.
8. Fronte della Gioventù Comunista, Il ruolo dei comunisti nella Resistenza, Intervento al Convegno Antifascismo è anticapitalismo, Senza Tregua, 25 aprile 2015.
9. M. Michelino, 1880-1993. Cento anni di lotte operaie, cit., cap. 3, paragrafo 2 - La “grande” crisi del 1929 e la svolta del PCI.
10. Fonti usate: R. Liucci, L’eretico Martinetti, italiano per caso, Il Fatto Quotidiano-Liberacittadinanza.it, 6 gennaio 2012; S. Fiori, I professori che dissero “NO” al Duce, La Repubblica-Storiaxxisecolo.it, 23 aprile 2000.