25 Settembre 2020

2.1. IL PROBLEMA POLITICO-STORIOGRAFICO

«Ma vuol forse dire, questo, che la lotta sia finita e che l'ulteriore offensiva del socialismo possa esser lasciata cadere, come qualche cosa d'inutile? In nessun modo. Vuol forse dire che nel partito tutto proceda per il meglio, che non vi si manifesterà più nessuna deviazione e che, per conseguenza, si possa ora riposare sugli allori? No, niente affatto. Abbiamo sconfitto i nemici del partito, gli opportunisti di tutte le tinte, i fautori di deviazioni nazionaliste d'ogni specie; ma i residui della loro ideologia non sono ancora usciti dalla testa di singoli membri del partito e non di rado si fanno sentire. Non si può considerare il partito come qualche cosa di staccato dagli uomini che lo circondano. Il partito vive e combatte nell'ambiente che lo circonda. Non c'è da stupirsi che dall'esterno penetrino non di rado nel partito delle tendenze malsane».
(Josif Stalin, Problemi della direzione politica e ideologica; 26 gennaio 1934)6
Affrontare criticamente e storicamente la figura di Stalin è ancora oggi impresa ardua, perfino nella storiografia di tendenza marxista, che spesso al tentativo di comprendere questa personalità e la “sua” URSS preferisce condannarlo aprioristicamente, accettando senza troppe remore i dipinti tracciati dalla sovietologia di marca liberale (le opere di Robert Conquest, Hannah Arendt e Francois Furet ne sono solo alcuni esempi7), volti a lanciare accuse di totalitarismo, di pazzia, di affinità elettive con Hitler, di antisemitismo. Una delle naturali conclusioni di questo filone è stata quella di criminalizzare l'intero comunismo8 e di costruire lo stereotipo di uno Stalin furioso omicida assetato di sangue (sia borghese che proletario), totalmente incapace di accettare la pur minima dialettica e critica all'interno del partito e quindi volenteroso di sterminare ogni tipo di opposizione. La questione è un po' più complessa in realtà. In primo luogo occorre tenere conto che la demonizzazione di Stalin non è stata soltanto figlia della vittoria politica, economica e ideologica ottenuta nel 1991 dall'Occidente capitalistico sull'opposto versante comunista. Essa è stata bensì favorita soprattutto all'interno dello stesso mondo comunista, sia da parte della storiografia di matrice trockijsta, sia da parte di quella post-stalinista, ben propensa ad assegnare ad una sola persona le responsabilità di tutti gli errori ed orrori di cui si è macchiato il socialismo reale9.
È oggi opinione pressoché unanime tra gli storici che molti aspetti del famoso rapporto Chruščev (presentati al XX Congresso del PCUS del 1956) furono inventati, ingigantiti o falsati. Laddove invece si procedeva a raccontare la verità dei fatti più crudi si omettevano le corresponsabilità proprie e del partito, decontestualizzandole totalmente in modo da farle apparire atti di ferocia gratuita. Occorrerebbe quindi analizzare il “rapporto” in maniera “critica”, senza accettarne in toto i contenuti come fatto in passato. Se all'epoca lo shock indotto, appesantito da enormi conseguenze politiche, impedì un'analisi di questo tipo, oggi occorre inquadrare l'azione di Chruščev come un atto politico nel quadro di una lotta di potere all'interno del PCUS, avente come obiettivo la delegittimazione della “vecchia guardia stalinista” costituita dai vari Molotov, Berja e Malenkov, garantendo così a Chruščev di superare la fase di direzione collegiale del partito che era seguita alla morte di Stalin nel 1953 . Inoltre Chruščev aveva i suoi motivi personali per voler distruggere la figura politica di Stalin, essendo stato per un certo periodo preso di mira nel contesto delle purghe in cui rischiò di perdere la vita . Prima però di affrontare la questione dell'autocrazia staliniana occorre fare un grande passo indietro.
6. J. Stalin, Opere Scelte, Edizioni Movimento Studentesco, Milano 1973, p. 860.
7. Sulla questione si è soffermato a lungo, mostrando i limiti e talvolta le faziosità di tali autori, Domenico Losurdo in D. Losurdo, Stalin, cit., pp. 17, 172, 187-188, 195, 198, 233-241; sulla modalità con cui si è affermata la categoria storiografica di “stalinismo” è utile anche B. Studer, Totalitarismo e stalinismo, all'interno di A.V., Il secolo dei comunismi, Net, Milano 2004, pp. 32-38.
8. A riguardo il prodotto più ambizioso è senza dubbio S. Courtois (a cura di), Il libro nero del comunismo. Crimini, terrore, repressione, Mondadori, Milano 1998.
9. R. Di Leo, L'esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa, Ediesse, Roma 2012, pp. 26-27, 30-31.