12 Luglio 2020

2.8. IL PROGETTO OPERAISTA E IL DISPREZZO PER IL LAVORO INTELLETTUALE

«Fra gli operai si formarono interi gruppi di compagni, che non solo assimilarono un minimo di preparazione tecnica, ma andarono oltre, salirono al livello del personale tecnico, cominciarono a correggere i tecnici e gli ingegneri, a infrangere le norme esistenti come superate, a introdurre nuove norme, più moderne, ecc. Che cosa sarebbe accaduto se non singoli gruppi di operai, ma la maggioranza degli operai avesse elevato il suo livello tecnico-industriale portandolo al livello del personale tecnico e degli ingegneri? La nostra industria avrebbe raggiunto un'altezza inaccessibile all'industria degli altri paesi. Per conseguenza, non si può negare che l'eliminazione della differenza sostanziale fra il lavoro fisico e il lavoro intellettuale, ottenuta portando il livello tecnico-culturale degli operai al livello del personale tecnico, non può non avere per noi un'importanza di prim'ordine».
(Stalin, da Problemi economici del socialismo in URSS; novembre 1951)78
La grande novità sociale degli anni '30 fu la crescita di potere acquisito dalla classe operaia: milioni di proletari provenienti dalle campagne o figli di operai vennero arruolati nella nuova poderosa macchina industriale del Paese non solo come manovalanza, ma anche come tecnici e dirigenti aziendali, vedendo nel giro di pochi anni un miglioramento netto delle proprie condizioni di vita ed una crescita del proprio peso politico nel partito. Non era una semplice casualità. C'era alla base un preciso progetto operaista di Stalin79 che voleva garantire ad un regime che fondava la sua ragion d'essere proprio sullo stretto legame con la classe operaia, una base sociale solida che ne garantisse il punto d'appoggio. Scrive Rita Di Leo:
«l'operaismo di Stalin ha molte facce. Vi è quella politica: fare della classe operaia lo strato di sostegno dell'esperimento. Vi è quella sociale: emarginare il più presto possibile gli intellettuali che erano stati guida dei lavoratori manuali. Vi è quella culturale: sostituire la cultura della borghesia sconfitta con la tecnica e la scienza cui l'esperimento dava orizzonti illimitati. Vi è quella umana: diversamente dalla maggioranza della vecchia guardia bolscevica, l'uomo che andò al posto di Lenin e vi rimase quasi trent'anni aveva un'estrazione sociale non borghese e una cultura non accademica. Il suo operaismo non era ideologico: era la sua sfida a Lenin e agli intellettuali al governo del paese. Vi è poi l'ultima faccia dell'operaismo di Stalin: la sua conoscenza concreta del mondo popolare, per cui il suo operaismo non divenne mai populismo»80.
Una volta dispiegatasi nei suoi effetti l'istruzione gratuita di massa stabilita nei primi giorni della rivoluzione, era ora arrivato il momento di creare quel ricambio generazionale e sociale con cui si sostituivano con proletari ben istruiti i vecchi membri della burocrazia pre-sovietica e diversi tecnici stranieri chiamati in URSS negli anni precedenti per le loro competenze. I dati parlano chiaro: nel 1939 su 760 mila diplomati che gestivano l'economia sovietica solo 60 mila avevano finito gli studi prima del 1917. Questo ricambio doveva garantire secondo Stalin la prosecuzione del progetto in senso anticapitalista e antiborghese, immettendo ad ogni livello del potere (nelle fabbriche, nel partito, nell'esercito) un personale realmente proletario, più saldo nella coscienza e fedele al regime sovietico (e al leader che lo guidava). Le purghe e la guerra civile interna con gli oppositori permisero di accelerare questo processo attraverso un interscambio costante tra direttive dall'alto e spinte dal basso. Se nell'ottica di Stalin la migliore garanzia possibile per il mantenimento delle conquiste rivoluzionarie stava nel dare il “potere a chi lavora”, il contraltare era evidentemente il profondo disprezzo per gli intellettuali, il cui prestigio sociale era assai minore rispetto al lavoro operaio. Ciò dava adito a maggiori privilegi socio-economici per gli operai e i proletari, mentre creava malumore tra quei “lavoratori cognitivi” (come li chiameremmo oggi) che spesso non accettavano questa condizione di subalternità sociale così marcatamente esplicitata81.
In contemporanea con la crescita di peso sociale del lavoro operaio si affermò negli anni '30 la via della repressione e del controllo politico sugli intellettuali, che dovevano mettere le proprie energie totalmente al servizio del regime. Tutto ciò andava in completa discontinuità con le pratiche di Lenin, che anzi ancora nell'ottobre 1921 fece lanciare una purga con cui si cacciò dal partito circa il 40% di nuovi iscritti ritenuti inadeguati. La differenza tra le due diverse concezioni di partito era evidente: laddove Lenin concepiva indispensabile un partito fondato innanzitutto su quadri selezionati con cura in base alla preparazione politica e teorica, Stalin favoriva invece un'idea di partito di massa in cui il compito più importante fosse un'obbedienza cieca agli ordini superiori, eliminando così il rischio di creare tensioni con la costruzione o il rafforzamento delle “fazioni”82. A partire dall'era staliniana il ceto intellettuale è stato di fatto ridotto alla completa subalternità, praticamente ridotto sullo stesso livello sociale dei contadini. Il dissenso era inammissibile e come tale represso nel sangue o con il silenzio forzato, facendo ricorso al principio dell'etica razionale. Il bersaglio più colpito dopo il contadino fu quindi l'intellettuale creativo, la cui immaginazione era un rischio per la stabilità del paese impegnato nel lavoro produttivo83. L'elevazione sociale degli operai e la contemporanea degradazione del ceto intellettuale84 fu possibile dall'ampia diffusione di cultura e istruzione presso milioni di persone precedentemente escluse da ogni possibilità di questo tipo (per dare un paio di dati: «gli studenti universitari, 169.000 nel 1928-29, erano 812.000 nel 1940-41, e quelli degli istituti tecnici secondari conoscevano una crescita di proporzioni ancora superiori; […] negli anni della proletarizzazione la composizione sociale degli iscritti alle università era stata dominata dalla categoria delle matricole di origine operaia, che costituivano allora più del 50% del corpo studentesco»)85, ma anche dal tentativo di risolvere in una lunga prospettiva il problema marxista della divisione del lavoro, attraverso la cancellazione della divisione tra lavoro manuale e intellettuale. La prospettiva politica andava a sconvolgere anche la concezione del partito. Dal partito leniniano di quadri, ristretto di numero e composto gerarchicamente con i filosofi-Re al comando, si passava al modello staliniano del partito di massa, fondato su massiccia base operaia in cui più che la preparazione politica contava l'estrazione sociale e la fedeltà integerrima alle decisioni prese dalla cima delle gerarchie. Attuando questo progetto Stalin andava quindi in netta controtendenza con l'esperienza pratica e dottrinale di Lenin, il quale rimase sempre dell'idea della necessità che a dirigere politicamente gli operai fosse un partito che raccogliesse le energie intellettuali più coscienti del Paese, indifferentemente dall'estrazione sociale di riferimento. A pesare su questa impostazione di fondo, che, è bene ribadirlo, segna maggiormente la discontinuità e cesura (per altri aspetti inesistente) tra la metodologia di Lenin86 e quella di Stalin, fu certamente il mutato contesto storico (la costruzione dello stato andava di pari passo con la necessità di estendere l'apparato del partito in modo da garantire un controllo politico della burocrazia). È bene anche ricordare che Stalin era, tra i membri originari del partito bolscevico, uno dei pochi di provenienza non borghese, e non avendo avuto un'istruzione “classica” a differenza dei suoi compagni87, era anche colui che aveva dovuto far ricorso in maniera maggiore all'autoformazione, trovando peraltro scarsa accoglienza tra gli intellettuali del partito per le proprie elaborazioni teoriche, ritenute rozze, insignificanti o assai poco originali. Non è quindi da escludere che a livello psicologico queste dinamiche abbiano influito sulla personalità di Stalin portandolo ad esacerbare le istanze anti-intellettualistiche già presenti in nuce nella propaganda sovietica. Non è nemmeno da escludere che a spingere Stalin alla repressione totale del mondo intellettuale fosse il ricordo che la maggiore opposizione politica interna nel partito gli era venuta proprio dai maggiori intellettuali: Trockij, Bucharin, Kamenev, Zinov'ev; è possibile che questo aspetto si sia saldato anche con la consapevolezza che nella base di massa del partito vi fosse una forte avversione nei confronti degli intellettuali88. Il progetto di eliminare il partito dei filosofi-Re fu una necessità storica dettata dalle contingenze dello stato di necessità, oppure il progetto ideologico in cui credette nitidamente Stalin per lungo tempo? Probabilmente un mix di entrambi i fattori. Quel che emerge dagli ultimi anni di vita è però la crescente consapevolezza dello stesso Stalin della difficoltà di garantire un'adeguata successione al vertice del potere alla propria persona. In tal senso sono numerosi i segnali che portano a ritenere che in mancanza di una figura all'altezza delle aspettative Stalin accarezzasse l'idea di far crescere una nuova leva di marxisti-leninisti da cooptare al potere per sostituire la “vecchia guardia” formata dai vari Malenkov, Molotov, Berja (Chruščev all'epoca non era neanche preso in considerazione), che mancavano quasi totalmente di preparazione ideologica. Le contraddizioni e la lentezza con cui andò avanti il progetto di ricostituzione del partito dei Filosofi-Re mostrano però quanto fosse difficile (forse impossibile) per lo stesso Stalin un percorso che imponeva una profonda autocritica e l'accettazione dell'idea di doversi mettere da parte89.
78. J. Stalin, Opere Scelte, cit. p. 1034.
79. Perfino Lewis definisce, seppur negativamente dalla sua prospettiva, gli «anni che vanno pressappoco dal 1928 al 1934» come una «deviazione operaista», vd M. Lewin, Storia sociale dello stalinismo, Einaudi, Torino 1980, p. 222.
80. R. Di Leo, L'esperimento profano, cit. pp. 22-24, 44-55, 68-71, 104-106; la citazione è tratta Ivi, pp. 51-52.
81. Tracce di questo dissenso emergono dalle esperienze dirette riportate da Rita Di Leo, Ivi, pp. 14-16.
82. A. Graziosi, L'URSS di Lenin e Stalin, cit. p. 165, 191, da mettere a confronto con l'interpretazione data in R. Di Leo, L'esperimento profano, cit. p. 47.
83. Ivi, pp. 99-102, 106-108.
84. Ivi, pp. 113-115.
85. Presi da M. Lewin, Storia sociale dello stalinismo, cit. pp. 261-264.
86. Vagliando Ivi, pp. 257-261 emerge che rispetto al rapporto con “l'intelligencija” russa e “straniera” che collaborò con il regime sovietico Lenin assume un atteggiamento di difesa, riconoscendone la necessità per la sopravvivenza del progetto socialista, lasciando però trapelare più volte l'idea di un compromesso “forzato” dalla mancanza di alternative, di cui invece Stalin potè usufruire.
87. Cosa che peraltro venne sottolineata negativamente da Lenin nel suo Testamento Politico. Vd E. H. Carr, La Rivoluzione Russa, cit. pp. 71-72.
88. vd E. Nolte, Nazionalsocialismo e Bolscevismo, cit. p. 108.
89. I segnali emergono dalla lettura di Z. A. Medvedev & R. A. Medvedev, Stalin sconosciuto, cit. pp. 35, 44, 55, 63.

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