01 Ottobre 2020

6.6. L'ACCETTAZIONE DEL TERRORISMO INDIVIDUALE

Analizziamo ora il cambiamento di prospettiva intrapreso da Trockij nel corso degli anni sul tema del terrorismo, attraverso due sue opere. Il primo brano è tratto dallo scritto Perché i marxisti si oppongono al terrorismo individuale, risalente al 1911:
«quando ci rimproverano di terrorismo, essi stanno tentando - per quanto non sempre in modo conscio - di dare a questo termine un significato più stretto. Il danneggiamento di macchinari da parte dei lavoratori, per esempio, è terrorismo in senso stretto. L'uccisione di un padrone, la minaccia di incendiare una fabbrica o una minaccia di morte al suo proprietario, il tentato omicidio, con revolver in pugno, contro un ministro - tutti questi sono atti terroristici nel pieno ed autentico senso della parola. Però, chiunque abbia un'idea della vera natura della Socialdemocrazia internazionale, dovrebbe sapere che essa si è sempre opposta a questo tipo di terrorismo e lo fa nel modo più irriconciliabile. […] Ai nostri occhi il terrore individuale è inammissibile precisamente perché esso sminuisce il ruolo delle masse nella loro stessa coscienza, le riconcilia all'impotenza, e piega i loro sguardi e le loro speranze verso la ricerca di un grande vendicatore e liberatore che un giorno arriverà per compiere la sua missione. I profeti anarchici della 'propaganda dei fatti' possono discutere quanto vogliono a proposito dell'influenza elevatrice e stimolatrice degli atti terroristici sulle masse. Considerazioni teoriche ed esperienza politica dimostrano diversamente. Più efficace l'atto terroristico, maggiore il suo impatto, maggiore è la riduzione d'interesse delle masse nella propria auto-organizzazione ed auto-educazione. Ma il fumo della confusione si dirada, il successore del ministro ucciso fa la sua apparizione, la vita si risistema nuovamente sulla sua vecchia carreggiata, le ruote dello sfruttamento capitalistico girano come prima; solo la repressione poliziesca cresce più selvaggia e sfrontata. E come risultato, in luogo delle ardenti speranze e dell'eccitazione artificialmente stimolata, arrivano la disillusione e l'apatia».
Il secondo invece è tratto da La loro morale e la nostra (1938), in una fase in cui Trockij è già stato ostracizzato dal PCUS prima e dall'URSS poi:
«Il terrorismo individuale è ammissibile o no, dal punto di vista della “morale pura”? Sotto questa forma astratta, per noi la domanda non si pone nemmeno. I borghesi conservatori svizzeri tributano tuttora elogi ufficiali al terrorista Guglielmo Tell. Le nostre simpatie vanno senza riserve ai terroristi irlandesi, russi, polacchi, indù ribellatisi a un gioco politico e nazionale. Kirov, satrapo brutale, non suscita in noi alcuna compassione. Noi restiamo neutrali riguardo a colui che l’ha ucciso solo perché ignoriamo i suoi moventi. Se apprendessimo che Nikolaev ha colpito consapevolmente nell’intento di vendicare gli operai di cui Kirov calpestava i diritti, le nostre simpatie andrebbero senza riserve al terrorista. Ma ciò che è decisivo ai nostri occhi non è il movente soggettivo, bensì l’utilità oggettiva. Il tale mezzo può condurci alla meta? Per il terrorismo individuale, la teoria e l’esperienza testimoniano del contrario. Noi diciamo al terrorista: non è possibile sostituirsi alle masse; il tuo eroismo troverebbe di che applicarsi utilmente solo in seno a un movimento di masse. Nell’ambito di una guerra civile, l’assassinio di taluni oppressori non appartiene più al terrorismo individuale. Se un rivoluzionario facesse saltare in aria il generale Franco e il suo stato maggiore, è dubbio che quest’atto susciterebbe l’indignazione morale, persino fra gli eunuchi della democrazia. In tempo di guerra civile, un atto di questo genere sarebbe politicamente utile. Così, per quel concerne il problema più grave – quello dell’omicidio – le regole morali sono del tutto inoperanti. Il giudizio morale è condizionato, col giudizio politico, dalle necessità interne della lotta. L’emancipazione degli operai non può essere che l’opera degli operai stessi».
Come si vede in entrambe le opere Trockij insiste giustamente sul fatto che un'azione terroristica non possa considerarsi utile senza l'apporto delle masse. Ci sono però tra i due brani delle importanti sfumature di significato che occorre mettere in rilievo, perché vanno a confermare il clima di guerra civile presente all'interno della società politica sovietica degli anni '30, con tutte le conseguenze che ciò ha comportato (il crescente autoritarismo di Stalin, la necessità delle purghe, ecc.): nel secondo brano infatti la condanna di Trockij del terrorismo non solo si fa più sfumata, rifiutando comprensibilmente di diventare condanna morale, ma arriva a simpatizzare con il terrorista che uccise Kirov, giustificando così l'utilità oggettiva di assassinare dirigenti dell'URSS al fine di rovesciare il regime per poter tornare evidentemente egli stesso ad avere un ruolo politico di primo piano in seno al paese. Siamo in un anno, il 1938, in cui mentre in Europa si leva alta la volontà di potenza del nazismo hitleriano, Trockij auspica un atto terroristico contro Stalin:
«Stalin distrugge l'esercito e calpesta il paese. Si accumula intorno a lui un odio implacabile e una vendetta terribile è sospesa sulla sua testa. Un attentato? È possibile che questo regime, che, con il pretesto della lotta contro il terrorismo, ha eliminato tutte le teste migliori del paese, attiri infine su di sé il terrorismo individuale. Si può aggiungere che sarebbe contrario alle leggi della storia che i gangster al potere non sollevassero contro di sé la vendetta di terroristi disperati».
(da L'apparato poliziesco, aprile 1938)