02 Agosto 2021

2.06. GLI ANNI '70 TRA CONQUISTE OPERAIE E CONTROFFENSIVA BORGHESE

Per tracciare un sintetico quadro del periodo che va dalla fine degli anni '60 alla fine dei '70, ci affidiamo ancora a Michele Michelino45:
«Il retroterra delle lotte del 1968-69 sta nelle condizioni materiali degli operai italiani. La crisi del 1964-1966 aveva generato una forte ristrutturazione, con la conseguente espulsione dalle fabbriche di ingenti quantitativi di forza lavoro; cresce quindi in tutto il paese la tensione che investe ampi settori di operai colpiti dalla crisi. Ancora una volta l'inizio di un nuovo ciclo di lotte viene inaugurato dagli operai della FIAT, che il 30 marzo del 1968 scendono in sciopero per l'orario di lavoro e il cottimo. Il 19 aprile del 1968 a Valdagno (Vicenza), gli operai della Marzotto in segno di protesta contro il paternalismo padronale, durante una lotta per aumenti salariali, abbattono la statua del fondatore dell'azienda. Pochi mesi dopo, nell'estate, lotte dure scoppiano a Porto Marghera e alla Pirelli Bicocca di Milano. Le lotte, nate alla FIAT, si estendono su tutto il territorio nazionale. Per contrastare l'azione padronale e la linea sindacale considerata da molti lavoratori “troppo moderata”, in alcune località operai e impiegati, insieme, danno vita a nuove forme di organizzazione unitaria: i Comitati di Lotta. A Cagliari (Italallumina, Rumianca) ed a Napoli (Italsider, Ignis Sud), attraverso i comitati di lotta, vengono sperimentate nuove forme di organizzazione. Alla Pirelli di Milano, nella lotta per il controllo dei cottimi e agganciarli all’inflazione, si diffonde a livello di massa la critica contro i partiti, compreso quello comunista, accusati da consistenti gruppi di operai di avere più a cuore gli interessi dei capitalisti che quelli degli operai. La composizione di classe è cambiata perché l'emigrazione dal Sud e dalla campagna ha creato nuovi strati operai: entra nella lotta il cosiddetto “operaio-massa”, con una mentalità poco incline ai compromessi, per cui si realizza una radicalizzazione delle lotte. Anche alla Pirelli si sperimentano nuove forme di organizzazione (i Comitati Unitati di Base: CUB, e i Consigli dei Delegati), che nel 1969 si diffondono ovunque. Tutto questo preoccupa i sindacati, che sono costretti in molte occasioni a rincorrere le lotte. Nel contratto nazionale del 1969 i metalmeccanici, oltre agli aumenti salariali uguali per tutti, ottengono la riduzione d'orario a 40 ore settimanali, aprendo la strada a tutte le altre categorie. Il 12 dicembre del 1969 una bomba esplode a Milano nella Banca Nazionale dell'Agricoltura causando 17 morti e 88 feriti, inaugurando la strategia della tensione. Settori della borghesia e apparati statali, nel tentativo di arginare le lotte operaie, aprono il capitolo delle stragi di stato, tuttora impunite, e dei tentativi di golpe. L'incapacità della sinistra riformista di dare risposte adeguate genera un forte malcontento fra settori di lavoratori. Consistenti nuclei di proletari e di piccola borghesia, rompendo con il PCI, assumono posizioni sempre più radicali ingrossando le fila dei gruppi extraparlamentari o creando le condizioni per costituirne di nuovi. Nel maggio 1970 diventa legge lo Statuto dei Lavoratori.
In questi anni, approfittando della congiuntura favorevole, gli operai adeguano le loro condizioni economiche a quelle degli operai degli altri paesi europei, conquistando nel 1975 il punto unico di contingenza. Negli anni seguenti, la crisi di sovrapproduzione esplode violenta in alcuni settori a livello mondiale. Uno dei più colpiti è il settore dell'automobile che in Italia racchiude la più grossa concentrazione operaia. […] In seguito alla crisi del 1976, mentre le condizioni materiali degli operai subiscono duri colpi, nasce il governo di “solidarietà democratica” con l'ingresso del PCI nella maggioranza di governo, anche se da esterno. Gli anni che vanno dal '76 al '78 vedono nel PCI il maggior sostenitore delle decisioni governative in fabbrica; Luciano Lama e gli altri uomini del PCI nel sindacato, in nome degli interessi della nazione, nel 1977 impongono la cosiddetta linea dell'EUR basata sui “sacrifici”. Secondo CGIL-CISL-UIL, gli operai occupati avrebbero aiutato il paese a diventare “più competitivo”, contenendo le loro richieste salariali e aumentando la produzione; in cambio i padroni avrebbero riversato una parte dei profitti nelle aziende, creando nuovi posti di lavoro per i disoccupati.
Nonostante la resistenza passiva della grande massa e quella attiva di piccole minoranze di operai, purtroppo divisi fra loro e disorganizzati, in questi anni padroni e governo (con la complicità degli apparati sindacali e del PCI) impongono una serie di accordi-capestro. L'introduzione delle nuove tecnologie nei processi produttivi aumenta la produttività del lavoro e l'intensità dello sfruttamento, contribuendo ad accelerare l'espulsione di manodopera dal processo produttivo. La crisi, che in alcuni settori si acuisce velocemente, richiede continuamente nuovi livelli di sfruttamento, pena l'uscita dal mercato internazionale. Ma la resistenza operaia tende a crescere; gli operai si accorgono che la rinuncia a difendere i loro interessi non solo non è servita ai disoccupati, ma che gli ulteriori investimenti produttivi hanno ridotto il numero degli occupati. Piccoli gruppi di operai cominciano a mettere in discussione il sistema nel suo complesso, ponendo il problema del potere politico anche all'interno delle assemblee di fabbrica e riscuotendo sempre più consensi. Perciò padroni, governo, sindacati e partiti decidono di stroncarli, usando come pretesto la lotta al terrorismo. Le azioni dei gruppi armati (Brigate Rosse, Prima Linea, ecc.) hanno come risposta l'organizzazione di scioperi a difesa dello stato, criminalizzando come potenziali terroristi tutti coloro che non partecipano a questi scioperi o che criticano il sindacato per la sua politica filopadronale: così, fra il 1976 e il 1983 si instaura nelle fabbriche un clima di caccia alle streghe. Particolarmente attivo in questa campagna si dimostra il PCI che invita continuamente alla delazione e alla repressione contro gli ipotetici fiancheggiatori del terrorismo. Quei pochi operai che nelle fabbriche continuano a lottare per i loro interessi contro i padroni (e contro il governo) riconoscendoli come i veri nemici principali, vengono estromessi dal sindacato, licenziati, repressi, intimiditi con continue perquisizioni domiciliari e, dove questo non basta, incarcerati. La lotta al terrorismo fornisce su un piatto d'argento ai padroni e ai partiti (PCI compreso) l'occasione per reprimere l'opposizione di classe in fabbrica senza neanche pagarne il prezzo politico».
45. M. Michelino, 1880-1993, cit., cap. 4, paragrafi 5-6.