04 Agosto 2020

3.6. DIALETTICA TRA DUREZZA, GIUSTIZIA E VIRTÙ

«Il duro onere dell'applicazione del terrore rosso ricadde sulle spalle della VCK e del suo presidente. La stampa borghese sollevò un tremendo clamore. Contro la VCK incominciarono a diffondersi le più terribili calunnie. Con grida disperate sul terrore rosso e gli “orrori” della VCK, gli interventisti cercavano di nascondere i loro crimini: la fucilazione dei ventisei commissari di Baku, gli assassini in massa di comunisti e di soldati rossi prigionieri ad Archangel'sk, le efferatezze commesse dai generali bianchi. Dzeržinskij venne dipinto come un mostro: il suo nome era invariabilmente citato con l'epiteto di “boia rosso”. Feliks, nei giorni più duri, sottraendo minuti al suo scarso riposo, scriveva alla moglie in Svizzera: “...Può darsi che su di me tu abbia, attraverso la stampa, informazioni distorte e che ormai non senta tanto desiderio di vedermi. Io mi trovo nello stesso rogo della lotta. Nella vita del soldato, che non conosce riposo, dato che bisogna salvare la nostra causa. Non c'è tempo per pensare ai propri cari, a se stessi. Il lavoro e la lotta quotidiana sono infernali. Ma in questa battaglia il mio cuore continua ad esser vivo, continua ad essere lo stesso di prima. […] Sono stato scelto per un incarico per il quale mi trovo sulla linea di fuoco ed è mia volontà combattere e osservare con occhi ben aperti tutti i pericoli insiti in questa terribile situazione, e colpire, colpire senza pietà...” […] A sua sorella Al'dona: “...Continuo ad essere lo stesso di sempre, anche se per molti non c'è nome più terribile del mio... L'amore, oggi come ieri, continua ad essere tutto per me ed io ascolto e sento nell'anima la sua canzone. Questa canzone mi chiama alla lotta, a mantenere una volontà inflessibile, al lavoro instancabile. E ora, al di fuori delle idee, al di fuori dell'aspirazione alla giustizia, non c'è null'altro che determini le mie azioni.”»
Un giorno Feliks diventò inquieto:

«Nella VCK era successa una cosa senza precedenti. Uno dei cekisti aveva picchiato un arrestato. Lo stesso Dzeržinskij aveva condotto l'interrogatorio del responsabile e lo aveva comunicato al consiglio di direzione. Si era presa una decisione: trattandosi della prima volta, ci si sarebbe limitati ad una “severa ammonizione”, ma in futuro sarebbe stato deferito ai tribunali chiunque “si fosse permesso di toccare un arrestato”. La risoluzione era stata resa nota a tutti i funzionari. […] Con la sua scrittura ferma e chiara, lievemente inclinata verso destra, Feliks scriveva: “...Che tutti coloro che devono eseguire una perquisizione, arrestare una persona e tenerla in carcere, siano cortesi con gli individui arrestati e perquisiti, che siano più cortesi che con i propri cari, che ricordino che chi è privato della libertà non può difendersi e si trova in nostro potere. Ciascuno deve ricordarsi di essere un rappresentante del potere sovietico degli operai e dei contadini e che qualsiasi arbitrio, villania, atteggiamento di superbia o scortesia, è una macchina per tale potere”».
Altro episodio significativo:

«Dzeržinskij uscì dal suo ufficio e cominciò a percorrere i corridoi. Aveva questa abitudine: recarsi a vedere ciò che succedeva nella sua amata creatura, la VCK. […] Feliks sentì delle voci provenienti dall'ufficio di Delafar, membro del consiglio di direzione della VCK. Per la VCK, Delafar era un fenomeno del tutto insolito. Di nazionalità francese, di origine aristocratica, giurista di professione, anarchico idealista e poeta per vocazione, era entrato nella VCK con la ferma convinzione che fosse necessario annientare ogni elemento controrivoluzionario in omaggio alla più rapida vittoria della rivoluzione mondiale. Dzeržinskij bussò lievemente alla porta ed entrò. Delafar leggeva i suoi versi. Di fronte a lui, su una poltrona, era seduto un giovane. […] entrarono altri cekisti, informati del fatto che nell'ufficio di Delafar si poteva ascoltare Dzeržinskij. La conversazione passò a trattare temi generali. Delafar parlava della Grande Rivoluzione Francese ed era un ammiratore dei giacobini. Feliks, che in gioventù aveva studiato in profondità la storia della rivoluzione, in tono delicato, per non irritare l'appassionato giovane, correggeva le valutazioni che si facevano di Marat, di Robespierre e di altri rivoluzionari di quell'epoca. Dalla rivoluzione francese, borghese, passarono alla loro rivoluzione, socialista. A poco a poco Feliks portò la conversazione sull'argomento concernente come dovesse essere un cekista. L'arbitrio commesso da uno dei funzionari della VCK gli martellava ancora nella testa.
-Il cekista deve essere più onesto e pulito di chiunque altro. Deve essere trasparente come il cristallo – diceva Dzeržinskij ai suoi compagni che lo ascoltavano attentamente. - Io esprimerei l'essenza di un cekista in tre parole: rettitudine, delicatezza, purezza. D'animo, ovviamente.

-Feliks Edmundovič, è chiara la questione della rettitudine, certo, ma non vedo che differenza ci sia tra l'essere delicati o no se si colpisce implacabilmente la controrivoluzione.

Dzeržinskij colse negli occhi di Fomin uno sguardo malizioso. E non era chiaro se avesse formulato la domanda per sé o per i giovani che riempivano la stanza.
-Non so come spiegarlo più chiaramente, Vasilij Vasil'evič. L'uomo rosso, insensibile, è un po' come un ferro arrugginito. Non può definire con chiarezza chi è il nemico e chi è semplicemente una persona confusa. Taglia con l'accetta, senza analizzare. E con ciò l'unica cosa che otterrà sarà macchiare il suo nome e danneggiare la rivoluzione. No, chi ha un'anima indurita non è adeguato a continuare a lavorare nella VCK... […]
Trascorsero diversi mesi. Si ricevette un rapporto da Odessa. I servizi di controspionaggio francesi avevano trovato la pista per arrivare a Delafar. Questi si era difeso fino all'ultima pallottola ed era stato catturato ferito. Un tribunale militare francese l'aveva condannato alla pena di morte. Era stato fucilato in mare, su una zattera. Delafar aveva rifiutato che gli bendassero gli occhi ed era morto gridando “Viva la rivoluzione mondiale!”.
Dzeržinskij riunì tutti i funzionari che non stavano svolgendo compiti operativi e lesse loro il telegramma.

-Al lungo elenco dei nostri compagni morti per mano del nemico di classe, si aggiunge un altro martire. Delafar è morto come un vero comunista. La Commissione Straordinaria di tutta la Russia è orgogliosa dei suoi eroi e martiri caduti nella lotta.
Dzeržinskij tacque e percorse con lo sguardo il gruppo di uomini affondati nei cappotti da marinaio, nelle giacche di cuoio o in pastrani da soldato. I cekisti rimanevano in emozionato silenzio, disposti a dare senza esitazione la vita per la rivoluzione».46
46. Ibidem.