02 Agosto 2021

1.6. LA RESISTENZA FEMMINILE E LA CONQUISTA DEI DIRITTI POLITICI

«C'è, nei confronti delle donne che hanno partecipato alla Resistenza, un misto di curiosità e di sospetto... È comprensibile... che una donna abbia offerto assistenza a un prigioniero, a un disperso, a uno sbandato, tanto più se costui è un fidanzato, un padre, un fratello… L'ammirazione e la comprensione diminuiscono, quando l'attività della donna sia stata più impegnativa e determinata da una scelta individuale, non giustificata da affetti e solidarietà familiari. Per ogni passaggio trasgressivo, la solidarietà diminuisce, fino a giungere all'aperto sospetto e al dileggio». (Miriam Mafai)22
Per decenni non si è sottolineata abbastanza la massiccia partecipazione delle donne alla Resistenza Partigiana. I loro compiti principali consistono nel recapitare informazioni (staffette), nel fornire assistenza ai partigiani e nell'impegno in campo politico e sanitario.
Rilevante è la formazione (su iniziativa del PCI), nell'autunno del 1943, dei GDD (Gruppi di Difesa delle Donne e di assistenza ai combattenti), un'organizzazione unitaria «aperta a tutte le donne di ogni ceto sociale e di ogni fede politica e religiosa, che vogliano partecipare all'opera di liberazione della patria e lottare per la propria emancipazione». I Gruppi di difesa della donna partecipano all'agitazione nelle fabbriche, organizzano scioperi contro fascisti e tedeschi e assicurano l'assistenza alle famiglie dei carcerati, dei deportati e dei caduti.
Le aderenti stampano un giornale, Noi Donne, attraverso il quale emerge la loro volontà di esprimersi sul proprio futuro. I GDD vengono riconosciuti ufficialmente dal CLN nell'ottobre del 1944 e diventano un movimento di massa, favorendo l'apprendimento politico di migliaia di donne come Ada Gobetti: dirigente del GDD e nello stesso tempo membro del PCI.
Le donne hanno anche combattuto, scontrandosi con la diffidenza dei partigiani maschi. Tra gli esempi più gloriosi quello di Carla Capponi, che partecipa alla Resistenza romana e diventa vice comandante di una formazione operante a Roma. I compagni le avevano impedito il possesso di armi, preferendo si occupasse di altre mansioni; così nell'ottobre del 1943, sopra un autobus affollato, Carla ruba una pistola ad un soldato della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) che si trova al suo fianco. Nel 1944 è tra gli organizzatori dell'attentato di via Rasella contro una formazione dell'esercito tedesco (quello che avrà come conseguenza il massacro delle Fosse Ardeatine). È stata riconosciuta partigiana combattente con il ruolo di capitano e decorata con la medaglia d'oro al valor militare per le numerose imprese a cui ha partecipato.
Il primo distaccamento di donne combattenti sorge in Piemonte, alla metà del 1944 presso la Brigata garibaldina, “Eusebio Giambone”. In tutto sono state 35.000 le partigiane, inquadrate nelle formazioni combattenti; 20.000 le patriote, con funzioni di supporto; 70.000 le donne organizzate nei Gruppi di difesa; 16 le medaglie d'oro, 17 quelle d'argento; 512 le commissarie di guerra; 683 le donne fucilate o cadute in combattimento; 1750 le donne ferite; 4633 le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti; 1890 le deportate in Germania. Sono i numeri ufficiali dati dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia (ANPI).
Queste le cifre che hanno permesso alle donne di rivendicare e ottenere, con 27 anni di ritardo rispetto all'Unione Sovietica, il diritto di voto, decretato il 1° febbraio 1945 per coloro che abbiano età pari o superiore ai 21 anni. Il diritto, fortemente voluto dal PCI di Togliatti (ma anche da altre forze politiche) è conquistato anche e soprattutto grazie allo spirito mostrato dalle donne partigiane nella lotta al nazifascismo. La prima volta in cui le donne possono mettere in pratica tale diritto di voto assume una valenza ancor maggiore poiché avviene in occasione del referendum del 2 giugno 1946 in cui si è chiamati a scegliere fra Monarchia e Repubblica.
In quella stessa data si vota per l'elezione dell'Assemblea Costituente sui cui banchi siedono le prime parlamentari: nove della DC, nove del PCI, due del PSIUP ed una dell'Uomo qualunque. Il diritto di voto alle donne è introdotto nella legislazione internazionale nel 1948 quando le Nazioni Unite adottano la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. come stabilito dall'articolo 21: «Chiunque ha il diritto di prendere parte al governo del proprio paese, direttamente o attraverso rappresentanti liberamente scelti. […] La volontà del popolo dovrà costituire la base dell'autorità di governo; questa sarà espressa mediante elezioni periodiche e genuine che si svolgeranno a suffragio universale e paritario e che saranno tenute mediante voto segreto o mediante procedure libere di voto equivalenti».
Il suffragio femminile viene considerato un diritto nella Convenzione sull'Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione Contro le Donne, adottata dalle Nazioni Unite nel 1979. Da ricordare che nella “civilissima” Svizzera le donne hanno diritto di voto solo dal 1971, mentre tutt'oggi le donne vedono negarsi o restringersi il diritto di voto in alcuni paesi in cui è ancora forte il peso delle religioni monoteiste. Tra questi l'Arabia Saudita e la Città del Vaticano. Non risulta che questi Stati siano nelle “black list” degli USA per il mancato rispetto dei diritti civili.23
22. Citato in K. Romagnoli, Donne, la Resistenza “taciuta”, Storiaxxisecolo.it.
23. Fonti usate: ANPI, Le donne nella Resistenza, Anpi.it, 11 gennaio 2011; S. Maffeo, Storia delle donne partigiane. Fu un Resistenza taciuta, Storia in network, n° 89, marzo 2004; Wikipedia, Storia delle donne nella Resistenza Italiana e Suffragio femminile.