18 Ottobre 2021

2.10. IL PROCESSO ALLA LIBERTÀ DI PENSIERO E AL COMUNISMO

In seguito al rapimento di Aldo Moro, il 21 marzo 1979 si inaugura l’applicazione politica del reato di “associazione per delinquere”, di norma riservato alle inchieste di mafia. Il 7 aprile 1979, agenti della DIGOS, polizia e carabinieri effettuano centinaia di perquisizioni in tutta Italia, arrestando, sulla base di 22 ordini di cattura firmati dal sostituto procuratore della Repubblica di Padova Pietro Calogero, 15 esponenti di “Autonomia Operaia”: Antonio Negri (a Milano); Oreste Scalzone, Emilio Vesce, Lauro Zagato (a Roma); Ivo Galimberti, Luciano Ferrari Bravo, Carmela Di Rocco, Giuseppe Nicotri, Paolo Benvegnù, Alisa Del Re, Sandro Serafini, Massimo Tramonti (a Padova); Mario Dalmaviva (a Torino); Guido Bianchini (a Ferrara); Marzio Sturaro (a Rovigo). Sfuggono alla retata Franco Piperno, Pietro Despali, Roberto Ferrari, Giambattista Marongiu, Gianfranco Pancino, Giancarlo Balestrini, Gianni Boeto (o Domenico Gioia?). Gli arrestati e i ricercati sono professori (in facoltà di scienze politiche, fisica, ingegneria), assistenti, studenti universitari, giornalisti, ecc. Con quali capi di imputazione? 12 imputati sono incriminati
«per aver... organizzato e diretto un'associazione denominata Brigate Rosse... al fine di promuovere l'insurrezione armata contro i poteri dello Stato e mutare violentemente la Costituzione e le forme di governo sia mediante propaganda di azioni armate contro persone e cose, sia mediante la predisposizione e la messa in opera di rapimenti e sequestri di persona, omicidi e ferimenti e danneggiamenti, di attentati contro istituzioni pubbliche e private».
Tutti gli imputati, per avere organizzato e diretto “Potere Operaio” e “Autonomia Operaia”
al fine «di sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello Stato sia mediante la propaganda e l'incitamento alla pratica cosiddetta dell'illegalità di massa di varie forme di violenza e di lotta armata, espropri e perquisizioni proletarie, incendi e danneggiamenti ai beni pubblici e privati, rapimenti e sequestri di persona, pestaggi e ferimenti, attentati a carceri, caserme, sedi di partito, associazioni e cosiddetti “covi di lavoro nero” sia mediante l'addestramento all'uso delle armi, munizioni, esplosivi, ordigni incendiari e, infine, mediante il ricorso ad atti di illegalità, di violenza e di attacco armato contro taluni degli obbiettivi sopra precisati».
A sostegno di queste imputazioni, sempre secondo il PM Calogero:
«esistono sufficienti indizi di colpevolezza, desumibili:
1) dalla copiosa documentazione sequestrata o acquisita soprattutto nelle parti in cui esalta e si programma la lotta armata, si annunciano e si rivendicano atti di violenza o attentati terroristici, si predispongono mezzi e organizzazioni di tipo paramilitare, si promuove e si incita alla insurrezione armata contro lo Stato;
2) dalle riviste Rosso e Controinformazione, e di altri numerosi giornali e opuscoli, volantini e scritti di evidente contenuto sovversivo;
3) dalle testimonianze assunte e dalle risultanze delle indagini di polizia giudiziaria comprovanti sia la natura, le modalità e i mezzi dell'attività criminosa svolta da ciascun imputato, sia rapporti associativi intercorrenti tra l'uno e l'altro e il comune disegno antigiuridico, sia infine la loro consumata e attuale partecipazione in qualità di dirigenti e organizzatori ad associazioni delittuose meglio configurate nei capi di imputazione».
Tra i capi d’imputazione più rilevanti ed eclatanti nei confronti di Toni Negri (il più in vista degli arrestati) vi è quello di essere stato telefonista delle BR durante il sequestro Moro.
Altri arresti si hanno nei restanti mesi del 1979, da giugno a dicembre, e ancora nel 1980. In tutto, agli imputati sono comminati quasi 300 anni di carcerazione preventiva.
Il processo, per via dell’interferenza con le inchieste sulle BR, è in parte trasferito a Roma.
Le accuse di Calogero, pur accolte nel processo romano di primo grado del 1984, cadono quasi del tutto nell’appello del 1987: ne rimangono, argomentati sulla base di fattispecie assai dubbie, i 12 anni per Toni Negri (in primo grado sono 30: Negri ottiene il diritto di asilo politico in Francia, donde torna a scontare la pena residua nel 1997) e altre condanne minori per presunti reati connessi. Nel troncone padovano il processo di primo grado porta direttamente all’assoluzione di tutti gli imputati il 30 gennaio del 1986 (quasi sette anni dopo gli arresti): tra gli assolti vi sono anche i coimputati di Pietro Greco (detto Pedro), che nel frattempo il 9 marzo 1985, da latitante, è stato ucciso a Trieste da agenti della Digos e del Sisde. Il crollo del cosiddetto “teorema Calogero” è ulteriormente e definitivamente sancito dalla sentenza d’appello presso la Corte di Venezia nel marzo 1988.
Tra le caratteristiche del 7 aprile vi è – cosa relativamente nuova per l’epoca – la gogna mediatica: i giornali non si risparmiano titoli cubitali del tipo Scoperti ed arrestati gli assassini di Moro, e sopiscono d’un balzo l’eco del delitto Pecorelli di qualche settimana prima; pochissimi quelli che rimangono lucidi, tra loro alcuni del Manifesto e il solo Giorgio Bocca a Repubblica. Il resto appartiene – come oggi con l’uomo politico evocato in apertura – piuttosto al reame del grottesco: i fotomontaggi, i goffi tentativi di smontare gli alibi, le improbabili perizie foniche sulle telefonate dei carcerieri di Moro (si scoprirà a posteriori che la voce è quella di Valerio Morucci), la mediocrità professionale degli esecutori giudiziari e polizieschi. Di fatto l’arresto di Toni Negri e di molti suoi compagni il 7 aprile 1979 è stato il primo atto di una persecuzione giudiziaria e di un linciaggio mediatico che non aveva precedenti nella storia d’Italia dal 1945 ad allora e non ha avuto eguali negli anni successivi. Colpevoli in quanto comunisti, rivoluzionari e quindi sovversivi. E come ai tempi del fascismo repressi in maniera spietata non per le proprie azioni ma soltanto per le proprie idee, alla faccia del buon liberalismo borghese che dovrebbe concedere a tutti libertà di pensiero e di parola. L'ennesima dimostrazione che la borghesia, quando si sente minacciata, non esita a difendere sé stessa con la maggiore repressione e violenza possibile, utilizzando ogni arma a disposizione, anche quelle illegali e fasciste. Da notare che su tutta la vicenda anche il PCI mantiene un atteggiamento di sostanziale appoggio alle forze dell'ordine. Per dirla con le parole di Giulia Pacifici:
«L’inchiesta “7 aprile” vide la contrapposizione del PCI a un’area garantista. La valutazione negativa che il PCI faceva del fronte garantista derivava dal timore che questo potesse essere oggetto di strumentalizzazioni politiche per osteggiare la strategia che il PCI aveva assunto con la lotta al terrorismo. Ma quello che il partito non seppe cogliere fu la diversa forma che il garantismo assunse nel caso “7 aprile” rispetto alle posizioni favorevoli ad una trattativa manifestatesi durante il rapimento Moro. Il garantismo emerso intorno all’inchiesta su Autonomia, infatti, mosse critiche principalmente su questioni di diritto e di giustizia ma dietro la “battaglia garantista” il PCI intravide il tentativo del “partito armato” di guadagnarsi una legittimazione democratica. […] In generale i dirigenti del PCI sopravvalutarono la pericolosità delle capacità di risposta dell’area autonoma all’attacco repressivo dello Stato. Questo errore gli derivava dall’analisi del terrorismo che il partito aveva sviluppato in seguito al trauma del rapimento Moro e dal permanere di punti oscuri sulla vicenda, sui mandanti, sugli esecutori e sugli scopi; tutti punti su cui le inchieste di Calogero e Gallucci tentavano di far luce in sede giuridica. Sul giudizio del PCI influì inoltre l’esperienza della “strategia della tensione” e il peso dei legami internazionali tipici della guerra fredda».82
82. Fonti usate: G. Pacifici, Il PCI, Autonomia Operaia e l'emergenza terrorismo: il caso 7 aprile 1979, Storicamente, 12, n° 31, 2016; F. Pontani, Cosa è stato il 7 aprile, Ilpost.it (web), 20 dicembre 2010; P. Nicotri, 7 aprile 1979: la lezione è sempre attuale, ma nessuno impara. Si insiste negli stessi clamorosi errori, quasi sempre disonesti, Pinonicotri.it, 5 aprile 2009; L. Barbieri, I giornali a processo: il caso 7 aprile – Settima parte, Carmillaonline.it, 23 novembre 2007.

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