30 Ottobre 2020

4.4. CONSEGUENZE POLITICHE DA TRARRE

«Il Rapporto Segreto precipitò il movimento comunista internazionale in una grave crisi. La giustificazione addotta fu però che il danno arrecato era necessario, profilattico. Una brutta pagina del passato, quasi totalmente ignota ai comunisti in tutto il mondo e anche nell'URSS stessa, doveva essere portata alla luce; un cancro potenzialmente mortale nel corpo del comunismo internazionale doveva essere reciso senza pietà in modo che il movimento potesse correggersi e avanzare nuovamente verso i suoi fini ultimi. Negli anni che seguirono divenne via via più manifesto che l'URSS non stava andando verso una società senza classi, ma semmai nella direzione opposta. Ciononostante, coloro che rimasero legati al movimento a direzione sovietica, lo fecero perchè rimanevano attaccati all'ideale originario. Milioni e milioni in tutto il mondo speravano e credevano che un movimento che poteva permettersi di soffrire perdite così ingenti, di ammettere che crimini di tal fatta fossero stati commessi in suo nome, di rivelarli senza esitazione - come Chruščev sosteneva di aver fatto - , avrebbe avuto l'onestà e la forza di correggersi e di procedere, quali che fossero i tortuosi percorsi politici necessari, verso un futuro comunista. Un discorso di questo tipo non è più sostenibile. Chruščev non stava cercando di “raddrizzare il vascello del comunismo”. Uno scempio totale della verità quale si trova nel “Rapporto Segreto” è incompatibile col marxismo o con motivazioni ideali di qualsiasi tipo. Non c'è niente di positivo, democratico o liberatorio che si possa costruire sulla base di menzogne. Chruščev non stava rivitalizzando un movimento comunista e un Partito bolscevico che avevano deviato dal loro percorso autentico a causa di gravi errori, ma lo stava distruggendo.
Chruščev stesso si “rivela” essere non un comunista onesto, ma un dirigente politico che cerca vantaggi personali nascondendosi dietro una maschera ufficiale di idealismo e probità, un tipo d'uomo che non è difficile trovare nei paesi capitalisti. Considerando l'assassinio di Berija e gli uomini giustiziati nel 1953 come “banda di Berija”, egli appare in una luce anche peggiore - un criminale politico. Chruščev fu veramente colpevole del tipo di crimini di cui nel Rapporto Segreto accusava deliberatamente e falsamente Stalin. La natura fraudolenta del Rapporto di Chruščev ci costringe a rivedere il giudizio su quegli “stalinisti” che nel 1957 avevano cercato, senza riuscirvi, di destituire Chruščev dagli incarichi dirigenziali ed erano stati estromessi e infine espulsi dal Partito. Con tutti i loro difetti e fallimenti, le interviste agli anziani Molotov e Kaganovič (riportate da Felix Chuev) rivelano uomini devoti fino alla fine a Lenin, a Stalin e all'ideale del comunismo e spesso capaci di commenti incisivi sugli sviluppi in senso capitalistico negli ultimi anni dell'URSS. Molotov predisse il rovesciamento del socialismo da parte di forze interne al Partito anche quando, ottantenne e novantenne, cercò di essere reintegrato. Tuttavia la loro accettazione delle linee fondamentali dell'attacco di Chruščev a Stalin fa pensare che anch'essi nutrissero dubbi su alcune delle politiche seguite al tempo di Stalin. In una qualche misura condividevano le idee politiche di Chruščev. Inoltre non avevano informazioni dettagliate sulle repressioni degli anni '30 e successive ed erano totalmente impreparati a confutare qualsiasi cosa Chruščev e i suoi sostenitori dicessero in proposito - finché non fu troppo tardi. La sola misura positiva presa dalla dirigenza sovietica post staliniana fu forse la critica e la parziale eliminazione del disgustoso “culto della personalità” che essi stessi avevano costruito intorno alla figura di Stalin. Anche su questo punto Chruščev non merita però credito alcuno. Egli si era opposto ai tentativi assai anteriori di Malenkov - a pochi giorni dalla morte di Stalin - di criticare il “culto”. E Malenkov aveva avuto l'onestà di biasimare non Stalin, ma quelli che gli stavano intorno, se stesso compreso, per essere stati troppo deboli per fermare il “culto”, a cui alla fine Stalin si era abituato, ma che non aveva mai approvato e considerava con disappunto. Chruščev da parte sua non perse tempo nel tentativo di costruire attorno alla propria persona un “culto” anche maggiore di quello che circondava Stalin. Per questo egli fu criticato nel 1956 e 1957 anche dai suoi sostenitori e l'autoincensamento e l'arroganza furono le principali accuse che gli vennero mosse dal Presidium che nell'ottobre 1964 lo destituì».75
75. Ibidem.