27 Ottobre 2021

2.2. LA CADUTA DEL REGIME COME ESEMPIO DI RIVOLUZIONE COLORATA

La Bulgaria rappresenta un buon esempio per mostrare come le tecniche golpiste degli USA usate per decenni nel resto del mondo siano state determinanti per sancire la spallata definitiva a regimi che in certi casi, come quello in questione, hanno mantenuto un ampio consenso popolare fino alla fine. La caduta delle democrazie popolari non è certo imputabile unicamente alle manovre imperialiste, ma determinante è anche un nutrito scontento sociale causato in buona misura dagli errori politici ed economici conseguenti al revisionismo di epoca chruščeviana, rimasti nella loro essenza anche nel periodo successivo, andando a contagiare dall'URSS il resto dei regimi dell'Est Europa. Stante la stretta correlazione economica avviatasi dal 1945, la caduta dell'URSS e la sua crisi economica fanno mancare un fondamentale tassello di cooperazione economica, determinante per le repubbliche popolari. La Perestrojka liberista sancisce insomma la crisi anche dei regimi più stabili a causa della diffusione della crisi economica e della facilità con cui può agire l'imperialismo fomentando rivolte. Per dimostrare tali affermazioni vediamo, con William Blum, come sia caduta la Repubblica Popolare di Bulgaria23:
«la guerra fredda era finita. Le forze della civiltà occidentale, il capitalismo e la vertù, avevano vinto. L'Unione Sovietica era sul punto di disgregarsi. Il Partito Comunista bulgaro era in disgrazia. Il suo leader dittatoriale da 35 anni era perseguito per abuso di potere. Il partito aveva cambiato nome, ma questo non ingannava nessuno. E il paese stava tenendo le sue prime elezioni multipartitiche da 45 anni a quella parte. Poi i comunisti continuarono a vincere le elezioni. Per gli anticomunisti il dispiacere fu insostenibile. Sicuramente c'era stato un mostruoso, cosmico errore, un errore che non doveva durare. Non doveva e non sarebbe durato».
Nel febbraio 1990 arriva in Bulgaria il segretario di Stato James Baker per «incontrare i leader dell'opposizione [raccolte nella sigla dell'UFD] e anche alcuni funzionari di governo».
In maggio il leader delle opposizioni, Petar Beron, rivela che molti politici europei e statunitensi si sono
«impegnati a non offrire assistenza finanziaria a una Bulgaria socialista. Questo sarebbe avvenuto anche se il Partito Socialista Bulgaro – il partito comunista che si era dato un nuovo nome – avesse vinto onestamente le elezioni. […] Nel frattempo, il National Endowment for Democracy (NED), la controfigura della CIA […] creato espressamente con finanziamenti provenienti in questo caso soprattutto dall'Agency fo International Development, riversò sulla Bulgaria all'incirca 2 milioni di dollari per influenzare il risultato delle elezioni, un procedimento che il NED chiama “promuovere la democrazia”. Questo si può paragonare a una potenza straniera che introduca più di 50 milioni di dollari in una campagna elettorale americana».
Chiaramente i fondi sono destinati solo alle opposizioni anticomuniste. Personalità istituzionali statunitensi nel frattempo partecipano ai comizi delle opposizioni fomentando le folle; lo stesso Dipartimento di Stato critica pubblicamente il governo bulgaro tacciandolo di «iniqua distribuzione delle risorse per la diffusione delle notizie».
Il governo bulgaro
«rispose che l'opposizione aveva ricevuto la carta per i giornali e accesso alle trasmissioni secondo un accordo tra le parti, aggiungendo che molti dei vantaggi del Partito Socialista, soprattutto i fondi finanziari, provenivano dall'iscrizione al partito di un milione di persone, all'incirca un nono della popolazione bulgara. Il governo aveva inoltre procurato i macchinari per stampare il quotidiano [delle opposizioni, ndr] […] e aveva concesso alla coalizione dell'opposizione l'edificio nel quale stabilire la sede operativa».
La vittoria del Partito Socialista Bulgaro alle elezioni (con il 47% dei consensi e 211 seggi su 400, contro il 36% del polo principale delle opposizioni) è dovuta al consenso tra pensionati, lavoratori agricoli e operai,
«che, insieme, rappresentavano molto più della metà della popolazione votante. Questi settori tendevano ad associare il Partito Socialista bulgaro alla stabilità e il partito fece tesoro di questo collegamento, facendo notare i risultati disastrosi […] ottenuti in Russia dalla “terapia d'urto” della libera impresa. Anche se i tre partiti principali proponevano tutti di andare verso un'economia di mercato, i socialisti continuavano a dire che era necessario controllare i cambiamenti con cautela».
L'opposizione non accetta il verdetto denunciando inesistenti brogli elettorali, smentiti però da centinaia di osservatori internazionali, tra cui membri del Consiglio d'Europa e del Parlamento inglese, che assicurano la massima regolarità della consultazione democratica.
Sia prima che dopo le elezioni il leader socialista Lukanov, nonostante alcune resistenze interne al proprio partito, propone alle opposizioni un governo di coalizione per affrontare il difficile momento della transizione. Le opposizioni rifiutano e iniziano ad organizzare quotidiane dimostrazioni pubbliche di dissenso, sfruttando soprattutto gruppi studenteschi.
In effetti i movimenti degli studenti «figuravano tra i beneficiari delle sovvenzioni del National Endowment for Democracy per la bellezza di 100.000 dollari» in attrezzature di vario tipo, ricevendo anche l'aiuto «di vari consulenti polacchi, di consulenti legali americani e di altri esperti, i migliori che il NED poteva comprare». Il risultato di questi continui disordini arriva appena un mese dopo le elezioni, con le dimissioni del presidente Mladenov giunte al termine di «una settimana di ribellioni – tra cui uno sciopero della fame davanti al Parlamento durato una settimana – e per l'atteggiamento tenuto nel corso di una dimostrazione antigovernativa».
Ai ribelli questo non basta. Le dimostrazioni proseguono per tutto il mese di luglio, con l'allestimento di una tendopoli nel centro di Sofia,
«occupata da persone che dicevano che sarebbero rimaste lì fino a quando non fossero stati allontanati tutti i principali politici bulgari che avevano prestato servizio sotto l'antico regime comunista. Quando venne loro negato quello che consideravano un adeguato accesso ai media, i protestanti aggiunsero alle loro richieste le dimissioni del capo della televisione bulgara. A un certo punto, venne costruita in strada un'enorme pira cerimoniale e furono bruciati i libri di testo dell'era comunista, insieme alle tessere e alle bandiere di partito. La testa successiva a cadere fu quella del ministro degli Interni, Atanas Smerdjiev […] Qualche settimana dopo, venne onorata un'altra richiesta dei dimostranti. Il governo cominciò a togliere dagli edifici di Sofia i simboli comunisti, come la stella rossa e la falce e martello. Due giorni dopo, però, il quartier generale del Partito Socialista venne incendiato mentre 10.000 persone brulicavano intorno. […] Il movimento di protesta in Bulgaria cominciava a delinearsi molto simile allo sciopero generale del 1962 indetto dalla Guiana britannica per rovesciare Cheddi Jagan e alla campagna per indebolire Salvador Allende in Cile, all'inizio degli anni Settanta – tutte e due operazioni della CIA – situazioni in cui, non appena una richiesta veniva soddisfatta, se ne facevano di nuove che mettevano il governo in un virtuale stato d'assedio, con la speranza che reagisse in modo eccessivo e rendesse impossibile un regime politico normale. In Bulgaria, le donne manifestarono sbattendo pentole e padelle per protestare contro la mancanza di generi alimentari nei negozi, proprio come avevano drammaticamente fatto le donne in Cile e anche in Giamaica e in Nicaragua, dove la CIA aveva finanziato dimostrazioni antigovernative. […] in agosto, alcuni rappresentanti del Free Congress Foundation, un'organizzazione americana di destra armata di un mucchio di soldi e di un sacco di ideologia religiosa e anticomunista, si incontrarono con un terzo circa dei parlamentari dell'opposizione e con il principale consigliere politico del presidente 'elev. Il mese successivo lo stesso 'elev visitò l'ufficio di Washington della Free Congress Foundation. Il FCF – che, a volte, ha ricevuto denaro dal National Endowment for Democracy – nel 1989 e 1990 aveva visitato l'Unione Sovietica e quasi tutti i paesi dell'Europa orientale, dispensando la buona e vecchia esperienza americana in fatto di tecniche elettorali e politiche, di pressioni sulla politica pubblica e organizzando seminari sulle molteplici attrattive della libera impresa. Non si sa se qualcuno degli allievi fosse a conoscenza del fatto che uno dei principali direttori del programma del FCF per l'Europa orientale, Laszlo Pasztor, fosse un uomo dalle genuine credenziali naziste. In ottobre, un gruppo di esperti finanziari e di economisti americani, sotto gli auspici della Camera di Commercio statunitense, aveva tracciato un piano dettagliato per trasformare la Bulgaria in una libera economica di mercato […]. Il presidente 'elev disse di essere fiducioso che il governo bulgaro avrebbe accettato virtualmente tutte le raccomandazioni, anche se nel Parlamento la maggioranza era detenuta dal Partito Socialista bulgaro. “Saranno ansiosi di andare avanti”, disse, “perché altrimenti il governo cadrà”. Testimoni e polizia dichiararono che Kostantin Trenčev, un feroce anticomunista che aveva un ruolo di spicco nell'UFD e leader del sindacato indipendente Podkrepa, aveva radunato un gruppo di manifestanti intransigenti per prendere d'assalto l'edificio del Partito Socialista Bulgaro durante l'incendio. Aveva anche chiesto lo scioglimento del Parlamento e del regime presidenziale, un'azione “equivalente a un colpo di Stato”, come denunciò il partito socialista. […] Anche il sindacato Podkrepa di Trenčev veniva finanziato dal NED. […] Gli aiuti avevano raggiunto questo sindacato per mezzo del Free Trade Union Institute, costituito dall'American Federation of Labor e dal Congress of Industrial Organizations nel 1977, come erede del Free Trade Union Committee, formatosi negli anni Quaranta per combattere il sindacalismo di sinistra in Europa. Sia il FTUI che il FTUC avevano da lungo tempo intimi legami con la CIA».
Le manifestazioni proseguono bloccando il paese, anche se, quando il 26 novembre viene tentata la carta dello sciopero generale proclamato dal sindacato Podkrepa, questo «non ebbe il consenso della maggioranza dei lavoratori della nazione». Dopo aver continuamente ceduto ad ogni richiesta “popolare”, Lukanov sceglie di dimettersi il 29 novembre 1990.
«Per tutto il periodo delle proteste e delle agitazioni, gli Stati Uniti continuarono a dare assistenza a varie forze dell'opposizione e a “sussurrare consigli circa il modo per fare pressione sui leader eletti”. Il vicepresidente del sindacato Podkrepa, riferendosi ai diplomatici americani, disse: “Volevano aiutarci e ci hanno aiutato, con consigli e strategie”».
Il nuovo ambasciatore americano, H. Kenneth Hill, riferisce che «alcuni funzionari di Washington avevano spiegato ai politici bulgari che in futuro l'aiuto sarebbe stato subordinato alla riforma democratica e allo sviluppo di un progetto di ripresa economica accettabile per i leader occidentali e che gli stessi termini si estendevano a tutta l'Europa orientale».
La conclusione di Blum è amara ma veritiera:
«Da allora, nel corso degli anni, il popolo bulgaro ha forse imparato qualcosa, soprattutto gli studenti, quando il paese ha attraversato l'ormai familiare modello secondo cui i prezzi aumentano liberamente, si accaparrano i contributi alla produzione sui prodotti di base e sui servizi pubblici, manca tutto il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale chiedono di stringere ulteriormente la cinghia. […] Nel 1994 abbiamo potuto leggere sul Los Angeles Times, a firma del più anticomunista dei corrispondenti stranieri: “Nell'era delle riforme le condizioni di vita sono così peggiorate che i bulgari ricordano con affetto 'i bei vecchi tempi' del comunismo, quando la mano dello Stato schiacciava la libertà personale, ma assicurava alla gente casa, impiego e viveri sufficienti”. Ma per quelli che prendono le decisioni politiche, l'importante, lo spartiacque ideologico, era che al Partito Socialista Bulgaro non si potesse, né volesse, dare l'opportunità di dimostrare che un'economia mista, democratica e orientata verso il socialismo riuscisse ad avere successo in Europa orientale».
La tecnica qui descritta è stata negli anni ripetuta in svariati altri paesi. Teorizzata da Gene Sharp, diventerà famosa sotto il nome di “rivoluzione colorata”.
23. W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, cit., pp. 466-474.

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