02 Agosto 2021

1.2. DALL'ECO DI STALINGRADO AL PRIMO SCIOPERO NELLE FABBRICHE

«Il comunista è un militante, è un combattente di classe; il comunista deve avere ogni giorno un compito di lavoro, di lotta tra le masse e deve adempierlo ed esserne responsabile in modo diretto. È pure sbagliato porre il problema dello sviluppo del partito solo come un problema di sviluppo numerico del partito stesso e di educazione dei suoi membri. Là dove esiste un afflusso di centinaia e anche di migliaia di lavoratori verso di noi, ma di lavoratori che non sono e non possono essere dei militanti comunisti, il vero problema non è di organizzare tutta questa massa, che viene a noi, nelle file del partito e poi vedere di educarla per farne una massa di comunisti, ma è di trovare le molteplici forme di organizzazione, diverse dal partito, collaterali al partito, che ci debbono consentire di inquadrare questa massa e dirigerla tutta, serbando al partito le sue funzioni di avanguardia e direzione e attribuendo alle diverse organizzazioni di massa le funzioni che spettano loro.
Questo è il nostro problema organizzativo. Creare tra il partito e le grandi masse delle cinghie di trasmissione efficaci. […] Prevale ancora il principio che non vale la pena di costituire organismi cui si attribuiscano compiti particolari, ma meglio vale che tutti si impegnino a fare un certo lavoro! Questo è un modo antibolscevico, opportunista, di porre le questioni del lavoro del partito, perché significa affidarsi alla spontaneità anche nel campo dell'organizzazione del nostro lavoro. È verissimo che ci sono dei lavori che tutti debbono fare, ma se questi lavori non vengono organizzati nessuno li farà. […] Dobbiamo costruire delle frazioni comuniste in tutte le organizzazioni di massa esistenti, quali essi siano: cioè nelle mutue, nelle cooperative, nei dopolavoro, nelle società esistenti fuori della fabbrica e così via».
(Palmiro Togliatti, Problemi della nostra organizzazione, Stato Operaio, novembre-dicembre 1933)
La caduta di Mussolini non è dovuta solo ad una congiura di palazzo, bensì affonda in primo luogo nel fallimento strategico di tutto il proprio progetto politico. Prima della perdita del consenso monarchico e dello stesso Partito fascista, il primo colpo al regime viene assestato agli operai, sullo stimolo dell'epica vittoria sovietica di Stalingrado.
Lasciamolo spiegare a Secchia11:
«Con le manifestazioni in ricordo degli scioperi di Torino e di Milano del marzo 1943 sono iniziate le celebrazioni del trentesimo anniversario della Resistenza. Quegli scioperi scoppiati non a caso il 5 marzo 1943 segnarono una svolta decisiva nella lotta contro il fascismo che accusò il colpo, furono la scesa in campo della classe operaia in modo possente e decisivo. Poiché, se è vero che durante il ventennio fascista non erano mancati scioperi, fermate di lavoro, agitazioni, si era sempre trattato di movimenti locali e parziali riguardanti alcune fabbriche, ora in questa, ora in quest'altra città. Essi ferivano la “legalità” fascista, ma non riuscirono mai a spezzarla, come la spezzarono gli scioperi del marzo 1943. Senza sottovalutare il duro, lungo, difficile lavoro di chi li aveva organizzati, non si possono vedere quegli scioperi al di fuori del quadro degli sviluppi della situazione internazionale, delle battaglie sui vari fronti e delle loro ripercussioni in Italia. Non si può ignorare o dimenticare che la vittoria definitiva di Stalingrado porta la data del 2 febbraio 1943 e che un mese dopo scoppiano gli scioperi di Torino e di Milano. Lo riconobbe perfino Mussolini che, nel suo discorso al Direttorio fascista riunito il 17 aprile, disse: “Quanto è accaduto è sommamente deplorevole. Questo episodio sommamente antipatico [si riferisce agli scioperi di Torino e Milano] che ci ha fatto ripiombare di colpo vent'anni addietro, bisogna inquadrarlo nell'insieme della situazione internazionale e cioè nel fatto che l'avanzata dei russi pareva ormai irresistibile e che quindi il 'baffone' (così è chiamato negli ambienti operai Stalin) sarebbe arrivato presto a 'liberare' l'Italia”.
L'Unità del 31 gennaio 1943 portava a piena pagina il titolo: Le grandi vittorie dell'Esercito Rosso avvicinano il momento del crollo hitlero-fascista. E l'Unità del 20 febbraio, sempre in prima pagina, titolava: L'Esercito Rosso lottando per la liberazione dell'URSS lotta per la libertà di tutti i popoli oppressi. L'articolo di fondo incita “tutti a partecipare al Fronte Nazionale d'Azione per muovere all'attacco e organizzare senza indugio la lotta aperta contro il fascismo”. Infine, l'Unità del 28 febbraio (cinque giorni prima dello scoppio degli scioperi di Torino) porta sull'intera pagina il titolo: Commemoriamo il XXV anniversario dell'Esercito Rosso iniziando in Italia la lotta armata per la pace e la libertà. I primi mesi del 1943 segnarono per l'Italia l'ora della riscossa. Dopo le vittorie dell'Esercito Rosso sul Fronte Orientale, la distruzione dell'Armir, i successi delle armate anglo-americane in Tunisia, le menzogne della stampa fascista non riuscivano più a celare la realtà agli italiani. La resa dei conti per Mussolini e i suoi complici si avvicinava. L'inizio dei possenti bombardamenti della Raf su numerose città e centri vitali del nostro paese faceva pesare più direttamente su tutta la popolazione gli orrori della guerra e toccare con mano la dura realtà della disastrosa e infame politica del fascismo. Il bagliore degli incendi illuminava tragicamente le notti delle nostre città bombardate (il fascismo non aveva potuto predisporre neppure una efficace difesa e un adeguato sfollamento delle popolazioni). Ogni giorno aumentava la fuga dalle organizzazioni fasciste: dal 28 ottobre 1942 all'11 marzo 1943 oltre due milioni di italiani (secondo i dati ufficiali) non avevano rinnovato la tessera del partito fascista, gli iscritti alla Gioventù del Littorio erano scesi da nove milioni a quattro milioni, le iscritte ai fasci femminili da oltre un milione a 350 mila, e così via. Questa fuga in massa di coloro che volenti o nolenti erano stati irreggimentati nelle organizzazioni fasciste indicava chiaramente che gli italiani aprivano gli occhi, non avevano più paura, e che il terrore dell'Ovra non riusciva più a contenere la ribellione. La caldaia era in ebollizione. Le leggi sulla mobilitazione civile e sulla militarizzazione degli operai che sottoponevano i lavoratori a uno sfruttamento bestiale, il carovita in continuo aumento e i bombardamenti che talvolta colpivano le officine erano tutti elementi i quali, aggravando la situazione, creavano facile terreno a organizzare quelle lotte e quegli scioperi che malgrado l'impegno e gli sforzi non si erano potuti organizzare prima. Infatti, se fin dal giugno 1941 Palmiro Togliatti con i suoi appelli quotidiani da radio Mosca aveva indicato agli italiani la via da seguire, incitandoli alla ribellione, agli scioperi e alla lotta; se fin dai primi mesi del 1942 lanciava appelli alla lotta armata e alla guerriglia partigiana, è soltanto nel marzo 1943 che scoppiarono i grandi scioperi di Torino e di Milano. L'epica battaglia di Stalingrado, conclusasi il 2 febbraio alle ore 16 con la completa distruzione della VI Armata tedesca e con la capitolazione di Von Paulus, non fu soltanto, come tutti gli storici riconoscono, la più grande battaglia della seconda guerra mondiale, ma mutò le sorti stesse del conflitto, fu il segnale decisivo che percorse da un capo all'altro l'Europa. Il 5 marzo gli operai della FIAT, guidati dai loro comitati segreti, iniziarono lo sciopero. La notizia si diffuse con la velocità del fulmine in tutti gli altri stabilimenti della città e della regione. Nei giorni successivi lo sciopero si allargò ad altre fabbriche. Al sesto giorno Mussolini, nell'impossibilità di piegare la decisa volontà dei lavoratori e degli antifascisti, cercò di far soffocare il movimento con la violenza. Fu come buttare benzina sul fuoco. Dal 16 marzo ai primi di aprile lo sciopero si estese rapidamente a tutti i centri principali del Piemonte, ad Asti e nel Biellese, a Milano e in Lombardia, minacciando di dilagare negli stabilimenti della Liguria, della Venezia Giulia e dell'Emilia. Le celebrazioni degli scioperi di Torino e di Milano del marzo 1943 segnano dunque a buon motivo l'inizio del trentennale della Resistenza anche perché indicano che quando gli operai scendono in campo uniti, la loro lotta acquista un peso decisivo. Se gli scioperi di Torino e di Milano (organizzati dai comunisti, ma vi parteciparono operai di ogni corrente politica e senza partito, lavoratori anziani e giovani delle nuove generazioni cresciute negli anni del fascismo) non furono decisivi per l'abbattimento immediato del regime, gli assestarono un durissimo colpo; essi furono una di quelle “spallate”, come si dice, con le quali si mutano le situazioni. Ebbero i loro limiti, perché quegli scioperi non andarono oltre Torino, Milano e alcune località del Piemonte e della Lombardia: perché forte fu la repressione seguitane (oltre 900 gli arrestati) e perché, come ha scritto Roberto Battaglia: “Nel resto d'Italia manca ancora la possibilità di organizzare le masse popolari nell'urto decisivo, infinitamente minore è il peso della classe operaia, i gruppi antifascisti agiscono ancora in superficie e non in profondità. Tanto che si può affermare che già agli albori della Resistenza, si riveli in tutta la sua gravità il problema storico del dislivello e dello squilibrio tra le due Italie”. Tuttavia, non se ne può sottovalutare l'importanza ed è giusto considerarli come l'inizio della Resistenza, anche se a quegli scioperi seguì una “stasi” e fu chiaro che, per abbattere il fascismo, occorreva allargare l'unità ad altre forze politiche, occorreva che altri si muovessero».
11. P. Secchia, Lotta antifascista e giovani generazioni, La Pietra-CCDP, Milano 1973, Introduzione.