17 Maggio 2022

5.3. LA CONTRORIVOLUZIONE SVENTATA DA JARUZELSKI

Di seguito il messaggio con cui il generale Wojciech Jaruzelski annuncia il 13 dicembre 1981 l'entrata in vigore dello stato di emergenza, che durerà fino al luglio 1983:
«Oggi mi rivolgo a voi come soldato e come capo del governo polacco. Mi rivolgo a voi riguardo a questioni di straordinaria importanza. La nostra patria è sull'orlo del collasso. I risultati di molte generazioni e la casa polacca che è stata costruita dalla polvere sono in procinto di trasformarsi in rovina. Le strutture dello Stato cessano di funzionare. Ogni giorno offre nuovi colpi per il declino economico […] Il clima di conflitti, incomprensioni, odio provoca la degradazione morale, supera i limiti di tolleranza. Gli scioperi, la prontezza allo sciopero, e le azioni di protesta sono diventati una norma di vita. Anche i giovani studenti vi sono stati coinvolti. Ieri sera, molti edifici pubblici sono rimasti sequestrati. Grida si levano, di rappresaglie fisiche contro i 'rossi', contro persone che hanno opinioni diverse. I casi di terrorismo, minacce, vendetta e di violenza, anche diretti, sono in aumento. Un'ondata di impudenti delitti, rapine e furti è in corso in tutto il paese. Le fortune degli squali del mercato nero, già a milioni, sono in crescita. Caos e demoralizzazione hanno raggiunto la dimensione di una catastrofe. Le persone hanno raggiunto il limite di tolleranza psicologica. Molte persone sono preda della disperazione. Non solo i giorni, ma ciascuna ora sta portando l'intera nazione al disastro […] Cittadini! Il carico di responsabilità che ricade su di me in questo momento drammatico nella storia della Polonia è enorme. È mio dovere di prendere questa responsabilità - per quanto riguarda il futuro della Polonia, per la quale la mia generazione ha combattuto su tutti i fronti della guerra e per i quali ha sacrificato i migliori anni della propria vita. Dichiaro che oggi il Consiglio Militare di Salvezza Nazionale è stato formato. In conformità con la Costituzione, il Consiglio di Stato ha imposto la legge marziale in tutto il paese. Vorrei che tutti capissero i motivi delle nostre azioni. Il nostro obiettivo non è un colpo di stato militare, una dittatura militare […] Nel lungo termine, nessuno dei problemi della Polonia può essere risolto con l'uso della violenza. Il Consiglio Militare di Salvezza Nazionale non sostituisce gli organi costituzionali del potere. Il suo unico scopo è quello di mantenere l'equilibrio giuridico del paese, per creare le garanzie che diano la possibilità di ripristinare l'ordine e la disciplina. Questo è il modo migliore per portare il paese fuori dalla crisi, per salvare il paese dal collasso […] Mi appello a tutti i cittadini. Un tempo di difficili prove è arrivato. E dobbiamo superarle, al fine di dimostrare che siamo degni della Polonia. Davanti a tutto il popolo polacco e al mondo intero vorrei ripetere le parole immortali: La Polonia non è ancora perduta, finché viviamo ancora!»
Seguono alcuni stralci di un duro articolo66 pubblicato nel 1982 su Kommunist, in cui i sovietici stigmatizzano duramente le posizioni del PCI di sostegno alla controrivoluzione in Polonia:
«Nell'editoriale del 15 dicembre 1981, l'organo centrale del PCI, il giornale l'Unità, ha messo in diretta contrapposizione gli interessi della garanzia di sicurezza dell'URSS con quelli dei popoli dei paesi socialisti dell'Europa dell'Est, mentre il compagno Berlinguer nella sua relazione al Comitato centrale ha collegato il rallentamento del processo distensivo e i suoi limiti nientemeno che con l'aspirazione dell'URSS alla “difesa delle sue sfere d'influenza”. Questa posizione, lontana da una valutazione dei fatti obiettiva, di classe, da comunisti e certamente ancora più lontana dall'internazionalismo proletario, ha una sua triste origine. Il fatto è che, da un po' di tempo a questa parte, i dirigenti del PCI esaminano e valutano la politica estera dell'URSS al pari di quella mondiale - malgrado i fatti e malgrado le valutazioni e le analisi tradizionali dello stesso partito italiano - attraverso il prisma del tutto falso della famigerata “politica dei blocchi”. Ma questa formula mette praticamente su uno stesso piano la Nato e l'organizzazione del Patto di Varsavia, l'URSS e gli Usa, attribuendo loro uguali intenti e una uguale politica. Con un tale approccio si trascura la cosa essenziale: lo stesso contenuto e la sostanza di classe della politica estera degli Stati, ivi incluso il carattere pacifico e progressista dell'attività dei paesi socialisti sull'arena internazionale. Un tale approccio fa ai dirigenti dei PCI un cattivo servizio. A parole essi dichiarano che non si può sacrificare agli “interessi dei blocchi” le trasformazioni sociali e politiche nella vita dei popoli e, al tempo stesso, si prendono la libertà di pronunciarsi contro gli atti dell'URSS che sono serviti e servono da garanzia contro l'esportazione della controrivoluzione, contro i grossolani tentativi del blocco imperialistico di rompere e mutare a proprio vantaggio il rapporto di forze creatosi nel mondo, di invertire il processo di trasformazioni sociali e politiche nella vita dei popoli. No, la politica mondiale non è riconducibile all'interno dello schema astratto e “al di sopra delle classi” di simili ragionamenti. […] Non solo ai comunisti e a molti altri circoli progressisti e democratici è chiaro che la borghesia imperialista contemporanea avrebbe portato inesorabilmente la lotta di classe a uno scatenamento universale della più barbara reazione se non ci fosse stato un «contrappeso» all'imperialismo come quello rappresentato dall'Unione Sovietica e dai suoi alleati socialisti. Gli avvenimenti polacchi costituiscono l'ultimo esempio in ordine di tempo a conferma di questa verità. È triste constatarlo, ma resta il fatto che la dirigenza del PCI, con il suo approccio “fuori dai blocchi” verso gli affari internazionali, porta praticamente acqua al mulino di un solo blocco, precisamente a quello imperialista. […] Si è arrivati al punto che i compagni Napolitano, Ingrao e altri membri della direzione del PCI hanno addirittura cominciato a mettere in discussione l'esistenza del socialismo in URSS.
A pretesto sono stati scelti gli avvenimenti in Polonia. Ma, indipendentemente dagli avvenimenti polacchi, la dirigenza del PCI già da tempo propendeva per un allontanamento dal marxismo-leninismo e per un passaggio a posizioni estranee e pregiudizievoli per la causa del socialismo e della pace. Ora, con la scusa di esaminare la crisi polacca, il Cc del PCI ha portato a compimento la linea di tendenza che si intravedeva nei documenti e dichiarazioni precedenti della direzione del PCI: schierarsi contro gli Stati socialisti, colorare di nero le grandi conquiste storiche del Pcus, del popolo sovietico, dei popoli degli altri paesi della comunità socialista. […] Nei paesi del socialismo esistono sia difficoltà che difetti. È anche comprensibile. Perché si ergono di fronte ad essi problemi e compiti da pionieri su una strada inesplorata. Né sono eliminate le stigmate del capitalismo dalla coscienza e dalla psicologia degli uomini. La corsa agli armamenti alimentata dall'imperialismo e i suoi sforzi per scaricare sul socialismo l'onere degli sconvolgimenti creati dalle crisi proprie dell'economia capitalistica, esercitano un'influenza negativa sull'economia socialista. Delle difficoltà e dei difetti degli Stati socialisti si parla apertamente sia ai congressi del partito che, quotidianamente, sulla stampa, nelle riunioni, ecc. Ma la cosa più importante è che se ne parla affinché i difetti siano corretti, le difficoltà superate. Presentare queste difficoltà come prodotto della stessa natura politica ed economica del sistema dei paesi socialisti, come fa la dirigenza del PCI, significa capovolgere tutto. Di questo si occupa da tempo la propaganda borghese. Ora anche dei rappresentanti del PCI si sono messi sulla stessa strada. Né si può dimenticare quanto segue. Nel novero delle cause, e non certamente di poca importanza, delle difficoltà nella vita dei singoli paesi socialisti è inclusa la vivacissima attività sovversiva del nemico di classe. Sarebbe sicuramente un bene se non esistessero fenomeni come l'ingerenza imperialistica, la costante attività sovversiva contro il socialismo. Sarebbe più semplice se queste forze non celassero la loro attività dietro slogan che suonano bene, contando di far breccia, con tale propaganda, su quelli che sono più malleabili. Ma, sfortunatamente, nella vita tutto ciò avviene. La lotta di classe sull'arena internazionale non cessa. E, visto che così è, non solo ogni comunista, ma ogni sincero avversario dell'imperialismo e della guerra deve definire nettamente la propria posizione in tale lotta. […] Il discorso verte sul fatto che il Pcus imporrebbe a qualcuno il proprio “modello” di socialismo. Il Pcus nega decisamente questa tesi e la stessa nozione di questi “modelli”. Non esiste il “modello” sovietico. Esiste l'esperienza sovietica che contiene, come è ritenuto nel movimento comunista, tratti di valore universale e tratti nazionali specifici. Esattamente come l'esperienza di ogni altro paese socialista. È perfettamente evidente che l'Ungheria o Cuba, la Jugoslavia o la Mongolia, il Vietnam o la Cecoslovacchia, la Bulgaria o la Polonia hanno tutti realizzato le loro rivoluzioni a modo loro, nelle forme loro proprie. Le peculiarità nazionali si sono manifestate anche nella fase successiva, della formazione e del rafforzamento della società socialista, di edificazione del socialismo. Com'è noto il XXVI Congresso del Pcus ha dato un'ulteriore energica conferma alla convinzione del nostro partito che ogni partito rivoluzionario ha il diritto inalienabile alla scelta delle vie e delle forme della lotta per il socialismo e per l'edificazione socialista. “Non molto tempo fa le direzioni di alcuni partiti comunisti - ha dichiarato al congresso il compagno L.I. Brežnev - sono intervenute energicamente a difesa del diritto alla specificità nazionale delle vie e delle forme della lotta per il socialismo e per l'edificazione socialista. Però, se si affronta la questione senza preconcetti, allora bisogna riconoscere che nessuno impone a nessuno alcuna matrice e schema che ignori le peculiarità di questo o quel paese”. […]
L'erroneità e il danno dei documenti del PCI vengono accresciuti dal fatto che i suoi dirigenti li hanno pubblicati, come s'è già detto, nel pieno della violenta campagna politica, economica, ideologica che i circoli aggressivi dell'imperialismo, con a capo gli Usa, hanno sviluppato proprio contro il socialismo reale. Gli obiettivi di questa campagna sono trasparentemente chiari. In primo luogo minare la distensione, far rinascere la “guerra fredda” e, in questa situazione, sotto la copertura delle gazzarre sulla “lotta per la libertà in Polonia”, bloccare il processo di trasformazione sociale, frenare il movimento di liberazione dei popoli, la loro aspirazione all'indipendenza e al progresso sociale, ripristinare e assicurare il dominio passato, lo spadroneggiare impunemente dell'imperialismo dappertutto nel mondo, in Africa, in Asia, in America latina. In secondo luogo, tentare di screditare e indebolire il mondo del socialismo, la politica dei partiti comunisti al governo e anzitutto del Pcus, presentare il comunismo, la sua ideologia, la sua prassi come inconsistenti. In questa direzione si muovono anche gli impetuosi tentativi degli imperialisti di impedire la stabilizzazione della situazione in Polonia, di silurare gli sforzi atti a superare la situazione di crisi e, se riuscirà loro, di farla anche rinascere. Non si può non notare che tutta questa campagna diventa tanto più aspra e sfrontata quanto più chiaro appare che la Polonia popolare si incammina con sempre maggiore sicurezza sulla strada del superamento dei fenomeni di crisi. La situazione del paese, in seguito all'introduzione dello stato d'assedio che ha costituito un atto sovrano del potere statale della Rpp, giunge a normalizzarsi. Ciò riguarda l'economia che comincia, per la prima volta nell'ultimo anno e mezzo, ad acquisire un normale ritmo di lavoro. Ciò riguarda l'atmosfera sociale e politica che si fa più operosa, sempre meno impedita dai continui confronti. Ciò riguarda il Partito operaio unificato polacco, la cui attività è divenuta notevolmente più intensa e la cui politica di principio riscuote sempre più ampio sostegno. Il nemico di classe si invelenisce proprio perché lo Stato socialista in Polonia ha incominciato ad assolvere coerentemente e fermamente la funzione che gli compete, di difesa delle conquiste socialiste dei lavoratori polacchi dall'attività sovversiva, controrivoluzionaria, dei nemici interni ed esterni del socialismo. Ma questi fatti, evidentemente, non raggiungono la coscienza della dirigenza del Partito comunista italiano. Dai suddetti documenti del PCI emerge chiaramente che la dirigenza del PCI non solo interviene contro le misure adottate dal governo della Rpp, anzitutto contro lo stato d'assedio da questo introdotto, ma che essa praticamente solidarizza con la linea delle forze di opposizione, antisocialiste, dichiarandole forze conduttrici... del “rinnovamento democratico del socialismo” in Polonia. Noi indubbiamente non ci sentiamo in diritto, come fanno i compagni italiani, di insegnare al POUP quali conclusioni esso debba trarre dalla sua storia e in che modo debba agire per superare completamente la crisi in atto. È un affare interno del popolo polacco, dei comunisti polacchi. E soltanto loro. A metà dicembre 1981 i comunisti polacchi, la direzione polacca sono arrivati alla conclusione che non c'era altra via d'uscita che l'introduzione dello stato d'assedio per imbrigliare la criminosa anarchia controrivoluzionaria, per scongiurare il crollo economico e la minaccia di una vera e propria fame. Nell'appello al popolo polacco, il compagno Jaruzelski ha dichiarato: “Le parole pronunciate a Radom, la riunione di Danzica, hanno smascherato definitivamente le reali intenzioni dei circoli dirigenti di Solidarnosc. Tali intenzioni vengono confermate in modo massiccio dalla pratica quotidiana, dalla crescente aggressività degli estremisti, dall'esplicita volontà di distruggere completamente il carattere statale del socialismo polacco... Un ulteriore mantenimento di questa situazione condurrebbe a una catastrofe inevitabile, al caos assoluto, alla miseria, alla fame... in questo contesto l'inazione sarebbe un crimine nei confronti del popolo... bisogna legare le mani agli avventurieri prima che questi spingano la patria nell'abisso della lotta fratricida”.
Il programma di Solidarnosc approvato dal congresso di Danzica è divenuto una testimonianza evidente della prova di forza di fronte agli organi statali del potere e anche di fronte a quelle organizzazioni sociali e politiche che non si sono sottomesse a Solidarnosc. Per la prima volta al Congresso è stato dichiarato che Solidarnosc non è tanto un sindacato quanto un movimento politico di opposizione. Poi sono cominciati gli attacchi alle strutture del partito e i tentativi di espellerle dalle aziende. Hanno avuto inizio i preparativi per la formazione di nuclei armati di Solidarnosc. Per il 17 dicembre era prevista l'uscita di commandos nelle strade di Varsavia, mentre l'ampio apparato propagandistico-ideologico creato da Solidarnosc e dai suoi consiglieri antisocialisti, col forte appoggio dei sostenitori dell'Occidente, ha dato il via a un frenetico osanna alla politica della Polonia borghese-feudale, compreso il suo dittatore reazionario Pilsudski! Le forze antisocialiste avevano intenzione, dopo aver portato all'estremo il caos nel paese, di trasformare Solidarnosc in un ariete per distruggere la struttura politica ed economica dello Stato popolare polacco. Tutti questi fatti sono di per sé eloquenti. Tuttavia, alla dirigenza del PCI è totalmente estraneo un approccio di classe agli avvenimenti in Polonia. Essa ha ignorato l'analisi e le valutazioni della situazione fornite dalla direzione polacca sia prima del 13 dicembre 1981, sia successivamente. Gli esponenti del PCI non desiderano prestare fede al dirigente, legalmente eletto, del POUP e dello Stato polacco e praticamente si associano alle affermazioni calunniose dei “falchi” d'oltreoceano. Oggi non è più un segreto per nessuno (la stampa borghese è addirittura piena di commenti al riguardo) che l'Occidente, e innanzitutto gli Usa, si ingerisce da tempo effettivamente negli affari interni della Polonia. È risaputo che centri occidentali fornivano aiuti materiali alle forze antisocialiste in Polonia, per non parlare dell'elaborazione della stessa concezione di una controrivoluzione “silenziosa” (e neanche troppo) e dei consigli concreti su come realizzarla. I circoli dirigenti di una serie di Stati capitalistici, in primo luogo degli Usa, hanno sfruttato cinicamente i loro legami economici con la Rpp, per esercitare una pressione politica su questo paese. In sostanza l'amministrazione Reagan e coloro che negli altri paesi ne appoggiano la linea, hanno presentato al governo sovrano della Rpp un ultimatum: o cedete il potere alle forze antisocialiste o vi soffocheremo economicamente. Non ci sono dubbi che la controrivoluzione polacca abbia agito negli interessi della reazione imperialista, come un fantoccio da essa diretto. Il suo scopo era quello di liquidare lo Stato socialista in Polonia. La reazione imperialista collegava a questo le proprie speranze di minare tutta la comunità socialista, di mutare i rapporti di forza in Europa e in tutto il mondo. È chiaro il pericolo che rappresentavano questi piani per la sovranità della Polonia, per il socialismo mondiale, per la causa della pace. La macchina propagandistica dell'imperialismo mondiale si è fatta in quattro per creare il necessario clima psicologico e ingannare l'opinione pubblica dei rispettivi paesi, cercando di presentare la controrivoluzione polacca come una forza che sosterrebbe gli ideali della democrazia, della giustizia e delle libertà civili. E qualcuno, compresa la dirigenza del PCI, ha abboccato all'amo. Sia nella dichiarazione della direzione del Partito comunista italiano che nei documenti della sessione plenaria del Comitato centrale del PCI, i veri fatti della realtà polacca vengono sostanzialmente ignorati. I dirigenti del PCI si pronunciano contro la normalizzazione della situazione in Polonia, condannano la decisione del Consiglio di Stato della Rpp che ha posto fine allo scatenamento del pericolo controrivoluzionario. Vengono ignorati altresì completamente anche i fatti che concernono l'interferenza imperialista negli affari interni della Rpp. Ma c'è di più: nei documenti del PCI è contenuta una dichiarazione assai pericolosa - che confina con la rinuncia ai principi più essenziali per i comunisti - e cioè che le misure adottate dal governo non possono essere giustificate neppure dalla necessità di salvare il sistema socialista nel paese. Tutto ciò viene formulato sotto il vessillo della difesa della “democrazia”. Ma l'appello alla democrazia risulta la copertura di un pratico rifiuto di difendere le conquiste socialiste. Come tutto ciò ricorda quello che consigliavano ai comunisti sovietici Kautsky e compagnia, negli anni 1917-18! I dirigenti del PCI, in una forma offensiva per i comunisti e i patrioti polacchi, ritengono possibile intervenire con critiche inappellabili a proposito delle “violazioni della democrazia” in Polonia, sebbene, in realtà, la democrazia nel corso di un anno e mezzo, sia stata violata mille volte dalla direzione estremista di Solidarnosc. Sono stati proprio i caporioni di Solidarnosc a portare, con le loro azioni antidemocratiche, allo stato d'emergenza. La dirigenza del PCI è indubbiamente a conoscenza dei relativi fatti. Essa però non trova spazio per questi ultimi nelle sue divagazioni a proposito della crisi polacca, dichiarando che non si può ascriverla alle manovre delle forze reazionarie ostili al socialismo. Al contrario, la dirigenza del PCI sostiene la linea dell'opposizione antipartitica e antistatale in Polonia, e addirittura “esige” che le sia concessa la piena libertà d'azione. Al Comitato centrale sono stati menzionati solo molto brevemente, di passaggio, alcuni “estremismi ingiustificabili” da parte di Solidarnosc. Le sistematiche azioni sovversive della controrivoluzione sono raffigurate come eccessi insignificanti, come rivendicazioni “irrealistiche”. E, anche in questo caso, ad onta di ogni logica, la responsabilità delle azioni delle forze antisocialiste viene addossata... al governo e al POUP! Ma questo non è ancora tutto. Andando dietro alla direzione del blocco della Nato, la dirigenza del PCI individua il principale “colpevole” della crisi polacca nell'...Unione Sovietica e nei paesi del Patto di Varsavia. Nel corso dell'ultimo anno e mezzo la propaganda borghese in Occidente ha ostinatamente maneggiato la tesi “dell'ingerenza dall'esterno” che minacciava la Polonia, intendendo, con ciò, riferirsi all'Unione Sovietica. Sembrava che le misure decise dalla direzione polacca dovessero azzittire tutti questi “profeti”. Ma essi trovano il modo di presentare anche quest'atto sovrano della Polonia popolare come il risultato di una qualche “ingerenza” dell'Unione Sovietica. È sbalorditivo, ma gli esponenti del PCI, gettando ombra sui rapporti sovietico-polacchi, ripetono, quasi alla lettera, le invenzioni di Reagan, Weinberger, Haig, Brzezinski e altri politici imperialisti. Si è costretti a constatare che i dirigenti del PCI, ragionando sul tema della “pressione dall'esterno” sulla direzione polacca, si sono incanalati, praticamente, anche su questo aspetto, nell'alveo generale della propaganda antisocialista avviata dall'Occidente, la quale arreca un grande danno alla causa della distensione e al consolidamento della pace. Se si deve parlare d'ingerenza negli affari interni della Polonia gli esempi si possono prendere dagli stessi materiali della riunione del Comitato centrale del PCI. In effetti “richieste” come la liberazione delle persone internate o arrestate per l'opposizione alle autorità, per la pressione sullo Stato sovrano socialista, allo scopo di ottenere da esso concessioni alle forze controrivoluzionarie non si possono chiamare altrimenti che grave ingerenza negli affari interni della Polonia. Al proposito i dirigenti del PCI hanno riconosciuto, al Comitato centrale, l'ingerenza da parte del PCI e hanno finanche ostentato il fatto che la posizione della direzione del PCI sulla Polonia “è più dura e ferma di quella di altri partiti e governi che non sono di sinistra”. In una parola hanno superato una certa parte della borghesia nella pressione sulla Polonia socialista e ne vanno orgogliosi! E un'altra circostanza ancora. La dirigenza del PCI, evidentemente, non si preoccupa minimamente del fatto che aizzando in pratica le forze antisocialiste in Polonia a nuove azioni contro l'ordine sociale nel paese e contro la sua politica estera, essi favoriscono lo sviluppo degli avvenimenti in una direzione che può portare a un tragico conflitto nel centro dell'Europa, con pesanti conseguenze per la causa della pace universale. Che siano gli stessi comunisti italiani a trarre le conclusioni da tutto ciò. Una cosa è chiara, e cioè che anche in questa questione la posizione della dirigenza del PCI contraddice gli interessi sia del socialismo che del consolidamento della pace. Il documento della direzione del PCI è stato pubblicato senza alcuno scambio preliminare di opinioni con il Pcus o con il POUP. Eppure tra loro e il Partito comunista italiano, nel corso di molti anni, sono esistiti normali rapporti tra compagni, si sono tenuti numerosi incontri nel corso dei quali i compagni italiani hanno avuto piena possibilità di chiarire tutto ciò che li interessa, di prendere conoscenza della vita interna dei paesi socialisti e della loro politica estera, di esporre francamente le loro vedute e di discutere seriamente e senza pregiudizi le questioni che sorgevano, senza fare il gioco dell'imperialismo. Soltanto poco più di due anni fa il compagno Berlinguer, nel comunicato sull'incontro con il segretario generale del Comitato centrale del Pcus, ha dichiarato esplicitamente la necessità della lotta contro l'antisovietismo e l'anticomunismo. E ora, una svolta di 180 gradi. E invece la natura dell'ordinamento sovietico, dello Stato sovietico non è mutata. Essa è la stessa di due anni fa e di molti anni prima. In egual misura ciò riguarda sia la politica estera che quella interna degli altri paesi del socialismo. Quindi i motivi della svolta - diciamolo pure, biasimevole - compiuta dai dirigenti del PCI vanno ricercati non nella realtà obiettiva né nel mondo esterno, bensì in qualche parte del loro proprio ambiente, nell'ambito dei loro calcoli e ambizioni. Come in concreto vadano le cose, i compagni italiani certamente lo vedono meglio da soli. […] Nelle attuali condizioni internazionali è più che mai importante la coesione di tutte le forze amanti della pace, antimilitariste, antimperialiste e, soprattutto, la coesione dei combattenti più tenaci per la grande causa della pace e del socialismo: i partiti comunisti e operai e i movimenti di liberazione. Questo sacro dovere internazionalista dei comunisti è stato ancora una volta imperiosamente ricordato dagli avvenimenti in Polonia. Non ci sono e non ci possono essere dubbi sul fatto che i popoli della comunità socialista, risolvendo con successo i propri problemi, respingendo decisamente gli attacchi dell'imperialismo nell'arena internazionale, continueranno, anche in futuro, a camminare con sicurezza sulla strada della rivoluzione d'Ottobre. E nessuno riuscirà a deviarli da questa strada maestra».
Probabilmente negli anni '80 chi avesse letto un articolo del genere avrebbe pensato che fosse solo propaganda. Oggi, che conosciamo le modalità con cui hanno agito (e continuano tuttora) gli USA nel fomentare rivolte e colpi di Stato in mezzo mondo, tali parole suonano però come un'incudine di verità massiccia.
66. Una via scivolosa, cit.

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