02 Agosto 2021

1.3. LA PRIMA CADUTA DI MUSSOLINI E IL GOVERNO DI BADOGLIO

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo approva (19 favorevoli, 7 contrari, 1 astenuto) l'ordine del giorno Grandi che mette in minoranza Mussolini. Il 25 luglio, il re, messo di fronte alla crisi del regime, destituisce e fa arrestare Mussolini, nominando il maresciallo Pietro Badoglio nuovo capo del governo. Il 26 luglio Badoglio forma un nuovo governo (appoggiato dalla monarchia, dalla Chiesa e dall’esercito) composto da tecnici e alti funzionari della burocrazia, il quale procede immediatamente a smantellare gli apparati della dittatura fascista. La reazione tedesca non si fa attendere. Hitler, che diffidava della monarchia e di Badoglio – nonostante questi si affretti a dichiarare la fedeltà dell’Italia alle alleanze belliche – inizia a maturare il proposito di assumere il controllo militare della penisola. Il disegno monarchico-badogliano ambisce a realizzare un ritorno alla situazione pre-fascista, evitando un rinnovamento istituzionale, lasciando intatte le strutture conservatrici in campo economico e sociale.
L'obiettivo è impedire che la caduta del fascismo metta in discussione l’ordinamento monarchico; per realizzare tutto ciò occorre innanzitutto sganciare l’Italia dalla Germania, inserendo il paese nella lotta delle potenze anti-naziste. Il programma del governo Badoglio è appoggiato con vigore da Churchill, preoccupato che in Italia si apra un processo anti-monarchico, politicamente e socialmente radicale. Nel frattempo, i partiti antifascisti (PCI, PSI, PdA), rimasti estranei al colpo di Stato del 25 luglio, riuniti in un comitato nazionale, premono per la costituzione di un governo di unità nazionale e per la rottura immediata con la Germania. L'obiettivo che monarchia e governo perseguono non ha nulla in comune con le speranze degli antifascisti: la monarchia scarta la possibilità della formazione di un governo nel quale siano inclusi i democratici – ciò avrebbe significato la rottura immediata dell'alleanza con la Germania e la richiesta di un armistizio agli Alleati – preferendo trasformare la dittatura fascista in una dittatura militare che continui la guerra. La sola ed esclusiva preoccupazione del re è evitare una sollevazione popolare. Alla folla in tripudio si risponde con lo stato di assedio. L'ordine viene mantenuto al prezzo di 83 morti, 308 feriti e 1554 arrestati, per la quasi totalità operai scioperanti e dimostranti. Cosa significa lo stato d'assedio? Lo spiega la circolare diramata dal generale Roatta a tutti i comandi militari:
«Muovendo contro gruppi di individui che perturbino ordine aut non si attengano a prescrizioni autorità militare, si proceda in formazione di combattimento et si apra il fuoco a distanza anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche. Medesimo procedimento venga usato da reparti in posizione contro gruppi di individui avanzanti […]. Non è ammesso il tiro in aria; si tira sempre a colpire come in combattimento […]. Apertura immediata del fuoco contro automezzi che non si fermano all'intimazione; i caporioni e istigatori di disordini, riconosciuti come tali, siano senz'altro fucilati se presi sul fatto, altrimenti siano giudicati immediatamente dal Tribunale di Guerra sedente in veste di Tribunale straordinario».
Certi comandi militari approfittano dello stato d'assedio per reprimere spontanee e legittime manifestazioni di gruppi politici. Il repubblicanesimo assunto da partiti e da uomini eminenti spaventa i circoli monarchici, che consigliano cautela, repressioni, reazione. Badoglio riceve dal sovrano un promemoria che riecheggia questi timori:
«L'attuale governo deve conservare e mantenere in ogni sua manifestazione il proprio carattere di governo militare come annunciato nel proclama del 26 luglio […] deve essere lasciato a un secondo tempo e a una successiva formazione di governo l'affrontare i problemi politici […] l'eliminazione presa come massima di tutti gli ex appartenenti al partito fascista da ogni attività pubblica deve quindi recisamente cessare […] la sola revisione delle singole posizioni deve essere attentamente curata per allontanare e colpire gli indegni e i colpevoli […] a nessun partito deve essere consentito né tollerato l'organizzarsi palesemente […] le commissioni costituite in misura eccessiva presso i ministeri sono state sfavorevolmente accolte dalla parte sana del paese; tutti, all'esterno e all'interno, possono essere indotti a credere che ogni ramo delle pubbliche amministrazioni sia ormai inquinato […] ove il sistema iniziato perdurasse si arriverebbe all'assurdo di implicitamente giudicare e condannare l'opera stessa del re […]
la stessa massa onesta degli ex appartenenti al partito fascista, di colpo eliminata senza specifici demeriti, sarà facilmente indotta a trasferire nei partiti estremisti la propria tecnica organizzativa, venendo così ad aumentare le future difficoltà di ogni governo d'ordine; la maggioranza di essa, che si vede abbandonata dal re, perseguitata dal governo, mal giudicata e offesa dall'esigua minoranza dei vecchi partiti che per venti anni ha supinamente accettato ogni posizione di ripiego, mimetizzando le proprie tendenze politiche, tra non molto ricomparirà in difesa della borghesia per affrontare il comunismo, ma questa volta sarà decisamente orientata a sinistra e contraria alla monarchia...»
Quando si parla al consiglio dei ministri di mandar via i prefetti troppo compromessi con il fascismo, Fornaciari, ministro degli Interni, non sa proporre che tre o quattro nomi. Alla Cultura Popolare il ministro Rocco ha conservato al loro posto tutti i capi servizio; la censura preventiva sulla stampa, istituita dal governo militare per motivi di guerra e di ordine pubblico, continua ad essere operativa con criteri reazionari: è vietato occuparsi delle responsabilità del fascismo, nonché qualsiasi accenno alle persone che nel fascismo hanno rappresentato una parte qualsiasi; la censura vieta persino di dare notizia della scomparsa di Ciano da casa sua. I giornali escono con grandi finestre bianche nel testo degli articoli di fondo e nelle colonne delle informazioni. I gerarchi fascisti sono per la maggior parte lasciati liberi. La Milizia è sciolta, ma incorporata nell'Esercito; gli squadristi, invece di essere arrestati o sorvegliati, sono arruolati proprio in quelle formazioni che più avrebbero bisogno di essere sottratte ad ogni influsso fascista che ne mina la compattezza. È emanato l'ordine che i podestà fascisti rimangano ai loro posti: a Roma viene arrestata e tradotta a Regina Coeli una commissione democratica di ingenui cittadini che si era recata in Campidoglio per chiedere la rimozione del governatore di nomina fascista. L'amnistia ai detenuti politici è ottenuta per l'intervento energico del Comitato delle opposizioni di cui fanno parte Buozzi, Bonomi, De Gasperi, Ruini, Salvatorelli, Amendola. È emanata l'amnistia per i detenuti, ma ne restano esclusi sulle prime i comunisti, molti dei quali, anche quando è rimossa l'assurda parzialità – che colpisce il 90% dei detenuti e l'80% dei confinati politici - possono uscire solo in agosto, se non ai primi di settembre.
Scrive Luigi Longo nel suo libro Un popolo alla macchia:
«Leo Lanfranco, l'uomo che nel marzo aveva diretto il primo grande sciopero della Fiat (verrà fucilato dai tedeschi nel 1945 perché comandante di una divisione partigiana), fu arrestato da Badoglio in agosto. Quarantasette antifascisti napoletani, rei di aver tenuto una riunione pubblica, furono arrestati nello stesso mese, e un mese più tardi scamparono per miracolo al massacro che i tedeschi, prima di sgombrare la città, avevano deciso di effettuare. Emilio Sereni una delle figure più notevoli della Resistenza reduce da anni e anni di carcere, di confino e dal “maquis” francese fu processato in regime badogliano, insieme a molti altri suoi compagni di lotta. Di questi, alcuni furono anche condannati a morte, e sottratti alla esecuzione solo nella confusione dell’8 settembre. Sereni stesso, e altri condannati a decine di anni di reclusione, poterono essere liberati dai partigiani soltanto un anno dopo, strappati dalle mani dei teschi e dei repubblichini. Noi di Ventotene fummo tra gli ultimi ad essere liberati; per lunghi giorni i compagni temettero seriamente per la nostra sorte, essendo l'isola sottoposta a pericoli di bombardamento e scarseggiando i mezzi di trasporto necessari per ricondurci in continente».
L’armistizio viene firmato il 3 settembre 1943 a Cassibile, in Sicilia, ma la notizia è resa pubblica solamente alle 19.45 dell’8 settembre 1943, attraverso un comunicato radiofonico, cogliendo completamente impreparati i capi militari e le truppe, lasciati colpevolmente da Badoglio senza istruzioni operative. Il 9 settembre Badoglio e il re fuggono da Roma, dirigendosi a Pescara e poi, via mare, verso Brindisi, nella zona occupata dagli Alleati.
I giorni successivi segnano il crollo dell’intera organizzazione dell’esercito italiano.
I tedeschi, nel quadro dell’operazione Alarico, catturano e disarmano in breve 600.000 soldati italiani (in maggioranza inviati nei campi d’internamento in Germania), dilagando su tutto il territorio italiano non ancora occupato dagli alleati. La sorte delle truppe italiane stanziate all’estero è tragica: la gran parte sono fatte prigioniere dai tedeschi; i pochi presidi che oppongono eroicamente resistenza (Corfù e Cefalonia) sono barbaramente sterminati.
Il governo Badoglio dei “quarantacinque giorni” ha portato l’Italia fuori dall’alleanza tedesca in modo così inefficiente da determinare una tragedia per la popolazione civile, vittima del brutale regime di occupazione tedesca.12
12. Fonti usate: ANPI Lissone, Dal 25 luglio all’8 settembre 1943, Anpi-lisson.over.blog.com, 23 luglio 2011; Archivi della Resistenza – Circolo Edoardo Bassignani, 25 luglio - 8 settembre 1943: i “quarantacinque giorni” del governo Badoglio, Archividellaresistenza.it; ANPI, Date cruciali: 25 luglio e 8 settembre 1943, Anpi.it, 25 dicembre 2010.