18 Ottobre 2021

2.08. LA NATO PRONTA AL GOLPE NEL 1976

Parlando del PCI: «in tutti quegli anni, il partito procedeva lungo un cammino talmente revisionista da far rivoltare Lenin nella tomba, se ne avesse avuta una. Quel cammino fu marcato da affissioni che proclamavano l'“avanzata democratica verso il socialismo” e la “via nazionale al socialismo”, l'abbandono della “dittatura del proletariato” e la denuncia dell'invasione sovietica in Cecoslovacchia. Il partito premeva sul proprio ruolo di responsabile opposizione “nazionale”, partecipò alla “spinta alla produttività”, affermò il proprio sostegno a un sistema multipartitico affinché l'Italia rimanesse nel Mercato Comune e nella NATO, e non fu secondo a nessuno nella condanna al terrorismo. In molte occasioni fu la principale forza politica nelle amministrazioni cittadine comprese quelle di Roma, Firenze e Venezia, senza alcun apprezzabile ritorno alla “barbarie” […].
Nei dossier del dipartimento di Stato e della CIA giacciono quantità ingenti di rapporti preparati da analisti anonimi che testimoniano la realtà del “compromesso storico” del Partito Comunista e l'evoluzione del suo allontanamento dall'Unione Sovietica, noto come “eurocomunismo”. Alla faccia di quanto detto, alla faccia di qualunque cosa, in effetti la politica americana rimase radicata al suo posto, fissa in un tempo che non era più e forse non era mai stato; una politica che non aveva niente a che fare con la democrazia (comunque la si definisse) e tutto a che fare con la convinzione che un governo comunista in Italia nella guerra fredda non sarebbe stato l'alleato supremamente malleabile come furono invece i successivi regimi democristiani per decenni. Per un governo del genere non sarebbe bastato essere indipendenti da Mosca. Il problema con un governo comunista era che, probabilmente, avrebbe provato ad adottare la medesima posizione nei confronti di Washington». (William Blum)76
In un articolo-dossier del 2008 uscito su La Repubblica, Filippo Ceccarelli77 spiega, analizzando documenti britannici desecretati, come la possibilità di un golpe sia stata presa in considerazione ancora nel 1976, alla vigilia delle elezioni Politiche che rischiano di portare al potere i comunisti (poi fermatisi al 34,3% contro il 38,7% della DC):
«Era il 1976, l'anno delle elezioni più drammatiche dopo quelle del 1948. Ebbene: dinanzi al male assoluto che un governo con il PCI avrebbe arrecato al sistema di sicurezza dell'Alleanza atlantica, nel novero degli estremi e possibili rimedi il fronte occidentale, le potenze alleate e in qualche misura la NATO presero in considerazione anche l'ipotesi di un colpo di Stato. Un “coup d'Etat”, letteralmente: alla francese. […] Nei documenti britannici di cui Repubblica è venuta in possesso grazie alla norma che libera dal segreto le carte di Stato dopo trent'anni, ce n'è uno del 6 maggio 1976, ovviamente super-segreto, elaborato dal Planning Staff del Foreign Office, il ministero degli esteri inglese, e intitolato Italy and the communists: options for the West. All'inizio di pagina 14, tra le varie opzioni, si legge in maiuscolo: “Action in support of a coup d'Etat or other subversive action”. Il tono del testo è distaccato e didattico: “Per sua natura un colpo di Stato può condurre a sviluppi imprevedibili. Tuttavia, in linea teorica, lo si potrebbe promuovere. In un modo o nell'altro potrebbe presumibilmente arrivare dalle forze della destra, con l'appoggio dell'esercito e della polizia. Per una serie di motivi - continua il documento - l'idea di un colpo di Stato asettico e chirurgico, in grado di rimuovere il PCI o di prevenirne l'ascesa al potere, potrebbe risultare attraente. Ma è una idea irrealistica”. Seguono altre impegnative valutazioni che ne sconsiglierebbero l'attuazione: la forza del PCI nel movimento sindacale, la possibilità di una “lunga e sanguinosa” guerra civile, l'Urss che potrebbe intervenire, i contraccolpi nell'opinione pubblica dei vari paesi occidentali. E dunque: “Un regime autoritario in Italia - concludono gli analisti del Western European Department del Foreign and Commonwealth Office (Fco) - risulterebbe difficilmente più accettabile di un governo a partecipazione comunista”. […] Grazie all'ambasciatore americano a Londra, Elliot L. Richardson, si viene a conoscere il testo di una lettera privata che il Segretario di Stato Henry Kissinger scrive in gennaio all'allora presidente dell'Internazionale socialista Willy Brandt a proposito della crescita comunista in Italia, Spagna e Portogallo: “Ho il dovere di esprimere la mia forte preoccupazione per la situazione che si è venuta a creare. La natura politica della NATO sarebbe destinata a cambiare se uno o più tra i paesi dell'Alleanza dovessero formare dei governi con una partecipazione comunista, diretta o indiretta che sia. L'emergere dell'Urss come grande potenza nello scenario mondiale continua a essere motivo di inquietudine. Il ruolo della NATO, così come la nostra immutata posizione militare in Europa, è indispensabile e cruciale. La mia ansia consiste nel fatto che questi punti di forza saranno messi in pericolo nel momento in cui i partiti comunisti raggiungeranno posizioni influenti nell'Europa occidentale”. […] Mentre i vertici della NATO sono fin dall'inizio i più irrequieti. Scrivono il 25 marzo dal ministero della Difesa britannica ai colleghi degli Esteri: “La presenza del PCI nel governo italiano e conseguentemente l'accresciuta minaccia di sovversione comunista potrebbero collocare l'Alleanza e l'Occidente dinanzi alla necessità di prendere una decisione grave”. È chiaro che la partita va ben oltre le faccende italiane: “L'arrivo al potere dei comunisti - si legge in un documento interno del Fco - costituirebbe un forte colpo psicologico per l'Occidente. L'impegno Usa verso l'Europa finirebbe per indebolirsi, potrebbero così sorgere tensioni gravi fra gli americani e i membri europei della NATO su come trattare gli italiani”».
Per anni si è raccontata la frottola che l'URSS non volesse i comunisti italiani al potere. In realtà perfino da tali documenti emerge la consapevolezza che per l'Urss «i vantaggi supererebbero di gran lunga gli svantaggi, specie in relazione all'indebolimento della NATO».

Ceccarelli focalizza anche sui sospetti degli “Alleati” sulla DC, al contrario dell'intransigenza del solido Vaticano:
«Dello scudo crociato, dopo il congresso che a marzo ha visto la vittoria di Benigno Zaccagnini su Arnaldo Forlani, Millard va a parlare con l'ambasciatore americano a Roma John Volpe. Secondo quest'ultimo, Forlani “è una brava persona, ma non è un combattente”, Zac invece “piace molto ai giovani”, gli Usa lo appoggiano anche se preferirebbero Forlani e Fanfani che sono più anticomunisti. Parlano anche di Moro: “Qualche volta - sostiene Millard - sembra piuttosto ambiguo sul compromesso storico”. Volpe concorda: “È un pessimista, troppo incline a ritenerlo inevitabile”. È questa specie di rassegnazione la colpa che gli americani attribuiscono all'astuta, ma imbelle classe di governo democristiana. In un rapporto del 23 marzo si legge che al Dipartimento di Stato Usa sono molto preoccupati: “La situazione italiana va deteriorandosi e non si sa come agire”. Di qui al sospetto che la DC faccia il doppio gioco il passo è breve: “Piuttosto che perdere il potere, preferirebbe spartirlo con il PCI”. Ai primi di aprile il rappresentante britannico presso la Santa Sede, Dugald Malcolm, va a trovare il Patriarca di Venezia, monsignor Albino Luciani, il futuro Giovanni Paolo I: “Il Patriarca sembra aver assunto una posizione incline alla catastrofe. L'argomento trattato era sempre uno: l'avanzata del PCI”. È il periodo in cui i comunisti italiani corteggiano i cattolici (alcuni di questi finiranno eletti nelle loro liste di lì a qualche mese). Su questo Luciani è intransigente: “Non si può essere al contempo cristiani e marxisti”».
E ancora:
«Il 13 aprile un gruppo di specialisti del Western European Department del Foreign Office elabora un dossier che ha proprio il compito di stabilire la strategia operativa anticomunista, graduandone le mosse a seconda dei vari scenari. La prima parte è dedicata appunto a come impedire che il PCI vada al governo e sono indicati i vari passi da compiere: finanziamento degli altri partiti, orchestrazione di campagne stampa sul pericolo, attacco alla credibilità delle Botteghe Oscure, moniti ai sovietici. Nella seconda parte il documento offre delle soluzioni per così dire pratiche nel caso il PCI sia già riuscito a conquistare una quota di potere, cioè sia già andato al governo. A questo punto gli scenari sono cinque, e cinque di conseguenza le options, ciascuna esaminata a seconda dei vantaggi e degli svantaggi. La linea più morbida è definita “Business as usual” e prevede di “continuare le relazioni come se nulla fosse cambiato”. Seguono, in ordine di gravità, “misure di ordine pratico-amministrativo” per “salvaguardare i segreti e i processi decisionali dell'Alleanza atlantica”.
Come ulteriore scelta, sempre rispetto all'Italia, gli inglesi si riservano di mettere in atto una “persuasione di tipo economico” che si traduce in una serie di pressioni anche sul piano della Comunità europea e del Fondo monetario internazionale. Entrerebbero in gioco, in quel caso, posti di potere in tali organismi, benefici, prestiti. “Occorre comunque precisare - si legge - che tali misure cesserebbero se il PCI abbandonasse il governo”. […] La option number four ha un titolo che, anche in lingua inglese, non è che suoni proprio tranquillizzante: Subversive or military intervention against the PCI. Ecco come comincia: “Questa opzione copre una serie di possibilità: dalle operazioni di basso profilo al supporto attivo delle forze democratiche (finanziario o di altro tipo) con l'obiettivo di dirigere un intervento a sostegno di un colpo di Stato incoraggiato dall'esterno”. Vantaggi: “Tali misure possono aiutare a rimuovere il PCI dal governo”. Svantaggi: “Vi sono immense difficoltà pratiche per portare a compimento questo tipo di operazione. Vista la situazione italiana, è estremamente improbabile che un'operazione coperta rimanga segreta a lungo. La sua rivelazione può danneggiare gli interessi dell'occidente e aiutare il PCI a giustificare in maniera più decisa il suo controllo sulla macchina del governo. Inoltre, la pubblica opinione dei paesi occidentali potrebbe prenderla male col risultato di creare tensioni all'interno della NATO, soprattutto fra Usa e alleati europei, nel caso gli americani assumano il comando dell'iniziativa”. E conclude: “Anche se l'intervento esterno servisse a rimuovere il PCI dal potere, la situazione politica italiana rimarrebbe instabile, rafforzando così l'influenza comunista e quella dell'Urss sul lungo periodo”. L'ultima opzione prevede, seccamente, “l'espulsione dell'Italia dalla NATO”. Vantaggi: “Si tutelano i segreti e si elimina la possibilità che l'Italia comprometta l'alleanza dall'interno”. Ma in questo caso, secondo gli analisti del Fco, si arriverebbe alla “chiusura di tutte le basi nel paese, destinato a diventare neutrale con un orientamento verso l'occidente. Ma l'Italia potrebbe anche evolversi in una sorta di Jugoslavia. Al limite, potrebbe anche offrire agevolazioni di tipo militare all'Urss in cambio di denaro”. In ogni caso, conclude il dossier, “si renderebbe necessaria una revisione della strategia difensiva della NATO sul fianco Sud. La Sesta Flotta ne sarebbe danneggiata. Grecia e Turchia potrebbero chiedersi se valga la pena continuare a far parte dell'alleanza. Potrebbe anche essere compromessa la capacità americana di intervenire in Medio Oriente e di influenzare quei paesi a livello politico. Di conseguenza, il ritiro dell'Italia dalla NATO si trasformerebbe di fatto in una sconfitta dell'occidente di fronte al mondo intero”».
Dei rischi di golpe i comunisti erano consapevoli.
Anche da tale consapevolezza era dipesa la politica del “compromesso storico”:
«Alla metà degli anni Settanta i capi comunisti sono prudenti e qualche volta dormono fuori casa: “Non ci prenderanno a letto”, garantisce Pajetta. Ogni tanto qualche capo democristiano, ad esempio Moro, se ne esce con criptiche denunce tipo: “Sta prendendo corpo un torbido disegno eversivo”. Ogni tanto finisce in prigione qualche generale dei servizi segreti, accusato di cospirazione politica e insurrezione armata: proprio nel febbraio del 1976 tocca al generale Gianadelio Maletti, mentre a maggio la magistratura di Torino chiede l'arresto di Edgardo Sogno, figura di spicco della Resistenza non comunista, poi divenuto così acceso anticomunista da farsi ispiratore di un golpe detto “bianco”, para-legalitario. Scrive Pier Paolo Pasolini nell'articolo sulle lucciole, la cui scomparsa nelle campagne definiva poeticamente la grande mutazione antropologica degli italiani:
È probabile che il vuoto di potere stia già riempiendosi attraverso una crisi e un riassestamento che non può non sconvolgere l'intera nazione. Ne è un indice ad esempio l'attesa 'morbosa' del colpo di Stato”».
Ecco infine quanto era scritto nel
«rapporto top-secret inviato a Londra dall'addetto militare dell'ambasciata britannica a Roma, colonnello Madsen, un mese esatto prima delle elezioni del 20 giugno. Titolo: La reazione delle forze armate italiane alla partecipazione comunista al governo e l'effetto che essa può avere sul contributo dell'Italia alla NATO. Sono undici pagine fitte e dettagliatissime, dai piani di ristrutturazione appoggiati dal PCI al movimento dei “proletari in divisa” organizzato da Lotta continua. E di nuovo le conclusioni dell'indagine vanno a parare sul colpo di Stato: “Gli ufficiali delle Forze armate sono per la maggior parte di destra o di estrema destra. Tuttavia i soldati di leva riflettono le inclinazioni politiche tipiche dell'Italia attuale. In teoria, se non in pratica, il PCI potrebbe contare sul sostegno di un terzo delle Forze armate. Una eccezione importante è costituita dai Carabinieri, ottantasei mila uomini tra i quali il PCI non ha appoggi. Ma i Carabinieri sono tradizionalmente leali al governo, qualunque sia il suo colore politico”. Rispetto all'ipotesi di un governo con i comunisti, sostiene il colonnello che “il sentimento degli ufficiali è generalmente di preoccupazione. È difficile individuare nelle Forze armate un nucleo abbastanza forte o influente da promuovere un golpe. L'unica possibile eccezione è quella dei Carabinieri. Nell'attuale situazione è improbabile che i militari lo appoggino. Tuttavia potrebbe in breve crearsi una situazione tale da favorire un putsch militare 'per l'ordine pubblico', soprattutto se i risultati delle elezioni del 20 giugno generassero una situazione di incertezza politica”. La premessa è che si tratta di uno “scenario ipotetico”. Ma al tempo stesso il colonnello Madsen segnala al suo ministro della Difesa che “nei piani di ristrutturazione, le forze armate italiane hanno di recente rafforzato le formazioni territoriali e quelle dei parà con l'obiettivo di condurre operazioni di salvaguardia della sicurezza nazionale, nel caso venga meno l'ordine pubblico”. […] il governo inglese è preoccupato che studi, indagini e relazioni restino al sicuro. “La loro esistenza non deve essere rivelata - è la raccomandazione - La Gran Bretagna non deve essere vista come un governo che interferisce negli affari interni dell'Italia”. Ma il 18 maggio, in vista di un vertice NATO a Oslo, qualcosa trapela: un articolo del Financial Times dal titolo I timori del Foreign Office sull'Italia. Il giornalista rivela che l'atteggiamento degli alleati è stato riassunto in un documento ad hoc. Dalla Farnesina, a questo punto, chiedono spiegazioni, ma a Londra fanno i vaghi, ridimensionano: il caso Italia non è nell'agenda ufficiale di Oslo, non c'è nessun paper, del PCI si parlerà al massimo “nei corridoi”».
Gli intrighi non vengono mai svelati pubblicamente e si arriva a negare anche di fronte all'evidenza. Una lezione da tenere a mente per i casi di disinformazione quotidiana attuati tuttora dalle cancellerie e dai media legati all'imperialismo. Se dai documenti britannici emerge comunque una certa prudenza, rigettando la possibilità di un golpe perché poco «realistica», non altrettanto cauto sembra l'atteggiamento degli USA:
«più in generale, al di là delle necessità diplomatiche, pare anche di cogliere una sottile linea di distinzione fra l'atteggiamento britannico e quello americano. Oltre una certa prudenza che porta Crosland e il premier Callaghan a non fare mosse avventate prima del 20 giugno, il Foreign office si preoccupa soprattutto dell'unità degli alleati, il che significa da un lato incoraggiare i francesi e i tedeschi a una maggiore presenza sulla questione italiana e dall'altro di frenare gli americani, soprattutto Kissinger. Del Segretario di Stato Usa i colleghi britannici sembrano poco apprezzare certe intemperanze, sottolineano che in privato usa uno “strong language”, un linguaggio forte; come pure si concedono una qualche distaccata superiorità quando gli pare che Kissinger si comporti più da professore di storia che da stratega: “Così rischia di perdere di vista le implicazioni immediate delle sue parole - nota l'ambasciatore inglese a Washington, Peter Ramsbotham - sviluppando una sorta di teoria del domino europeo sul lungo termine”. Ma gli americani, imperterriti, non solo seguitano a spingere sulla loro linea, ma in un memorandum del 4 giugno si mostrano anche piuttosto seccati dal fatto che mentre gli europei sono indecisi sul da farsi, loro rischiano di figurare sempre e comunque come il “bad cop”, il cattivo poliziotto della situazione, tipo in Cile nel 1973. […] Una settimana dopo [le elezioni, che non hanno sancito una maggioranza politica chiara, ndr], al vertice di Puertorico, riservato alle sette potenze più industrializzate del mondo, l'Italia si presenta senza un governo. Ci sono Moro e Rumor, ma solo per salvare le forme. Gerald Ford, Callaghan, Schmidt e Giscard d'Estaing si incontrano alle 12,45 di domenica 27 giugno al Dorado Beach Hotel per un pranzo di lavoro e qui si verifica un pietoso incidente. Lo descrive brutalmente Campbell, futuro ambasciatore britannico a Roma: “Quando arrivano per il lunch, ai due sfortunati ministri italiani viene impedito di entrare”. È il massimo dell'umiliazione. Appena chiuse le porte, si affronta il “problema Italia”. Il verbale di quell'incontro viene redatto dal funzionario Fergusson. Pur riconoscendo che gli italiani devono decidere da soli, i quattro capi di Stato sono d'accordo che occorre fare tutto il possibile perché i comunisti restino fuori dal potere. Giscard propone di elaborare, in una prossima riunione da tenersi a Parigi, una bozza di programma di governo che gli italiani dovranno accettare in cambio di un sostanzioso aiuto finanziario. Quella riunione si tiene effettivamente a Parigi, all'Eliseo, l'8 luglio del 1976. Il padrone di casa è il Segretario generale aggiunto della Presidenza della Repubblica francese Yves Cannac. Per gli Usa c'è Helmut Sonnenfeldt, consigliere del Dipartimento di Stato e braccio destro di Kissinger; per i tedeschi arriva Gunther Van Well, alto funzionario del ministero degli Esteri di Bonn; e infine, per la Gran Bretagna, il sottosegretario del Foreign Office, Reginald Hibbert. […] Da quel che si capisce l'incontro di Parigi, che Hibbert definisce “sticky”, cioè difficile, insidioso, appiccicoso, fa pensare in realtà a una specie di ultimo avviso all'Italia, che è anche una prova di commissariamento. Le delegazioni producono una bozza d'intenti che a distanza di trent'anni finisce per avere un certo peso storiografico. S'intitola Democracy in Italy e in pratica espone ai futuri governanti italiani quello che devono fare. Così comincia: “Malgrado gli ulteriori progressi del PCI, le recenti elezioni consentono di mantenere in vita la democrazia in Italia. Ma è arrivato il momento di mettere fine a questa deriva”. La parola usata è “slide”, uno scivolamento che porta a una caduta, al collasso italiano. I quattro grandi dell'occidente non solo alzano il tradizionale muro di fronte all'ipotesi di un governo con il PCI, ma nella riunione segreta di Parigi intervengono anche sulla formula e sulla maggioranza che dovrà avere il nuovo dicastero: a “guida DC”, con “partiti non comunisti e non fascisti”. E quindi provano pure a delineare le caratteristiche della loro compagine ideale: “Un piccolo gruppo omogeneo di uomini di prestigio che lavorino in squadra”. Nelle carte c'è addirittura il programma, che tocca amministrazione pubblica, giustizia, sicurezza, economia e politica estera. Si scende nei particolari: un piano a medio termine per il risanamento della finanza pubblica e riduzione dell'evasione fiscale; è indicata la necessità di tentare un accordo con imprenditori e sindacati. C'è anche la lotta alla corruzione e perfino un accenno al “nepotismo”. Ma soprattutto si fa notare, sotto un paragrafo dal titolo The Christian democratic party, un appello che di nuovo suona come un atto di sottomissione richiesto alla classe di governo del “partito che ha esercitato il potere per trent'anni e rimane il più forte dopo le elezioni”. Per battere il PCI, la DC dovrebbe (should) ripulire la sua immagine di partito tollerante della “prevaricazione e del sotterfugio”, ha il dovere di “liberarsi delle pecore nere”, la necessità di “mettere ordine a casa sua”, di svecchiarsi e arruolare giovani, assicurare maggiore spazio alle donne, ai lavoratori e ai sindacati. Suo compito è anche quello di contestare al PCI l'egemonia culturale “riconquistando l'intellighenzia, le università e i media”. Il giorno dopo, 9 luglio, ore 23,20, l'ambasciatore inglese a Washington telegrafa a Londra: “Kissinger approva il paper Democracy in Italy”. Da Londra, forse, il premier Callaghan un po' si spaventa a leggere quelle carte: “Dobbiamo usare molta cautela considerando il grande danno che ne verrebbe se la loro esistenza divenisse pubblica. Sarebbe un'intrusione diretta negli affari di uno stato europeo nostro alleato”. E aggiunge: “Ogni fuga di notizie finirebbe per essere un regalo ai comunisti italiani”».
Questo accade nel 1976. Non c'è bisogno di un golpe perché il PCI di Berlinguer accetta sommessamente un governo monocolore democristiano, rifiutando di far emergere le contraddizioni del campo avverso, svelando l'inganno della democrazia liberale. Due anni dopo, il giorno in cui nel PCI si medita di non confermare la fiducia ad un nuovo Governo monocolore guidato da Andreotti, le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro, il principale leader democristiano che propone strategicamente, seppur con molte ambiguità, un'apertura politica verso i comunisti verso la condivisione di maggiori responsabilità.
76. W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, cit., p. 183.
77. F. Ceccarelli, Dalle carte segrete del Foreign Office l'idea di un colpo di Stato in Italia, La Repubblica (web), 13 gennaio 2008.

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