28 Ottobre 2021

2.9. MOTORI A FALCE E MARTELLO

Non tutti sanno che la Volkswagen Lupo e la Seat Arosa, due utilitarie costruite dal ’98 al 2005-2006, montano un motore comunista, ovvero quello della Skoda Felicia, derivato a sua volta da quello della vecchia 105S che forse qualcuno con più di 40 anni ricorda di aver visto anche sulle nostre strade. Dunque il gruppo che per una delle sue marche sostiene di essere all’avanguardia della tecnica, per le sue piccole aveva scelto un propulsore nato e ideato in quel sistema oltre-cortina demonizzato e ridicolizzato per le sue produzioni.
Il socialismo reale, quello dell’URSS e dei suoi satelliti non era certo “auto-dipendente”, ma forse la propaganda ci ha raccontato per decenni una realtà sminuita, tanto da farci credere che l’industria principe del capitalismo post bellico fosse quasi inesistente all’Est, che nessuno o solo i caporioni di partito potessero permettersi un’automobile e anche in questo caso facendo immensi sacrifici. Se si parte dalla famiglia della signora Merkel che di auto ne aveva addirittura due pur essendo il padre un pastore protestante immigrato nella Germania orientale da quella occidentale, definendo così un profilo radicalmente contrario a ciò che viene narrato, si direbbe che ci hanno riferito un po’ di balle.
E che forse anche la Merkel se le racconta.
Quella dell’est non era in verità una società che si basava sulla mobilità privata, quindi non ci sono stati i fenomeni del capitalismo occidentale con la rincorsa esasperata al cambiamento dei modelli o all’ossessione del gadget, al potenziamento continuo e spesso inutile dei motori, eppure le cose non stavano proprio come ce le narrano per la damnatio memoriae imposta dalla guerra fredda. Prendiamo la mitica Trabant, oggi oggetto di culto: ne sono state costruite oltre 4 milioni, praticamente quanto l’altrettanto mitica Mini Morris e poco meno della vecchia 500. Aveva il motore a due tempi: un buon terzo degli esemplari, a partire dal 1975, è fornito a scelta con il Volkswagen 1050 cc destinato alla Golf e alla Polo o, in alternativa, il 1100 della 128 Fiat. Senza dire che spesso le aziende occidentali hanno studiato il due tempi e vi hanno rinunciato essenzialmente per problemi legati al profitto. Qual è la terza macchina più venduta al mondo dopo il maggiolino e la FordT? La Zigulì russa. Del resto insidiata dalla Lada Niva che quando appare costituisce il prototipo del fuoristrada moderno, ad onta della sua scarsa performance estetica. Ci sarebbero anche i quasi 5 milioni di auto Skoda di vari modelli, i 4 milioni usciti dalle catene di montaggio della Polski Fiat dal dopoguerra (la jont venture in realtà era cominciata già negli anni ’30 con la produzione dalla Balilla), i 2 milioni della vecchia Dacia, della Zastava e di quell’altra decina di marche (Volga, Moskvitch, Zaz) che producono auto destinate alla nomenklatura. Si dirà che questa produzione avveniva in parte a ricasco di quella occidentale, ma questo è dovuto principalmente al fatto che tutto l’est europeo, Russia compresa, è rimasta ai margini dello sviluppo impetuoso della produzione automobilistica nei primi del secolo non certo a causa del comunismo, ma delle varie autocrazie più o meno evolute che dominavano dagli Urali all’Oder, tra zar, impero Asburgico, resilienze ottomane che si estendevano ancora su metà della futura Jugoslavia. Il successivo periodo tra le due guerre fu troppo agitato e denso di straniamenti geopolitici per permettere l’insediamento di sistemi produttivi così complessi. C’era molto da recuperare anche se non va dimenticato che in URSS si producevano motori per aeroplani anche di 1500 cavalli, cosa che l’Alfa Romeo non era riuscita fare risolvendosi a produrre su licenza quelli della Mercedes. Inoltre gli spazi immensi e le distruzioni della guerra rendono impegnativa e difficoltosa la realizzazione di un sistema stradale adatto gli spostamenti in auto. Una serie di condizioni che certo hanno reso marginale il settore, ma comunque molto meno di quanto non si immagini o non venga riferito. È un esempio concreto, minimo, che ci fa comprendere come la narrazione sul “grande nemico” sia stata artefatta, esagerata, deformata. E forse quello stile di vita che non puntava ossessivamente sul consumo matto e disperatissimo che si sta mangiando le risorse del pianeta, appare oggi meno terribile di quanto non si sia detto con la sospetta insistenza di un mantra. La verità è che anche un motore con la falce e il martello può essere all’avanguardia della tecnica, se la verità non viene occultata.25
25. Ilsimplicissimus, Motori falce e martello, Ilsimplicissimus2.com, 31 luglio 2016.

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