28 Novembre 2022

9.1. ETERODOSSIA O REVISIONISMO?

Una nota riguardo al dibattito interno al movimento comunista.
Secondo Hobsbawm sotto la guida di Jànos Kádár, l'Ungheria
«cercò di liberalizzare sistematicamente il regime […], cercò di venire a patti con l'opposizione e di ottenere in sostanza gli obiettivi del 1956 entro i limiti che l'URSS avrebbe considerato accettabili. I dirigenti ungheresi ebbero successo nel perseguire questa politica fino agli anni '80».
In effetti Kádár è stato accusato di essere un revisionista alleato di Chruščev. Dopo il fatti del '56, nel settore primario favorisce processi di sostanziale privatizzazione, anche se poi la serie di riforme economiche ridimensionano la questione, tanto che Hobsbawm scrive:
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«nella prima metà degli anni '80 l'Ungheria, con un'agricoltura ampiamente collettivizzata, esportava più prodotti agricoli della Francia e aveva un'area coltivata che era poco meno di un quarto di quella francese. Inoltre esportava per un valore quasi doppio rispetto alla Polonia, nonostante la superficie agricola in Polonia fosse tre volte maggiore di quella ungherese. L'agricoltura polacca, come quella francese, non erano collettive».
Si può aggiungere che lo spirito maggiormente “liberale” del regime paga come prezzo una profonda spoliticizzazione e deideologizzazione di massa:
«Dopo quarant'anni di istruzione in un paese marxista, i passanti nella piazza Marx di Budapest, ai quali fu chiesto chi fosse Karl Marx, così risposero: “Era un filosofo sovietico; Engels era suo amico. Bè, che altro posso dire? Morì che era molto vecchio. (Un'altra voce): Ma certo, era un politico. E fu lui, sì, fu lui che, come si chiama? Sì Lenin, le opere di Lenin. Sì, Marx ha tradotto in ungherese le opere di Lenin”».
Si può obiettare notevolmente sulla scelta intrapresa di fare domanda di ammissione al Fondo Monetario Internazionale, cui viene associata nel maggio 1982, «ponendo fine alla sua appartenenza esclusiva al campo socialista», secondo Andrea Graziosi. Lo storico Gossweiler nelle sue note sull'Ungheria ha decisamente osteggiato sia Imre Nagy che Kádár (quest'ultimo definito un «socialdemocratico» e «revisionista»), elogiando invece come unico vero leader marxista-leninista Màtyàs Ràkosi, segretario generale del Partito Comunista Ungherese e del Partito dei Lavoratori Ungheresi dal 1945 al 1956, sul quale ha scritto:
«Ràkosi condusse la lotta contro Imre Nagy e riuscì per qualche tempo a far rintanare i nemici del Partito, già fattisi sfrontati. Ma poi ci fu la “riconciliazione” con Tito e dunque Ràkosi non ha più avuto a che fare solo con gli Imre Nagy. Contro costoro soli il Partito era forte a sufficienza per potersela cavare. Nel momento in cui i vari Nagy trovarono sostegno tra le file del PCUS, la battaglia di Ràkosi e Gero e di tutti quei buoni compagni del Partito ungherese si fece disperata e senza prospettiva. Ràkosi incarna il personaggio più tragico del movimento comunista rivoluzionario. Si troverà un giorno uno Shakespeare socialista che saprà scuotere gli animi della gente con il racconto della tragedia di quest'uomo, che non fu spezzato dai 16 anni di prigionia nelle carceri del fascismo di Horthy, e alla fine della sua vita è stato prostrato non a seguito di una battaglia aperta, ma da una congiura che egli riuscì a scoprire senza poterne parlare; un uomo costretto ad accusare se stesso, pur conoscendo i veri colpevoli, disposto, da quel rivoluzionario che era sempre stato, a sacrificare il proprio onore rivoluzionario nella speranza di fermare il destino».84
[1] Fonti usate: E. Hobsbawm, Il Secolo Breve, cit., pp. 449, 461, 465-466; K. Gossweiler, Contro il revisionismo, cit., pp. 257-258; A. Graziosi, L'URSS dal trionfo al degrado, cit., p. 467.

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