08 Luglio 2020

2.10. IL DRAMMATICO TRATTATO DI BREST-LITOVSK E I SUOI NEMICI

Dopo aver dato spazio alla ricostruzione del conflitto militare “ufficiale” secondo la storiografia sovietica approfondiamo ora alcuni aspetti di particolare interesse politico facendo riferimento ad altre fonti. All'inizio del febbraio del 1918 era ripresa l'avanzata delle truppe tedesche. La guerra per loro non era finita e procedeva ormai in maniera quasi incruenta, nella disgregazione totale dell'esercito russo sul fronte. Così furono occupati in pochi giorni la Lettonia, l'Estonia, una parte considerevole dell'Ucraina e dell'attuale Bielorussia. Contemporaneamente anche i Turchi penetrava nel Caucaso. Il governo bolscevico decise di trasferirsi da Pietrogrado nella più sicura Mosca e adotta un decreto-appello diffuso in forma di opuscolo, dal titolo significativo La patria socialista è in pericolo. Il testo, che faceva ampio uso della retorica patriottica, era firmato da Lenin ma era opera anche di Trockij. Tra gli obblighi di tutti i soviet e di tutte le organizzazioni rivoluzionarie si includeva quello di «difendere ogni posizione fino all'ultima goccia di sangue». Il decreto prevedeva misure concrete per respingere il nemico e per stabilire una ferrea disciplina nelle retrovie dell'Armata rossa che stava nascendo. Il punto otto del decreto diceva: «Gli agenti nemici, gli speculatori, i malviventi, i delinquenti, gli agitatori controrivoluzionari e le spie tedesche saranno fucilati sul luogo dei loro crimini». Mentre il popolo chiedeva a gran voce la pace rimaneva ampio dibattito a livello politico su come praticarla, dopo il sostanziale fallimento dell'appello fatto da Lenin qualche mese prima alle potenze belligeranti. Nel dibattito interno Lenin, sostenuto da Stalin, sostenne la necessità della pace ad ogni costo, perché il prolungarsi della guerra significava la morte del potere sovietico e di conseguenza chiedeva insistentemente nelle riunioni del Comitato Centrale di esprimersi in tal senso.
Contro Lenin e a favore della «guerra rivoluzionaria» si espressero i “comunisti di sinistra” Bucharin, Urickij, Lomov e Bubnov. Trockij sosteneva la sua linea “né pace, né guerra”. Per sua responsabilità diretta il Comitato Centrale si vide costretto a discutere, il 23 febbraio, condizioni di pace molto più dure di quelle presentate inizialmente dalla Germania. Trockij, che aveva guidato la delegazione sovietica alle conversazioni di pace a Brest, infrangendo una direttiva specifica del presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo Vladimir Lenin, aveva dichiarato ai rappresentanti tedeschi che lo Stato sovietico si rifiutava di firmare un trattato di pace ma avrebbe concluso la guerra e smobilitato il suo esercito. Di questo aveva approfittato il comando tedesco per la sua nuova offensiva. In definitiva trionfò l'irremovibile fermezza di Lenin. Sette voti contro quattro e quattro astenuti. Alla fine fondamentale era stata l'astensione di Trockij e dei suoi seguaci, che dopo aver espresso contrarietà alla pace, si erano astenuti, permettendo alla mozione di passare. Quella stessa notte il Comitato Esecutivo Centrale di tutta la Russia e il Consiglio dei Commissari del Popolo accettarono le condizioni di pace. I bolscevichi che si erano espressi in maniera contraria polemizzarono aspramente con Lenin, non mancando di accusarlo di tradimento e annunciando la rinuncia a tutte le cariche che ricoprivano nel partito e nello Stato. Il trattato, firmato a Brest-Litovsk il 3 marzo, fu durissimo: vennero imposte ai Russi pesanti riparazioni, il riconoscimento dell'indipendenza ucraina e la cessione di centinaia di migliaia di chilometri quadrati di territori già appartenenti all'impero zarista, con decine di milioni di abitanti. Negli anni successivi sotto la guida di Lenin una buona parte di questi verrà poi ripresa. Stalin farà il resto. A volte per fare un passo avanti occorre farne due indietro, come insegnava Lenin. La firma del trattato però ebbe un'altra conseguenza pesante: oltre a lacerare il partito bolscevico comportò la rottura con i socialrivoluzionari di sinistra, che avevano fino ad ora appoggiato i bolscevichi in ogni passo, partecipando con diverse cariche istituzionali al primo governo rivoluzionario. Per tracciare le vicende di questa storia però occorre fare un piccolo passo indietro e approfondire la nascita della Ceka, ossia l'organo della polizia politica che aveva il compito di difendere la Rivoluzione.25
Prima però, chiudiamo il quadro fin qui offerto mostrando pienamente la portata della congiura degli interventi stranieri per stroncare la Rivoluzione bolscevica.
25. A. Graziosi, L'URSS di Lenin e Stalin. Storia dell'Unione Sovietica 1914-1945, Il Mulino, Bologna 2007, p. 104; A. V. Tiskov, Dzeržinskij. Il giacobino proletario di Lenin, Zambon, Bologna 2012, pp. 364-367.

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