15 Luglio 2020

2.9. IL CONSENSO POPOLARE AL REGIME

«La nazione ha il diritto di decidere liberamente delle proprie sorti. Essa ha il diritto di organizzarsi come meglio le piace, senza, naturalmente, calpestare i diritti delle altre nazioni. Ciò è fuori discussione. Ma come precisamente deve essa organizzarsi, quali forme deve rivestire la sua futura costituzione, se si prendono in considerazione gli interessi della maggioranza della nazione e innanzi tutto il proletariato? La nazione ha il diritto di organizzarsi secondo il principio dell'autonomia. Essa ha persino il diritto di separarsi. Ma questo non significa ch'essa debba far questo in tutte le condizioni, che l'autonomia o la separazione siano sempre e dappertutto convenienti per la nazione, cioè per la sua maggioranza, cioè per gli strati lavoratori. […] Non deve la socialdemocrazia intervenire nella questione e influenzare, in un determinato modo, la volontà della nazione? Non deve essa intervenire con un piano concreto di soluzione della questione che sia il più vantaggioso per le masse […]?»
(Stalin, da Il marxismo e la questione nazionale; 1913)90
Un dato che suscita sempre un certo scalpore (specie tra gli storici di tendenza liberale) è la constatazione dell'ampio consenso popolare che godeva il regime di Stalin, anche durante gli anni più duri e repressivi. Scrive Hobsbawm, che pure mantiene un giudizio complessivamente severo su Stalin:
«per quanto possa sembrare incredibile, perfino il sistema stalinista […] godette quasi certamente di un notevole sostegno popolare, anche se non tra i contadini. […] Il sistema dava loro il lavoro, le pensioni e l'assistenza sanitaria; inoltre forniva il cibo, i vestiti e l'alloggio. I prezzi del cibo e dei vestiti e gli affitti delle case erano controllati dallo Stato. Vigeva un'uguaglianza approssimativa, almeno fino alla morte di Stalin, […] il sistema sovietico forniva istruzione. La trasformazione di un paese largamente analfabeta nella moderna URSS fu un risultato grandioso».91
Un segnale dell'ampio consenso popolare si ritrova anche nell'enorme afflusso di gente che partecipò, senza alcuna costrizione e con sincera costernazione (anche nel partito) ai suoi funerali nel 195392. I principali campi del consenso poggiavano sul sostegno operaio (in particolare delle nuove generazioni entrate in fabbrica negli anni '30), sull'adesione della comunità ebraica alle politiche antirazziste promosse dal regime, sul miglior status sociale per le donne e le nazionalità “minori” rispetto all'epoca zarista. Il consenso operaio venne in primo luogo dall'enorme salto qualitativo e quantitativo delle condizioni di vita di milioni di persone passate dalla dura vita dei campi alla modernità delle città. La professione dell'operaio non era certo diventata idilliaca, e sopportava anzi in certe fasi ritmi di lavoro intensi e logoranti, che diedero luogo anche a diverse proteste. Gli operai erano spaccati al loro interno tra chi mostrava un livello di coscienza politica più avanzata, partecipando attivamente alla mobilitazione ideologica promossa dal regime e al fenomeno dello stachanovismo93, e chi invece lavorava nell'inerzia, lamentandosi sotto voce per non essere preso di mira come oppositore. Gli uni e gli altri godettero però la possibilità di rapide scalate sociali, permesse sia dall'espansione del settore industriale, sia dalle epurazioni che raggiunsero l'apice nel '36-37. A questo riguardo occorre ricordare che diversi storici parlano di “democratizzazione della repressione”. Ricorda la Di Leo:
«Nicolaj Ezov, il terribile capo della polizia segreta della prima campagna decisa da Stalin contro gli intellettuali borghesi e bolscevichi, era l'operaio che aveva diretto la storica lotta delle Officine Putilov, all'alba della rivoluzione. Operai erano i giudici dei “tribunali dei compagni” che amministravano la giustizia all'epoca della “rivoluzione culturale”, 1928-31; operai erano i membri della nuova polizia e delle istituzioni di difesa del fragile potere sovietico».94
La repressione non fu calata unicamente dall'alto, bensì fu favorita in una certa misura da numerose denunce provenienti da lavoratori che approfittarono dell'occasione per saldare vecchi conti in sospeso e vendicarsi di dirigenti e tecnici con cui erano entrati in contrasto per motivi personali o professionali. Fondamentale poi il cambiamento dei rapporti di produzione, che seppur tra fasi altalenanti (a momenti di maggiore liberalità seguivano fasi più autoritarie e repressive, a seconda del contesto storico) sanciva dopo decenni di semi-servaggio uno status sociale radicalmente diverso per la figura dell'operaio, che poteva permettersi di trattare da pari a pari i propri superiori, trovando nel sindacato e nel partito degli alleati assai pressanti sulla dirigenza95. Il consenso ebraico affonda le sue origini nei giorni immediatamente successivi alla rivoluzione d'ottobre96 e c'è un dato che più di ogni altro merita di essere ricordato per dare la dimensione del fenomeno: 32 su 45 dei ministri dei primi governi sovietici erano ebrei, così come 12 su 13 direttori dei primi campi di lavoro (più noti come i gulag)97. Sia Lenin che Trockij avevano d'altronde origini ebree e lo stesso Stalin, nonostante diversi storici abbiano cercato di affermare il contrario, tutelò gli ebrei al pari di ogni altra nazionalità “minore”. Non è un caso che in Occidente gli ebrei vedessero con simpatia il regime sovietico che aveva posto fine agli odiosi pogrom di epoca zarista, garantendo libero accesso ad ogni tipo di professione.
A testimonianza dell'impegno a favore dell'etnia che subì la Shoah, Stalin, che tra l'altro aveva un genero ebreo, fu tra i maggiori promotori della nascita di Israele, mutando in seguito atteggiamento nel momento in cui il nuovo stato oltre a scegliere l'alleanza strategica con l'Occidente capitalistico, diventò un polo di attrazione per ingenti quantità di tecnici e quadri ebrei che in massa migrarono in medio oriente dall’Europa orientale e dalla stessa URSS. Fu a questo punto che Stalin avviò misure repressive verso il sionismo (anche detto “cosmopolitismo”), che lo portarono probabilmente ad una maggiore diffidenza verso gli ebrei, che rischiavano ora di diventare dei pericolosi agenti doppiogiochisti al servizio della “vera” patria israeliana98. Gli ultimi due settori sociali che potevano mostrare segnali di soddisfazione erano le donne e le nazionalità minori. Le donne ricevevano un'educazione adeguata e paritetica, avevano uguaglianza giuridica con gli uomini, il che garantiva gli stessi diritti per l'impiego, accelerando il miglioramento delle loro condizioni di vita e delle relative famiglie. Lo sviluppo contribuì anche al progresso della sanità, che aumentò di molto le aspettative di vita per il tipico cittadino sovietico, e la sua qualità della vita. Le politiche di Stalin garantirono ai sovietici un accesso universale all'educazione e alla sanità, permettendo a questa generazione di essere la prima a non temere tifo, colera e malaria. Il numero di casi per queste malattie scese ai minimi storici, aumentando l'aspettativa di vita di decenni. Grazie a questi provvedimenti le donne sovietiche nel periodo di Stalin, furono anche la prima generazione in grado di partorire con sicurezza negli ospedali, con accesso alle cure prenatali. La condizione delle donne era quindi per diversi aspetti migliore rispetto a quella di chi viveva nei paesi occidentali (il codice della famiglia del 1927 era ancora più radicale di quello del 1918, e adottava certe disposizioni che la maggior parte dei paesi europei e gli USA attuarono solo dagli anni '70). A partire dal 1936 venne ripristinata una restrizione consistente dei diritti all'aborto e al divorzio, dovuta alla preoccupazione delle autorità sovietiche per la coincidenza tra il disastro demografico del 1931-33 e delle pericolose statistiche sulla natalità e sulla tenuta del tessuto sociale familiare99.
È da segnalare d'altronde che la richiesta di una versione più restrittiva delle leggi sulla famiglia venne anche da molte donne (rimaste divorziate e disoccupate) proprio per motivi socio-economici. Da segnalare infine il riconoscimento sociale conferito alle donne, che giocarono un ruolo fondamentale (più che in qualsiasi altro paese) nell'industrializzazione e nella seconda guerra mondiale (oltre un milione di donne servì nelle forze armate ad ogni livello e mansione)100. Anche per quanto riguarda le nazionalità minori la Costituzione del 1924, pur stabilendo un impianto centralistico dell'Unione (saldamente in mano al partito), garantiva alle varie repubbliche ampi diritti di autonomia e di incentivazione culturale.101 Di questi diritti lo stesso Stalin fu uno dei garanti, pur nella consapevolezza che bisognava evitare la degenerazione delle «coscienze nazionali» nei «nazionalismi», favorendo quindi «l'esaltazione del primordialismo e del folklore» per «fermare il processo formativo a uno stadio intermedio, quello di narodnost' appunto, impedendo loro di progredire e quindi di creare fastidi al nuovo stato»102.
Si è parlato non a torto d'altronde di uno Stalin “nazionalista russo”, nonostante l'origine georgiana. La questione è una delle più problematiche e rimane di difficile soluzione. I dati a disposizione spingono a ritenere che il nazionalismo russo fosse secondo Stalin fin dal 1922 (anno in cui si scontrò con Lenin su questo punto) l'arma più potente per creare solide basi centraliste atte a costruire il nascente stato sovietico, e, nei momenti di maggiore tensione (da metà anni '30 fino alla seconda guerra mondiale inclusa) uno strumento usato per rafforzare l'identità nazionale e mobilitare larghi strati sociali (in particolar modo le masse contadine) nella lotta contro l'invasore tedesco. Rimangono però delle perplessità sulle eccessive misure di russificazione prese dal 1945 in poi, che non sono inquadrabili in questo schema interpretativo, e portano a ritenere che l'opzione tattica fosse diventata strategica. Difficile però capire se ciò fosse dovuto solo a considerazioni di ordine geopolitico o anche all'ammirazione candidamente mostrata dallo stesso Stalin per la cultura russa103.
90. J. Stalin, Opere Scelte, cit. p. 377.
91. E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, cit. pp. 445-448.
92. come emerge da A. Panaccione, Il 1956, cit. pp. 53-55.
93. Il fenomeno dello stachanovismo è molto più complesso di quanto venga spesso banalmente riassunto. In realtà le cause furono non solo ideali, ma spesso e volentieri puramente materiali (lavorare di più al fine di incamerare più straordinari); il fenomeno si espanse inoltre in maniera disordinata e diede luogo a diversi problemi politici e sociali, che talvolta ebbero ricadute sul terrorismo interno e sulla guerra civile. La questione viene esposta ampiamente in A. Graziosi, L'URSS di Lenin e Stalin, cit. pp. 400-402.
94. Citato da R. Di Leo, L'esperimento profano, cit. p. 109; vd anche D. Losurdo, Stalin, cit. p. 155.
95. Su questi aspetti è bene mettere a confronto D. Losurdo, Stalin, cit. pp. 140-143, 166-170 con A. Graziosi, L'URSS di Lenin e Stalin, cit. pp. 222-223, 231, 234-236 e M. Lewin, Storia sociale dello stalinismo, cit. pp. 271-294.
96. A. Graziosi, L'URSS di Lenin e Stalin, cit. pp. 121-122.
97. Dati presi da R. Di Leo, L'esperimento profano, cit. p. 109.
98. Losurdo in D. Losurdo, Stalin, cit. pp. 198-231 smonta agevolmente le accuse di antisemitismo rivolte a Stalin e approfondisce le ragioni del salto tra l'appoggio alla fondazione di Israele all'avversione verso il sionismo.
99. A. Graziosi, L'URSS di Lenin e Stalin, cit. p. 406.
100. Per una visione complessiva della condizione delle donne in epoca sovietica vd W. Goldman, Le donne nella società sovietica, all'interno di A.V., Il secolo dei comunismi, cit. pp. 198-203.
101. «Un capo di stato, una bandiera, un inno, una lingua, un'accademia nazionale, in alcuni casi perfino un commissariato agli Esteri», vd A. Graziosi, L'URSS di Lenin e Stalin, cit. p. 202, 206-207.
102. Vd D. Losurdo, Stalin, cit. pp.161-163 e A. Graziosi, L'URSS di Lenin e Stalin, cit. p. 225, 272-273, da cui è tratta la citazione Ivi, p. 405
103. Z. A. Medvedev & R. A. Medvedev, Stalin sconosciuto, cit. pp. 291-307.

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