04 Agosto 2020

2.6. I FILOSOFI-RE E L'ETICA RAZIONALE TRA POTERE E TERRORE

«È possibile compiere una simile trasformazione radicale dei vecchi ordinamenti borghesi senza rivoluzione violenta, senza dittatura del proletariato? È chiaro che non è possibile. Pensare che una rivoluzione simile possa compiersi pacificamente, nel quadro della democrazia borghese, adattata al dominio della borghesia, significa o aver perduto la ragione e ogni nozione del senso comune, oppure rinnegare in modo aperto e brutale la rivoluzione proletaria. Occorre insistere tanto più fortemente e categoricamente su questa affermazione in quanto ci troviamo in presenza di una rivoluzione proletaria la quale ha vinto per ora in un solo paese, circondato da paesi capitalistici nemici e la cui borghesia non può non essere appoggiata dal capitale internazionale. Ecco perché Lenin dice che “la liberazione della classe operaia è impossibile non soltanto senza una rivoluzione violenta, ma anche senza la distruzione dell'apparato del potere statale che è stato creato dalla classe dominante”.»
(Stalin, da Questioni del leninismo, lezioni tenute all'Università Sverdlov nell'aprile 1924)59
Al termine del capitolo precedente si è accennato al fatto che quelle che furono identificate come pratiche “staliniste” figlie degli errori e delle colpe di un unico individuo, sarebbero invece da ricondurre più complessivamente alla cultura bolscevica, inserita in uno sfavorevole contesto socio-politico. Rita Di Leo ha usato l'espressione di «filosofi-Re»60 per parlare di Lenin, Stalin e degli altri intellettuali componenti l'originario partito bolscevico: essi erano tutti (tranne Stalin che aveva origini più umili) intellettuali di estrazione sociale borghese che avevano tradito la propria classe di appartenenza in nome di un progetto ideale di emancipazione universale dell'umanità. A tale riguardo la Di Leo sottolinea il ruolo giocato da quella «etica razionale» con cui i filosofi, in nome del supremo progetto e di una consapevolezza storica e filosofica “superiore” per grado di coscienza della violenza capitalistica, seppero accettare e giustificare come un dato inevitabile il fatto che un cambiamento rivoluzionario non potesse essere svolto senza far ricorso alla violenza; Bettanin ha scritto chiaramente: «l'apporto maggiore della nuova documentazione è stato sinora il ridimensionamento di un genere storiografico, pur non privo di momenti di interesse, che spiega il terrore con le psicopatologie dei principali dirigenti, in particolare di Ezov, Stalin e Berija. […] Vi sono dunque buone ragioni per concentrare l'attenzione sulla cultura politica più che sulla personalità dei protagonisti del terrore»61.
Sulla somiglianza tra la cultura politica dei bolscevichi e la “mentalità soldatesca” si vedano le segnalazioni di Martov (fatte nel 1919) sul «desiderio di ottenere nell'immediato trascurando le condizioni oggettive», sulla «mancanza di un interesse reale per la necessità della produzione sociale, che portava a considerare il punto di vista del consumatore superiore a quello del produttore», sulla tendenza «a risolvere i problemi politici con l'uso immediato della forza armata, togliendo di mezzo ogni possibilità di ricorrere a una soluzione democratica»62. Più in generale si accettava l'idea che la razionalità ultima del progetto avesse già in sé una tensione etica tale da giustificare ogni atto o evento sgradevole e violento che fosse necessario per eliminare gli ostacoli che si frapponevano alla realizzazione del progetto. La conseguenza fu che l'etica razionale fu il principio con cui Stalin poté giustificare (a sé stesso prima ancora che agli altri membri del partito) l'eliminazione del dissenso politico, sociale e intellettuale, con annessa la pretesa di dover “rieducare” il popolo al progetto attraverso i gulag. Ma l'etica razionale non fu uno strumento usato ed accettato dal solo Stalin, bensì da tutta la vecchia guardia bolscevica (Lenin, Kamenev, Zinov'ev, Trockij, ecc.) per giustificare già dal 1917 il ricorso alla rivoluzione, l'instaurazione della dittatura del proletariato, il terrore, le deportazioni dei popoli, i gulag, le purghe, i processi agli oppositori, ecc. Tutte queste misure, presenti a livello quantitativo abnorme durante la lunga epoca staliniana, furono messe in pratica, in maniera condivisa ed unanime nella prima fase della rivoluzione russa, trovando in Lenin e Trockij (ma non solo loro) due teorizzatori di primo piano.
Così Trockij: «Chi rinuncia per principio al terrore... rinuncia al dominio politico della classe operaia, alla sua dittatura rivoluzionaria. E chi rinuncia alla dittatura del proletariato, rinuncia alla rivoluzione sociale e pone una croce sul socialismo».
Così Lenin:
«Ogni grande rivoluzione, e in particolare la rivoluzione socialista, anche se non ci fosse una guerra esterna, è inconcepibile senza una guerra interna, cioè una guerra civile... E in una rivoluzione così profonda, tutti gli elementi di disgregazione della vecchia società, inevitabilmente assai numerosi e collegati soprattutto con la piccola borghesia... non possono “non manifestarsi”. E questi elementi disgregatori non possono “manifestarsi” altrimenti che moltiplicando i delitti, gli atti di teppismo, la corruzione, la speculazione e altre malefatte di ogni genere. Per far fronte a tutto questo ci vuole tempo e ci vuole un pugno di ferro».63
A questo punto il lettore potrebbe essere tentato di dar ragione a Francois Furet, che per anni ha sostenuto come l'origine di ogni male non sia in sé lo stalinismo, ma il progetto comunista rivoluzionario nel suo complesso. Se la storia iniziasse nel 1917 avrebbe probabilmente ragione Furet, ma se si considerano i decenni, i secoli, i millenni precedenti, i bolscevichi avrebbero buon gioco a ribattere che pochi anni di violenze per creare un regime privo di soprusi riscattino ampiamente una storia umana bagnata nel sangue dell'oppressione dei pochi sui molti. L'etica razionale giustificava le violenze di uno stato d'eccezione in cui era in gioco la vita stessa di chi nell'ottobre del 1917 aveva partecipato alla presa del Palazzo d'Inverno. A questo riguardo è noto come Lenin e i marxisti ricordassero bene gli orrori della repressione della Comune di Parigi64, esito cui non si intendeva certo rassegnarsi passivamente. Se la rivoluzione era legata strettamente con l'esito di una guerra dall'esito incerto non v'era infine motivo, nell'ottica dei filosofi-Re, di fare a meno degli strumenti di coercizione e violenza che erano stati usati in passato dalla Russia zarista e dall'Occidente imperialista-colonialista65. In una società disumanizzata quale era quella di inizio '900, «nessun intellettuale osò mettere a confronto il giustizialismo popolare degli anni venti e trenta contro borghesi e intellettuali con i secoli di dominio feudale, aristocratico, borghese sul popolo».66
59. Ivi, p. 527.
60. Sui concetti cardine “filosofi-re” e “etica razionale”: R. Di Leo, L'esperimento profano, cit. pp. 19-24, 34-43.
61. Vd F. Bettanin, Il lungo terrore, cit. pp. 42-43, 99.
62. A. Salomoni, Il pane quotidiano, cit. pp. 306-307.
63. Vista l'importanza politica del tema vale la pena abbondare con le segnalazioni bibliografiche: A. Graziosi, L'URSS di Lenin e Stalin, cit. p. 112, 123, 128, 130, 135, 142, 147-150; F. Bettanin, Il lungo terrore, cit. pp. 69-81, 90, 93-96; le citazioni di Trockij e Lenin qui riportate sono tratte da queste pagine di Bettanin. In A. Graziosi, L'URSS di Lenin e Stalin, cit. p. 159 emerge anche un Lenin che utilizza politicamente una carestia per intensificare una campagna religiosa, preannunciando così l'uso politico della carestia condotto da Stalin per sedare la resistenza delle campagne all'inizio degli anni '30.
64. A riguardo è utile la lettura di C. Willard, 1871: tradimento di classe e settimana di sangue, all'interno di A.V., Il libro nero del capitalismo, Marco Tropea Editore, Milano 1999, pp. 85-88 e M. Rajsfus, Le bande armate del capitale nella Francia repubblicana, all'interno di A.V., Il libro nero del capitalismo, cit. pp. 103-105; in P. Holquist, La questione della violenza, all'interno di A.V., Il secolo dei comunismi, cit. p. 131 si ricorda la “lezione” tratta dai marxisti dagli eventi della Comune: «che occorreva impadronirsi dello Stato per ritorcere la forza impiegata contro di loro e utilizzarla ai propri fini».
65. L'argomentazione viene presentata da Holquist Ivi, pp. 130-135, 144-145 e sviluppata da Losurdo in D. Losurdo, Stalin, cit. pp. 37-42; per approfondimenti si può comunque consultare ampi stralci de A.V., Il libro nero del capitalismo, cit. con particolare riferimento ai capitoli su Le origini del capitalismo (XV-XIX secolo) (pp. 17-38), Economia schiavista e capitalismo: un bilancio quantificabile (pp. 39-48), L'Africa nera sotto la colonizzazione francese (pp. 253-270), Centenario di un genocidio a Cuba: la riconcentrazione (pp. 393-406), Il genocidio degli amerindi (pp. 407-412), Il capitalismo all'assalto dell'Asia (pp. 413-434); inoltre anche in A. Graziosi, L'URSS di Lenin e Stalin, cit. p. 425 si sottolinea che il terrore del 1937-38 sia la manifestazione «di un fenomeno che almeno dalla Prima guerra mondiale era più volte affiorato in quasi tutti i paesi europei, Russia zarista inclusa».
66. R. Di Leo, L'esperimento profano, cit. p. 31.