01 Novembre 2020

2. INTERPRETAZIONI STORIOGRAFICHE BORGHESI E “IDEALISTE” DEL NAZISMO

Il nazismo è il punto d’arrivo di energie negative presenti in Germania sin dai tempi di Lutero o è una deviazione patologica dalla tradizione culturale tedesca? Secondo lo storico tedesco conservatore Gerhard Ritter, il nazismo è una forma particolare della crisi generale dei valori liberal-democratici (tolleranza, ragionevolezza, moderazione, libertà, fiducia nel progresso storico ecc.) che investì tutto l’Occidente, non un evento che ha radici unicamente nella storia tedesca. In Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo, il filosofo francese Emmanuel Lévinas definisce il nazismo come un «risveglio di sentimenti elementari». Se la storia dell’Europa è un’eterna lotta dell’anima contro il potere corporale – sostiene l’autore – allora il nazismo è la vittoria definitiva di tale potere, un continuo «ricondurre l’uomo alla sua condizione originaria». Per Lévinas il nazismo sarebbe quindi una «rivolta contro la civiltà occidentale». Karl Karl Lowith ritiene il nazismo una «malattia morale», frutto di una visione nichilistica della vita che ha dissolto la società borghese e quella cristiana, distruggendo l’idea stessa di umanità. Insomma, il pensiero di Lowith è il medesimo di Rausching: entrambi considerano il nazismo come la forma più radicale di nichilismo. Per Adorno e Horkheimer il nazismo è una specie di degenerazione dell'illuminismo: sarebbe cioè il prodotto di un clima culturale irrazionalista di fine Ottocento, con il trionfo dell’irrazionale collettivo e della trasformazione delle masse in mero strumento di potere al fine di edificare un potere in cui la razionalizzazione viene portata agli estremi. Il razzismo è parte integrante di tale razionalità, un vero e proprio progetto di dominio, funzionante in primo luogo come «diversivo» per calare una cortina fumogena di fronte ai veri nemici del popolo tedesco (le élite bancarie e finanziarie nazionali e internazionali), in secondo luogo come strumento terroristico a scopo deterrente, per mostrare tutta la forza del nazionalsocialismo, pronto a scagliarsi contro chiunque osi anche solamente dissentire. L’antisemitismo è funzionale altresì come collante di una comunità letteralmente demolita dalla crisi economica, in particolare del ceto borghese smarrito, un collante attorno al quale si rifonda una fittizia «comunità di popolo». Secondo Enzo Collotti (La Germania nazista, 1962) invece il nazismo si colloca all’interno di una tradizione tipicamente tedesca, nazionalista, militarista, antisemita, che va da Lutero a Fichte, Hegel, Wagner, Nietzsche, il pangermanesimo ecc. Collotti respinge il tentativo di scaricare sulla sola figura di Hitler (e dei leader nazisti) ogni responsabilità. Hitler non avrebbe mai potuto scatenare la guerra e l’Olocausto senza l’aiuto degli industriali, delle classi politiche conservatrici, degli junker e dei militari. Altri studiosi ritengono che gli orrori del nazismo siano il frutto della crisi morale europea, e in particolare dell'ebbrezza di potere della borghesia e dei militari tedeschi. Tuttavia secondo costoro (tra i quali lo storico liberale Meinecke) tutti questi mali non avrebbero potuto portare a una simile catastrofe senza la comparsa di una personalità eccezionale, di una “forza demoniaca” come quella di Hitler. Sono state dette insomma tante cose e molte sciocchezze per cercare di ignorare la genesi squisitamente di classe del fenomeno nazista.10
10. Per questo rapido ed episodico excursus, che non vuole essere completo ma dare alcune esemplificazioni utili al ragionamento complessivo, ci si è rifatti a G. Baruzzi, Interpretazioni del nazismo, Storiaestorie.altervista.org, 2 febbraio 2014, e al materiale didattico offerto da E. De Marzio, Interpretazioni del nazismo, Eniodemarzo.org, ottobre 2016.