29 Settembre 2022

9.2. I MOTI DI BUDAPEST DEL 1956

È arrivato il momento di sfatare una volta per tutte il mito della repressione sovietica della “rivoluzione” ungherese del 1956. Per farlo ci serviamo anzitutto delle rivelazioni contenute nell'opera sulla CIA di Tim Weiner85: nel 1956 dopo la trasmissione mediatica della destalinizzazione e i moti in Polonia, il vice-presidente Nixon medita che
«se i sovietici avessero ridotto all'obbedienza con la forza un altro Stato satellite arrogante, per esempio l'Ungheria, ciò sarebbe tornato utile agli interessi americani, offrendo materiale per una campagna globale di propaganda anticomunista. Riprendendo quel tema, Foster Dulles ottenne l'approvazione del presidente per nuovi tentativi di promuovere “manifestazioni spontanee di scontento” nelle nazioni asservite all'Unione Sovietica».
Quando le manifestazioni di Budapest degenerano nei primi scontri, la CIA «voleva fare tutto ciò che era in suo potere per appoggiare la rivolta». A tal riguardo cerca vanamente di organizzare un movimento segreto «che conducesse una guerra di propaganda e paramilitare attraverso la Chiesa cattolica, collettivi contadini, agenti reclutati e gruppi di esuli» e attraverso Radio Free Europe «invitò i cittadini ungheresi a sabotare le ferrovie, a interrompere le linee telefoniche, ad armare i partigiani, a far saltare i carri armati e a contrastare con le armi i sovietici». La stessa radio sollecita i rivoltosi annunciando prossimi invii di armi e sostegno degli USA che non arriveranno mai. «Allen Dulles insistette a dire che le radio della CIA non avevano fatto nulla per incoraggiare gli ungheresi. Il presidente gli credette. Ci sarebbero voluti quarant'anni prima che le trascrizioni di quelle trasmissioni fossero portate alla luce». Riportiamo ora la cronaca dettagliata e argomentata dei giorni della rivolta ungherese scritta nei primi mesi del 1957 dallo storico statunitense Herbert Aptheker e pubblicata in traduzione italiana nel 195886. Accompagnamo il testo inserendo alcune immagini e fotografie di repertorio sulle violenze dei “ribelli”87.
La verità emergerà chiaramente:
«A Budapest, purtroppo, l'ardore non trovava temperamenti; la saggezza di alcuni che ancora erano alla direzione del partito non era grande; e vi furono, fin dai primi momenti delle dimostrazioni del 23 ottobre, altri elementi in gioco, che non avevano nulla a che fare con l'ardore della gioventù o la saggezza dei militanti o il rafforzamento del socialismo. E purtroppo, anche, una direzione dura, dottrinaria, un'opposizione senza riguardi e le divisioni di fazione avevano sconnesso il partito tanto profondamente, che i nemici decisi del socialismo si videro offerta l'occasione più propizia per spezzare d'un colpo l'edificio della nuova Ungheria, annientandone il partito marxista-leninista. […] Il discorso radiofonico di Gerö cominciò all'ora prevista: le sue parole erano diffuse da altoparlanti nelle strade di Budapest, affollate da 150 a 200 mila dimostranti, la maggior parte dei quali in uno spirito d'esaltazione e più o meno fiduciosi che un effettivo progresso sulla via dei mutamenti necessari fosse ormai alle soglie. Il discorso - particolarmente sulla bocca di Gerö, il personaggio più vicino a Rákosi fra tutti coloro che erano ancora in posizioni dirigenti - non fu affatto adeguato alle esigenze del momento, né in armonia con le speranze e le aspirazioni delle decine di migliaia di persone riunite nelle vie. Non è vero, come si è spesso affermato, che Gerö abbia attaccato direttamente i dimostranti: rivolte alla nazione nel suo complesso, e lette in circa 20 minuti, le sue parole non si allontanarono fondamentalmente dalla linea generale del comitato centrale, che, come abbiamo visto, implicava chiaramente una politica di serie innovazioni e di sostanziali miglioramenti. Tuttavia, il discorso rifletteva qualcosa della rigidità di cui Gerö, sembra, non sapeva spogliarsi: e se sarebbe andato bene a una riunione di partito sei mesi prima, o anche solo tre, fu senz'altro negativo nel momento in cui ci si rivolgeva a una nazione profondamente commossa e alle decine di migliaia di giovani sovreccitati raccolti nelle strade di Budapest. Dopo aver rivolto un saluto ai “cari compagni, amici, lavoratori d'Ungheria”, Gerö proseguì nel modo più formale e rigidamente “corretto”:
“Il comitato centrale del partito dei lavoratori ungheresi ha adottato nel luglio di quest'anno un'importante risoluzione. I membri del partito, la classe operaia, i contadini lavoratori, gli intellettuali e tutto il popolo hanno accolto questa risoluzione con approvazione e con soddisfacimento”.
Quindi egli riassunse, con ogni esattezza, le decisioni del luglio, e affermò: “Siamo risolutamente e inalterabilmente decisi a sviluppare, ampliare e approfondire la democrazia nel nostro paese, ad accrescere la partecipazione dei lavoratori alla direzione delle fabbriche, delle fattorie statali, e degli altri organismi e istituti economici”.
Gerö sottolineò che l'obiettivo era l'edificazione di una democrazia socialista, non di una democrazia borghese; ricordò che “i nemici del nostro popolo” tentavano di distruggere la fiducia nel socialismo, nella capacità degli operai e dei contadini di guidare il paese, e si sforzavano di gettar fango sull'Unione Sovietica e staccare l'Ungheria dal campo socialista. Egli negò che vi fosse alcunché da correggere nei rapporti fra l'Ungheria e l'URSS, insistendo che essi erano stati ed erano istituiti “su basi di piena eguaglianza”. Qui Gerö non solo si allontanava dalla verità, e ben più dagli animi dei suoi uditori: ma si discostava dalla stessa linea della risoluzione di luglio del comitato centrale, il quale aveva promesso di realizzare dei rapporti “di piena eguaglianza”. Gerö dichiarò che la costruzione del socialismo doveva avvenire tenendo conto “delle condizioni specifiche del nostro paese, della situazione economica e sociale e delle tradizioni ungheresi”; e aggiunse che il partito era patriottico, ma non nazionalistico: il partito “conduce una lotta coerente contro lo sciovinismo, l'antisemitismo, e contro tutte le altre concezioni e tendenze reazionarie, antisociali e disumane”. Poi, in questo contesto, vennero le frasi più pericolose del discorso, in rapporto alle decine di migliaia di manifestanti che l'ascoltavano: “Perciò, noi condanniamo coloro che cercano di diffondere il veleno dello sciovinismo nella nostra gioventù, e che si sono valsi delle libertà democratiche assicurate dal nostro Stato per compiere una manifestazione di carattere nazionalistico”.
Subito dopo egli aggiungeva bensì: “Anche questa manifestazione, tuttavia, non scuoterà la decisione della direzione del partito di proseguire sulla via dello sviluppo della democrazia socialista” - ma ciò, in realtà, non valeva che a sottolineare l'ingiustizia del suo giudizio, quasi che le migliaia e migliaia di manifestanti, nella loro grande maggioranza, e nelle loro intenzioni e fermi propositi, non fossero effettivamente scesi nelle strade per coadiuvare e sostenere il processo di purificazione, e non già per frenarlo o deviarlo. Verso la fine del suo discorso, Gerö sembrò sentire la gravità della posta in gioco, e disse: “Bisogna riconoscere francamente che la questione, ora, è se vogliamo una democrazia borghese o una democrazia socialista. Vogliamo edificare il socialismo nel nostro paese, o interrompere l'edificio intrapreso, per poi aprire di nuovo le porte al capitalismo?
Gerö concluse il suo discorso con la parola d'ordine: “Unità del partito per la democrazia socialista!”. Ma se questa parola era ottima e giusta, essa aveva ora ben poco senso per le 200.000 persone ammassate nelle vie della capitale, che avevano sentito i loro sforzi denunciati come “una manifestazione di carattere nazionalistico”. Tanto più in quanto quella caratterizzazione era in armonia col passato del suo autore assai meglio che le sue promesse, l'indirizzo di Gerö lasciava la folla aspramente insoddisfatta e turbata. A questo punto - verso le 9 di sera - nuove e più oscure parole d'ordine cominciarono a diffondersi da gruppi in mezzo alla folla: e queste espressioni corrispondevano, per una piccola minoranza certamente presente fin dall'inizio, alla caratterizzazione lanciata da Gerö. Apparvero segni di un'azione preordinata e disciplinata di provocazione e di disordine: ingiurie antisemite, false voci di sparatorie, scoppi di petardi. Poco dopo, alcuni drappelli si separarono dal corpo dei dimostranti, e, molto sicuri e con chiara idea su quello che c'era da fare, dove si doveva andare e come si distribuivano i compiti, un primo gruppo si diresse alla stazione radio; un secondo, alla sede del quotidiano Szabad Nep; un terzo, alla centrale telefonica; un quarto, un quinto e un sesto a un parco motoristico con 60 autocarri, a una centrale elettrica recentemente trasformata in una fabbrica d'armi, e a un deposito di munizioni.
Alla stazione radio si trovavano alcuni poliziotti e guardie armate, che però avevano l'ordine di non sparare se non per difendersi. Furono attaccati: gli assalitori ne uccisero alcuni e altri ne ferirono, le guardie risposero al fuoco, e dopo una schermaglia e qualche danno agli impianti, l'attacco alla stazione fu interrotto. Alla sede del giornale, una donna fu uccisa, il gruppo riuscì a impadronirsi dell'edificio: distrusse una libreria che vi aveva sede e bruciò i libri, strappò e bruciò la bandiera rossa che sventolava sul tetto, e mantenne il controllo delle rotative per circa 16 ore. Nel frattempo, autisti chiaramente preparati e scelti in precedenza si erano impadroniti degli autocarri del deposito, ed essi servirono a caricare armi e munizioni tratte dalla fabbrica e dalla polveriera. A queste azioni rapide e più o meno simultanee parteciparono forse un migliaio di persone o poco meno. Molti dei dimostranti, intanto, erano tornati alle loro case, e anche il Governo, a quanto sembra, fu informato con lentezza e non molto instantemente di quelli che sembravano attacchi sporadici e non connessi fra loro, compiuti da sparuti gruppi di poche persone. Verso le 22,30 del 23 ottobre, il comitato centrale si riunì in seduta d'emergenza: confermò Gerö come primo segretario del partito, ma prese una decisione di grande portata offrendo la carica di Primo ministro, per la seconda volta, a Imre Nagy. Contemporaneamente, i gruppi armati si radunavano, salvo quello asserragliato nel palazzo del giornale, e, nelle prime ore del 24 ottobre, si accingevano all'assalto di altri edifici pubblici. Soltanto verso le 8 del mattino il Consiglio dei ministri diede il primo annuncio dell'“attacco armato contro gli edifici pubblici e contro le nostre formazioni armate compiuto da elementi reazionari fascisti”. Nel corso della mattinata, il Governo proclamò la legge marziale. Finalmente, ancora il 24 ottobre, prese un terzo passo: annunciando che “gli organi del Governo non hanno fatto conto della possibilità di vili e sanguinosi attacchi”, il Consiglio dei ministri fece appello “alle formazioni sovietiche di stanza in Ungheria” perché venissero al suo aiuto, in conformità con le clausole del trattato di Varsavia.
Pur rispondendo affermativamente alla richiesta, le formazioni sovietiche, a quanto risulta, non intrapresero azioni armate degne di nota fino al giorno successivo: anzi, nelle prime ore, dal 24 ottobre fin verso mezzogiorno del 25, si videro truppe sovietiche fraternizzare con le masse ungheresi, che a lor volta non prendevano parte ad alcuna attività ostile. Mezzi di trasporto sovietici, fra cui dei carri armati, trasportarono perfino dei civili ungheresi ai punti di raccolta cui essi affluivano per pacifiche dimostrazioni. A mezzogiorno del 24 ottobre Nagy parlò alla radio e promise piena amnistia a coloro che avessero deposto le armi entro le 14 (il termine fu poi spostato alle 22).
Ripeté che il programma del partito e del Governo era “la sistematica democratizzazione del paese, in ogni campo della vita politica, economica, di partito e di Stato”; promise “la realizzazione di una via ungherese nella costruzione del socialismo, corrispondente alle nostre caratteristiche nazionali”.
Elementi ostili, unitisi alle masse di giovani ungheresi che manifestavano pacificamente, hanno fuorviato le giuste intenzioni di molti lavoratori e si sono levati contro la democrazia popolare” - disse Nagy: e perorò pace e calma. Dopo di lui parlò Kádár, pure mettendo in risalto che “la via di riforme decisive è aperta davanti a noi”: ciò che era immediatamente necessario, ora, era “liberare e ripulire questa via da ogni forza contro-rivoluzionaria”. Forze di tal fatta persistevano deliberatamente in attacchi terroristici di diversione contro la polizia, le forze di sicurezza, soldati dell'Esercito e funzionari del partito e dello Stato: “i provocatori, insinuandosi a viso celato nella lotta, sono riusciti a trovare una copertura in persone che hanno perso l'orientamento nelle ore di caos, e particolarmente in molti giovani che non possiamo considerare come nemici consapevoli del nostro regime”. Ancora nella mattinata del 24 Zoltan Tildy, antico dirigente del partito dei piccoli proprietari e presidente della Repubblica dal 1946 al 1948, fece anch'egli un appello per la fine della lotta armata; nello stesso senso si pronunciò la direzione dell'Associazione unita degli studenti delle università e accademie ungheresi (MEFESZ), un'organizzazione recentemente formatasi in opposizione all'organizzazione giovanile di partito (DISZ.): anch'essa chiese fiducia e appoggio per il comitato centrale, “in uno spirito di rinnovato leninismo”. Dichiarazioni simili furono diffuse poco più tardi dall'Associazione nazionale delle donne ungheresi e dal Consiglio nazionale della pace. Gli studenti delle facoltà mediche, giuridiche e pedagogiche condannarono “tutte le provocazioni controrivoluzionarie” e invocarono la fine dei disordini, perché lo Stato popolare potesse mettersi al lavoro “rinnovato e purificato”. Nel tardo pomeriggio del 24, il Consiglio nazionale dei sindacati approvò un appello in cui si diceva che una dimostrazione “in gran parte ben intenzionata” veniva “distorta in un movimento controrivoluzionario da elementi irresponsabili e da provocatori”, che erano riusciti a trascinare con sé “molti giovani privi di esperienza politica”. L'appello concludeva invocando ordine e calma, e fu appoggiato da una dichiarazione della direzione del circolo Petöfi. Lo stesso diceva un comunicato diffuso dall'Associazione nazionale dei giornalisti ungheresi: a favore della democratizzazione, notando che essa era in via di piena attuazione: violenza e disordine servivano a spezzare il processo: solo “elementi irresponsabili e provocatori nemici”, quindi, potevano persistere nel ricorso alla forza. […] Il mattino del 25 il comitato centrale annunciò che Gerö era stato allontanato dalla carica di primo segretario del partito, e che Janos Kádár aveva accettato di prendere il suo posto. Però, il seguito della mattinata vide nuovi attacchi contro unità della polizia e dell'Esercito, e attentati organizzati diretti all'eliminazione di dirigenti comunisti: si trattava essenzialmente di azioni ancora sporadiche, cui non partecipavano, a questo punto, larghe masse di persone. Il carattere disciplinato dei gruppi di attaccanti, invece, era manifesto; si osservò pure che essi erano ben equipaggiati con armi da fanteria, e che molti portavano dei bracciali d'identificazione tutti uguali fra loro, apparsi repentinamente per le vie della città, si direbbe, e ormai a centinaia. Non molto più tardi Kádár parlò di nuovo al paese, per radio. Ripeté ancora che la dimostrazione del 23 ottobre aveva “scopi onesti” per quello che concerneva “la maggioranza dei partecipanti”, ma che una piccola minoranza aveva lanciato “un attacco armato contro i poteri statali e la democrazia popolare, in accordo con le intenzioni di elementi antipopolari e controrivoluzionari”.
Quindi, in un passo cruciale, il suo discorso faceva riferimento implicito al problema controverso e difficile della richiesta di assistenza armata ai sovietici, fatta con quella che a molti sembrò irriflessa precipitazione:
In questa grave situazione una decisione doveva essere presa. In completa unanimità, la direzione del nostro partito decise che l'attacco armato contro i poteri della Repubblica popolare doveva essere respinto con tutti i mezzi possibili. Il potere dei lavoratori, della classe operaia e dei contadini, personificato nella Repubblica popolare, è sacro a noi tutti, così come deve esserlo a tutti coloro che non mirano a imporre di nuovo al nostro popolo il vecchio giogo del potere dei capitalisti, dei banchieri e dei grandi agrari”. Abbiamo sottolineato le parole “in completa unanimità” perché, mentre è chiaro che Gerö, come primo segretario del partito in quel momento, ebbe la responsabilità prima della richiesta di intervento immediato fatta alle truppe sovietiche, Kádár affermava però pubblicamente, dopo l'allontanamento di Gerö, che la decisione fu approvata e votata all'unanimità. Nonostante la smentita di Nagy, fatta una settimana più tardi, questa approvazione unanime deve aver compreso anche il suo voto, ed è un fatto che egli, parlando alla radio quella mattina del 25 subito dopo Kádár, non solo non negò, ma confermò esplicitamente le sue dichiarazioni […]. Proprio mentre la radio diffondeva questi appelli, però, a Budapest riprendevano gli attacchi armati. Fu il giorno 25 che bande di armati incendiarono il Museo nazionale, appiccando il fuoco contemporaneamente in una dozzina di punti diversi: lavoratori, semplici cittadini e alcuni pompieri cercarono di arrestare la distruzione delle opere d'arte inestimabili e dei documenti storici contenuti nel Museo nazionale: furono accolti dalle pallottole sparate dai tetti delle case vicine e da altri rifugi. Alla fine, le fiamme dominarono incontrastate e il superbo edificio, ricostruito nel 1945, fu ridotto ancora una volta a uno scheletro di rovine. Sempre il 25, nei villaggi fuori Budapest e nelle campagne, gruppi di armati da venti a cinquanta uomini, montati su veicoli e senza pretese o parole d'ordine di purificazione del socialismo o di qualunque altro genere, cominciarono a darsi alla caccia all'uomo. Questo era semplice terrorismo fascista, e nello spazio di poche ore, prima della fine della giornata, in circa quindici piccoli centri dei dintorni le bande procedettero sistematicamente al massacro di tutti i comunisti noti, presidenti dei Consigli locali, guardie di polizia e dirigenti di cooperative e collettivi. In questo momento, e ancora per diversi giorni, le truppe sovietiche confinarono il loro intervento soltanto entro Budapest, ciò che spiega i massacri diffusi che avvennero fuori della città. […] In quello stesso pomeriggio, migliaia di budapestini si misero in movimento verso la piazza antistante il palazzo del Parlamento. L'obiettivo essenziale dei dimostranti, a quel che sembra, era di appoggiare gli appelli di pace che venivano ormai da tutte le parti dove esisteva ancora responsabilità e buona volontà - da un arcivescovo della Chiesa cattolica fino al primo segretario del partito. Molti dei manifestanti viaggiarono verso la piazza issati su carri armati sovietici, e regnava ancora un'atmosfera di fraternizzazione fra la massa degli ungheresi e le truppe sovietiche. Ma sulla piazza del Parlamento, si ebbero degli spari in direzione delle forze sovietiche e di una parte della folla. È possibile che elementi della polizia di sicurezza - nervosi, impauriti, o provocatori - abbiano aperto il fuoco per primi.
Non è improbabile che lo stesso tipo di elementi che avevano dato il fuoco a librerie e al Museo, e che nei dintorni della città si davano già allora all'assassinio sistematico, abbiano vista e colta l'occasione di provocare nuovi scontri. Fino a quel momento, infatti, l'ordine sembrava realmente in via di ristabilirsi: da tutti i quartieri ci si era dichiarati per la pace; l'Armata Rossa non si era impegnata con forze in qualche modo consistenti, e, sotto gli occhi di tutti, la dimostrazione dava una prova vivente di rispetto fraterno fra sovietici e ungheresi; Gerö se n'era andato e la direzione del partito e del Governo appariva completamente rinnovata. Chi propriamente sparò per primo non si riesce a stabilire con chiarezza, e probabilmente non si saprà mai. (Ancor oggi non c'è unanimità fra gli storici su chi abbia sparato per primo “il colpo udito intorno al mondo”, nel Massachusetts, in un giorno fatale dell'aprile 1775). È perfettamente chiaro, però, che solo le forze avverse alla democratizzazione e al socialismo potevano desiderare in quel momento una continuazione degli scontri armati: ed è fuor di dubbio che la sparatoria del 25 ottobre sulla piazza del Parlamento andò a vantaggio di queste forze. Di certo vi è che dei colpi furono sparati, e che i carri sovietici presero parte alla sparatoria; è certo anche che molti dimostranti rimasero uccisi. La cifra dei morti e dei feriti è difficile, se non impossibile, da stabilire con qualche attendibilità. Gli elementi che favorivano la reazione diedero corso immediatamente a voci di “centinaia” di morti, che salirono man mano fino alla cifra di 600 persone uccise. Questa esagerazione finale è riportata, com'è ben naturale, nella storia sensazionale e priva di qualsiasi affidamento di James A. Michener, The Bridge at Andau. Ma John McCormac, corrispondente da Vienna del New York Times, e che fu a Budapest in ottobre e novembre, dichiara di esser stato presente alla scena della tragedia e di aver “contato meno di cinquanta persone” cadute sulla piazza.
Vi era però, diffusa nel pubblico per motivi che abbiamo cercato di chiarire, una facile disposizione ad accettare le voci più orribili, specialmente intorno ai russi: e su scala mondiale, l'apparato commerciale della stampa e della radio fece del suo meglio per inventare e ingigantire le storie di “atrocità”. Oltre a questa sui 600 morti della piazza del Parlamento, un'altra tenace menzogna, propalata e ripetuta dovunque come per magia (ma le pagine che abbiamo dedicato alla CIA possono servire a identificare il mago), fu quella che i “selvaggi” russi avevano massacrato, prima cento, poi duecento, e finalmente trecento neonati e bambini in una clinica di Budapest. Si videro anche le fotografie, coi loro bravi lettini vuoti, e la storia circolò da ogni parte. Solo il 13 novembre - quando l'ordine era ormai tornato e la favola non si poteva più sostenere – il New York Times pubblicò un dispaccio congiunto della Reuter, Associated Press e United Press, trasmesso dai corrispondenti da Budapest delle tre agenzie di notizie, in cui si stabiliva che nessuno dei 300 bambini era stato ucciso, in effetti, che “nessuno dei 300 o più bambini [della clinica] ha sofferto offesa”. Alle 6 di sera del 25 ottobre il Governo proclamò un coprifuoco di 12 ore, e ordinò che tutte le entrate delle case fossero sprangate per lo stesso periodo di tempo. […] All'alba del 26 ottobre, a Budapest, si era ristabilita di nuovo una qualche misura di ordine e di calma. Alle 6, il Governo annunciò per radio che, di conseguenza, la popolazione avrebbe potuto uscire per gli acquisti e le altre necessità dalle 10 alle 15; ai lavoratori delle industrie dei commestibili e dei trasporti veniva assicurato che potevano riprendere la loro attività senza pericolo. I direttori delle aziende ebbero istruzione di provvedere a che tutti i dipendenti “ricevano i salari loro dovuti o acconti sufficienti”. […] Intanto però, fuori della capitale e soprattutto nell'occidente del paese - dove il confine con l'Austria era stato aperto fin dal mese di luglio, e dove, come vedremo, ogni sorta di strani personaggi entrava nel paese, a migliaia - continuavano le azioni di guerra contro la polizia e le formazioni militari ungheresi. L'Armata Rossa sembrava aver l'ordine di prender parte solo a misure di difesa del Governo nella città di Budapest, e non intervenne in questi combattimenti grandi e piccoli. Alla sera del 26 ottobre, gli insorti avevano il controllo della frontiera con l'Austria e di una dozzina di capoluoghi di distretto nella parte occidentale dell'Ungheria.
Nel tardo pomeriggio del 26 le sparatorie ripresero anche a Budapest, e a partire da quel momento gli assassinii di singoli comunisti diventarono frequenti anche in città. In effetti, i funzionari comunisti e i membri del Governo non tornarono alle loro case, a partire da quella sera, per timore di essere assassinati. La grande maggioranza del basso popolo di Budapest non prese parte ai combattimenti in nessuna delle loro fasi, e comunque non dopo il 26 ottobre. Ma gli operai, in generale, adottarono una posizione di apatia, di passività o di neutralità: amareggiate e disgustate dagli errori e dalle politiche ingiuste del passato, e pur non desiderando il successo della reazione e auspicando un socialismo rinnovato, ma senza fiducia nel partito (esso stesso ormai molto incerto e lacerato da lotte intestine), le masse operaie adottarono un atteggiamento di astensione, che di fatto diede mano libera a terroristi, reazionari e fascisti. Questo non vuol dire che allora, e anche più tardi, onesti operai e studenti non abbiano combattuto dalla stessa parte di elementi male intenzionati, reazionari e fascisti. È fuori questione che questo avvenne: e in ciò si riflette l'essenza più amara del fallimento politico del Governo Rákosi. Ma questo fatto non vale a determinare la natura della lotta più di quello che i milioni di persone accorse volontarie e combattenti nella prima guerra mondiale - da entrambe le parti - per i motivi più puri e più nobili, non alterino la natura di quella guerra, che null'altro fu se non un massacro imperialistico. […] credere che fra i milioni di illusi e appassionati seguaci di Hitler non vi fossero migliaia e migliaia di operai - e operai tedeschi, di grande tradizione politica e con generazioni di lotta di classe dietro le spalle - significa soltanto chiudere gli occhi alla realtà e non comprendere la sostanza dei motivi per cui il partito di Hitler si chiamò partito nazional-socialista. Credere che fra i cinque milioni di membri che il Ku Klux Klan contò negli Stati Uniti fra il '20 e il '30 non vi fossero decine di migliaia di operai ingannati e avvelenati di sciovinismo, vuol dire ignorare la storia di quel movimento oppure, ancora una volta, chiudere gli occhi di fronte a fatti amari. In Ungheria, essendo il paese quello che realmente è; avendo le masse ungheresi, compresa la classe operaia, la storia e i particolari caratteri derivati dal loro sviluppo, che realmente avevano, e provocate come furono dalle deviazioni del partito per interi anni - esse poterono partecipare, in certa misura, a uno sforzo che mirava in realtà alla reazione estrema, anche se l'intenzione degli elementi popolari che lo seguirono non era la distruzione del socialismo, ma il suo rinnovamento. Vedremo più avanti come le forze interne e internazionali della reazione erano decise a impedire, nei limiti del possibile, il ritorno della pace e dell'ordine in Ungheria - almeno fino al punto in cui non si sarebbe trattato della “pace” e dell'“ordine” di un Governo del tipo di Horthy. Intanto, mentre ottobre si avviava alla fine, la crisi del Medio oriente giungeva al limite di rottura: e anche questo va ricordato a questo punto. Il 28 ottobre il Governo israeliano - con l'aiuto diretto della Francia e dell'Inghilterra - lanciò il suo attacco diversionistico sulla penisola del Sinai. Contemporaneamente, per alcuni giorni, la stampa in tutto il mondo riferiva della mobilitazione di forze francesi e inglesi in patria, a Cipro e in Corsica per l'attacco all'Egitto. Il 30 ottobre un massiccio attacco aeronavale contro i maggiori centri abitati dell'Egitto fu realizzato da forze anglofrancesi combinate.
Che cosa ne sarebbe seguito, in quel momento, e quale sarebbe stato l'atteggiamento degli Stati Uniti dopo le elezioni allora imminenti, nessuno era in grado di prevedere con certezza: per alcuni giorni d'angoscia la pace del mondo rimase in equilibrio sull'orlo della catastrofe. È nel quadro di quei giorni che occorre ora valutare la posizione dell'URSS. Sotto la pressione di quelle circostanze, l'Unione Sovietica - e così pure la direzione del partito ungherese - doveva considerare l'attacco in Ungheria, condotto chiaramente con la partecipazione di forze controrivoluzionarie esterne (ciò che dimostreremo a suo luogo), o come parte di un tentativo, che forse doveva svilupparsi anche in altri punti, di scatenare una guerra generale; o come elemento di un'azione di diversione mirante a immobilizzare l'opposizione sovietica all'aperta aggressione imperialistica anglofrancese. Nell'uno e nell'altro caso, qualunque fosse la connessione fra la crisi ungherese e la guerra egiziana, la corrispondenza nel tempo dei due eventi doveva apparire - e appare tuttora - come altra cosa che semplice coincidenza: è certo che i due eventi dovevano esser considerati in rapporto fra loro da coloro che avevano la responsabilità della sicurezza dell'URSS. L'azione vigorosa e coronata da successo con cui l'Unione Sovietica guidò lo sforzo per contenere l'aggressione all'Egitto e determinarne poi la sospensione relativamente immediata è un fatto, né dubitabile, né seriamente messo in dubbio. La politica seguita dai sovietici di fronte agli avvenimenti ungheresi va esaminata alla luce di questa crisi più vasta. In quel momento, negli ultimi giorni d'ottobre, e dal punto di vista della reazione, la violenza soprattutto non doveva interrompersi in Ungheria; e il tentativo, non di rinnovare, ma di distruggere lo Stato democratico popolare e la sua base socialista doveva essere portato avanti fino al successo. Nell'Ungheria occidentale, apparvero dei “Governi” ribelli, che mandavano rinforzi verso est per tenere la situazione in ebollizione a Budapest ed esercitare sul Governo Nagy una pressione da destra sempre più forte. Governo e partito facevano ancora fronte all'attacco essenzialmente ribadendo la loro nuova politica e i loro propositi, mentre l'Armata Rossa, nella capitale, aveva il compito di impedire la loro distruzione fisica. […] Il giorno successivo, 27 ottobre, trascorse in relativa calma per quello che riguardava Budapest. Il presidio del Consiglio nazionale dei sindacati annunciò l'inizio dell'elezione dei consigli operai nelle fabbriche, da condursi nelle forme che i lavoratori stessi avrebbero scelto. I poteri dei consigli operai si sarebbero estesi alla struttura del salario e alle “questioni della produzione, dell'amministrazione e della direzione dell'impresa”: la direzione e pianificazione regionale e nazionale, invece, doveva restare funzione degli organi centrali di Governo. Nello stesso giorno fu annunciata una riorganizzazione del Governo: il Gabinetto consisteva ormai interamente di comunisti anti-Rákosisti e di diversi capi di altri partiti. Primo ministro restando Imre Nagy, gli si affiancavano tre vice-Primi ministri, dei quali uno, Antal Apro, era un comunista, uno, Joszef Bognar, del partito dei piccoli proprietari, e uno, Ferenc Erdei, del partito nazionale contadino. Dei ministri, quattro erano antichi dirigenti del partito dei piccoli proprietari, e avevano i portafogli del Commercio estero, dell'Agricoltura, delle Aziende agricole di Stato, e degli Esteri. Due professori universitari di rinomanza internazionale nel loro campo, ed entrambi comunisti che avevano lottato contro il burocratismo, ebbero l'incarico della Sanità pubblica (prof. Antal Babits) e della Cultura (prof. Gyorgy Lukacs).
A questo momento, alla fine del 27 ottobre, sembrava esservi buona ragione di considerare passato il peggio, e che potesse finalmente cominciare il lavoro di ricostruzione e di progresso pacifico. Perciò il Governo emanava l'ordine di “immediata e generale cessazione del fuoco, con istruzione alle Forze armate di sparare soltanto se sono attaccate”. Quest'ordine fu accolto ed eseguito come valido per le forze sovietiche insieme a quelle ungheresi. Nello stesso tempo, il Primo ministro Imre Nagy, in un nuovo discorso alla radio, negò che il movimento allora in corso, nel suo complesso, fosse da considerare come una controrivoluzione: dichiarò di vedervi piuttosto “un movimento nazionale e democratico”, e annunciò ancora una volta che gli scopi del nuovo Governo erano “l'unità democratica della nazione, l'indipendenza, e il socialismo”. È vero, disse Nagy, che “come sempre accade nei momenti di grande movimento popolare, anche in questo caso elementi criminali si insinuarono nel movimento per comprometterlo e per commettere comuni atti delittuosi. È un fatto, altresì, che nel movimento si sono infiltrati anche elementi controrivoluzionari, con lo scopo di rovesciare il regime democratico popolare”. […] Ma le forze che per prime avevano fatto uso della violenza, e che persistevano nel servirsene, erano ben lontane dall'accontentarsi degli sviluppi fin qui ottenuti. Esse non mostrarono alcuna intenzione di fermarsi a questo punto; e di giorno in giorno, rinforzi e sostegni per la loro azione affluivano in Ungheria attraverso la frontiera austriaca. Dalle zone insorte dell'Ungheria occidentale, e contemporaneamente da Radio Europa libera, da altre trasmittenti in Spagna, in Italia e in Germania occidentale, e ultimamente anche nell'interno dell'Ungheria stessa, venivano lanciate richieste sempre nuove, che riflettevano un ininterrotto spostamento verso la destra. Il 28 ottobre cominciò a essere avanzata la domanda della denuncia immediata e unilaterale del patto di Varsavia da parte dell'Ungheria, dell'immediata neutralizzazione dell'Ungheria, il cui status avrebbe dovuto essere garantito da un accordo delle quattro grandi Potenze, in cui le Potenze capitaliste avrebbero messo in minoranza l'Unione Sovietica per 3 a 1, e finalmente di mutamenti economici nel senso di una marcia indietro della socializzazione. Di più, a partire dallo stesso giorno cominciarono a venir diffusi messaggi radio in russo e migliaia di manifestini pure stampati in russo, incitanti le truppe sovietiche a disertare, ad ammutinarsi, ad unirsi agli insorti in una santa crociata contro l'Armata Rossa.
[…] Il 29 ottobre il nuovo ministro dell'Interno annunciò la riorganizzazione delle forze di polizia; contemporaneamente, il ministro della Difesa proclamava la sua confidenza che il programma del Governo, diffuso il giorno prima, godesse dell'ardente appoggio della grande maggioranza degli ungheresi, e concludeva con un chiaro accento di sollievo e di vittoria: “Avanti insieme al popolo per un'Ungheria indipendente, democratica e socialista!”. Lo stesso giorno, fu annunciato che il ritiro delle truppe sovietiche sarebbe cominciato immediatamente da vari quartieri di Budapest. In effetti, quella sera stessa “unità dell'Esercito ungherese - comunicò un messaggio del ministero della Difesa - cominciano a sostituire le truppe sovietiche nell'ottavo dipartimento di Budapest”. Il ritiro delle forze sovietiche, cominciato all'alba del 29, doveva continuare per settori, con l'obiettivo - se le truppe sovietiche non fossero state disturbate - di completare l'operazione in circa 24 ore. Tuttavia, questo non arrestò il flusso delle richieste dirette contro la democrazia popolare e il socialismo, ma al contrario, sembrò piuttosto dar nuova baldanza alla destra. Chiaramente, lo spostamento verso destra continuava. Il 30 ottobre, un proclama del Governo Nagy decretava la fine del sistema del partito unico, e annunciava il ritorno del Governo alla struttura di coalizione del 1945. A questo fine veniva costituito un “Gabinetto ristretto all'interno del Governo nazionale”. A far parte del Gabinetto erano chiamate sei persone: tre comunisti, Imre Nagy, Janos Kádár e Geza Losonczy; e tre non-comunisti: Bela Kovacs e Zoltan Tildy, del partito dei piccoli proprietari, e Ferenc Erdei del partito contadino. Nello stesso tempo, fu annunciato che un settimo membro sarebbe stato aggiunto il più presto possibile, come rappresentante del partito socialdemocratico: esso fu Anna Kethly, che entrò a far parte del Gabinetto ristretto il giorno successivo. Il gabinetto concentrava in sé i poteri essenziali di governo: a partire dal 31 ottobre, dunque, le posizioni decisive nel Governo di Budapest non erano più nelle mani dei comunisti, ma piuttosto di una coalizione la cui maggioranza consisteva di un eminente socialista di destra e di tre non-socialisti. Il proclama di Nagy domandava “il ritiro immediato delle truppe sovietiche dal territorio di Budapest”, invocava la cessazione del fuoco da parte degli insorti in tutto il paese, e concludeva con un evviva all'Ungheria “libera, democratica e indipendente”. Cosa significativa, a partire dal 30 ottobre l'attributo “socialista” scomparve dalle espressioni di Nagy riguardanti l'Ungheria: e come risulta dai documenti, da allora fino al 4 novembre i discorsi e i proclami di Nagy e degli altri personaggi di Governo non fecero più menzione del fondamento socialista dello Stato ungherese. Tuttavia, è degno di nota che Kádár, il quale faceva parte del Governo, parlando dopo Nagy alla radio il 30 ottobre, si allineò con gli scopi e le trasformazioni annunciate da Nagy, in nome della pace. Come segretario del partito dei lavoratori ungheresi, egli fece appello ai comunisti perché “si liberassero completamente” dell'eredità della “cattiva direzione degli anni precedenti”, e lavorassero a ricostruire un partito purificato. […] Nel frattempo, sempre il 30 ottobre, il Governo Eisenhower offri al nuovo Governo ungherese la somma di 20 milioni di dollari a titolo di concessione di aiuti. Questo fatto non fu noto al pubblico che il 9 gennaio 1957, quando apparve come una notiziola di poche righe in una delle pagine interne del New York Times: si può supporre, tuttavia, che la transazione sia stata a conoscenza del Governo sovietico molto prima del mese di gennaio dopo la crisi ungherese. Pure il 30 ottobre, il Governo dell'URSS pubblicò una dichiarazione sulle “Basi per lo sviluppo e l'ulteriore rafforzamento dell'amicizia e della cooperazione fra l'Unione Sovietica e gli Stati socialisti”. In questo documento, che ha una portata storica, il Governo dell'URSS dichiarava: “Uniti dai comuni ideali dell'edificazione di una nuova società e dai principi dell'internazionalismo proletario, i paesi della grande comunità delle nazioni socialiste possono costruire i loro rapporti soltanto su principi di totale eguaglianza di rispetto per l'integrità territoriale, l'indipendenza statale e la sovranità di ciascuno, e di reciproca non ingerenza negli affari interni”. Ma nello sforzo di realizzare questo tipo di rapporti internazionali, mai tentati prima e senza precedenti, si erano verificati degli errori: “Nel processo di formazione del nuovo sistema e nelle profonde trasformazioni rivoluzionarie dei rapporti sociali sono emerse molte difficoltà, problemi insoluti e specifici errori, anche nel campo dei rapporti reciproci fra i paesi socialisti - deviazioni ed errori che hanno violato il principio dell'uguaglianza di diritti nei rapporti fra Stati socialisti”.
Al xx congresso del PCUS questi errori e queste violazioni erano stati denunciati “con la massima decisione”, e gli sforzi per eliminarli erano stati avviati ed erano ancora in corso. Pertanto, il Governo sovietico si dichiarava pronto a discutere “coi Governi di altri paesi socialisti” le forme del miglioramento dei rapporti e dell'instaurazione di una migliore eguaglianza nel campo delle relazioni economiche e militari. La dichiarazione conteneva poi diversi passi di grande importanza che si riferivano direttamente alla questione ungherese; e ci sembra utile presentarli senz'altro e integralmente al lettore: “Il Governo sovietico ritiene necessario dichiarare la sua posizione riguardo agli eventi d'Ungheria. Gli sviluppi della situazione hanno mostrato che i lavoratori ungheresi, che hanno realizzato grandi progressi sulla base del sistema democratico popolare, sollevano giustamente la questione della necessità di eliminare gravi deficienze nella sfera dello sviluppo economico, in modo da assicurare l'ulteriore miglioramento del benessere materiale della popolazione, nonché la questione della lotta contro le distorsioni burocratiche dell'apparato governativo. A questo movimento giusto e progressivo del popolo lavoratore, tuttavia, si sono presto aggregate forze di reazione estrema e di controrivoluzione, che tentano di avvalersi dello scontento di una parte dei lavoratori per distruggere i fondamenti del sistema democratico popolare in Ungheria e per restaurarvi il vecchio regime dei proprietari fondiari e dei capitalisti”.
La dichiarazione deplorava quindi che la crisi ungherese avesse raggiunto il punto dello spargimento di sangue; rilevava che le unità militari sovietiche, su richiesta del Governo ungherese e in conformità agli impegni assunti col trattato di Varsavia, avevano aiutato “a restaurare l'ordine” nella città di Budapest. Quindi: “Considerando che l'ulteriore permanenza delle unità militari sovietiche sul territorio ungherese può fornire il pretesto per rendere la situazione ancor più tesa, il Governo sovietico ha dato istruzioni al comando militare di ritirare le forze sovietiche dalla città di Budapest non appena il Governo ungherese lo riterrà necessario”. “Nello stesso tempo, il Governo sovietico è pronto a intavolare adeguate trattative con il Governo della Repubblica popolare ungherese e con le altre parti contraenti del trattato di Varsavia sul problema delle forze sovietiche di stazione in Ungheria”.
Mentre queste critiche implicite ed esplicite erano senza precedenti, per il loro carattere, in un documento diplomatico emanato da una grande potenza, gli ultimi due paragrafi della dichiarazione, subito dopo, riaffermavano inequivocabilmente l'impegno essenziale ed inviolabile di difendere il socialismo e sventare tutti gli sforzi della reazione per riconquistare il potere: “La difesa delle conquiste socialiste dell'Ungheria democratica popolare è oggi l'obbligo sacro e fondamentale degli operai, contadini e intellettuali, di tutto il popolo ungherese. Il Governo sovietico confida che i popoli dei paesi socialisti non permetteranno alle forze della reazione interna e internazionale di spezzare le basi del sistema democratico popolare, conquistate e rafforzate dalla lotta, dalla devozione e dal lavoro degli operai, contadini e intellettuali di ciascun paese. Non vi è dubbio che essi faranno del loro meglio, dopo il superamento di tutti gli ostacoli che si frappongono all'ulteriore rafforzamento delle basi democratiche, dell'indipendenza e della sovranità dei loro paesi, per sviluppare ancora i fondamenti socialisti dei loro paesi, la loro economia e la loro cultura, al fine del continuo progresso del benessere materiale e del livello di cultura di tutti i lavoratori; e che essi consolideranno l'unità fraterna e la reciproca assistenza fra i paesi socialisti, dando nuova forza alla grande causa della pace e del socialismo”.
[…] Ancora in quest'ultimo giorno di ottobre fu annunciata la ricostituzione del partito nazionale contadino, del partito dell'indipendenza, del partito democratico del popolo; il primo novembre si ricostituirono il partito cattolico del popolo e l'associazione cattolica nazionale. Ciascuno di questi movimenti aveva antecedenti che risalivano al regime horthysta e ai raggruppamenti antigovernativi del periodo 1945-48. Sempre il 31 ottobre, venne l'annuncio che il Consiglio nazionale dei sindacati ungheresi era sciolto, e che lo sostituiva una nuova organizzazione detta Federazione nazionale dei sindacati liberi ungheresi. Poco dopo, il Primo ministro Imre Nagy parlò di nuovo al paese da radio Budapest, informando che avrebbe chiesto immediatamente il ritiro completo delle truppe sovietiche dall'Ungheria e la sospensione immediata e definitiva della partecipazione dell'Ungheria al patto di Varsavia. Egli dichiarò la sua adesione incondizionata agli sviluppi che si erano susseguiti negli ultimi giorni, e di nuovo, nella sua perorazione per un'Ungheria “libera, indipendente e democratica”, l'idea del socialismo fu significativamente assente. In realtà, come dimostreremo nelle prossime pagine, in quel momento - 31 ottobre - il terrore bianco, su larga scala e compresa anche l'appendice dei pogrom antisemiti, aveva già fatto la sua apparizione tanto a Budapest che in molte zone della provincia, soprattutto nell'ovest. […] Sempre il 1° novembre, Nagy tornò ancora una volta ai microfoni della radio per annunciare nuovi “progressi”. All'ambasciatore sovietico a Budapest era stato comunicato da Nagy stesso che l'Ungheria denunciava senz'altro e seduta stante il trattato di Varsavia. Il Governo aveva proclamato ufficialmente la neutralità dell'Ungheria, e chiesto al segretario generale delle Nazioni Unite di mettere all'ordine del giorno “la questione ungherese” e lo status neutrale del paese; pure attraverso il segretario dell'ONU, Nagy aveva chiesto ufficialmente che la neutralità ungherese venisse garantita da un accordo fra gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e l'Unione Sovietica. Anche questo discorso di Nagy si chiuse con un saluto all'Ungheria “libera, democratica, indipendente e neutrale”. L'ultimo attributo era un'aggiunta. Nessun cenno di “socialista”.
Allo scivolamento verso destra soccorreva intanto la progressiva disintegrazione del partito dei lavoratori ungheresi. Priva di un partito marxista unito, attivo e fiducioso, la classe operaia stessa era come un corpo senza testa, le cui varie membra andavano simultaneamente in tutte le direzioni - di fatto, paralizzandola. Perciò, nel momento della spinta reazionaria, la società ungherese non disponeva di una forza di resistenza efficace e organizzata che vi si potesse opporre: e questo fatto accresceva di molto il pericolo di un'immediata soluzione fascista della crisi. Il 1° novembre Kádár, riconoscendo ormai questo stato di cose, fece uno sforzo supremo per opporvi un argine, annunciando la formazione di un nuovo partito marxista-leninista, chiaramente anti-Rákosista: il nuovo partito prese il nome di partito socialista operaio ungherese, e pubblicò un nuovo organo, il Nepszabadsag [Libertà del popolo]. L'integrità del socialismo - disse Kádár nel suo appello - richiede “libertà per il popolo e indipendenza per il paese”. L'una e l'altra erano state obiettivi essenziali dell'intero processo che aveva avuto il suo culmine il 23 ottobre: nella lotta per questi obiettivi i comunisti avevano avuto un ruolo decisivo, e dovevano ancora mettersi alla sua testa, per assicurare la purificazione della vita sociale del paese, garantire l'indipendenza dell'Ungheria, e difendere ed estendere il socialismo. “L'insurrezione - continuò Kádár - è giunta a un bivio decisivo”: noi non abbiamo lottato per eliminare il burocratismo e la rigidità tirannica “perché sorgesse al loro posto il regno della controrivoluzione”; “non abbiamo combattuto perché le miniere e le fabbriche potessero essere strappate dalle mani della classe operaia, e la terra da quelle dei contadini”. Non vi era che un'alternativa: o andare avanti verso una vita democratica “piena di umanità”, o “ricadere nella schiavitù del vecchio mondo feudale, e con ciò, nella schiavitù dello straniero”. “Il pericolo è grave e allarmante - disse Kádár - che un intervento armato straniero abbatta sul nostro paese il tragico destino della Corea. È l'ansietà per la sorte riservata a tutto il paese che ci spinge a fare tutto ciò che è in nostro potere per sventare questo pericolo: dobbiamo eliminare i centri della reazione e della controrivoluzione, consolidare definitivamente il nostro ordine democratico, assicurare le condizioni per una vita e un lavoro produttivo normali - la pace, la calma e l'ordine”. Il nuovo partito, rompendo con tutti gli errori e i crimini del passato, avrebbe combattuto “sul fronte dell'indipendenza nazionale”, per “rapporti di amicizia con tutti i paesi, vicini e lontani, e in primo luogo con i paesi socialisti nostri vicini”. Esso sarebbe stato il partito del marxismo-leninismo ungherese, fondato “sulle tradizioni progressive e rivoluzionarie della storia e della cultura ungherese”, lontano dalla “copia servile di esempi stranieri”, dedito rigorosamente, invece, alla ricerca di “una via adatta alle caratteristiche storiche ed economiche del nostro paese”. Fin d'ora, il partito socialista operaio ungherese era pronto a combattere a fianco di tutti gli elementi democratici “per sventare il pericolo imminente della controrivoluzione” e salvaguardare l'indipendenza dell'Ungheria e le sue conquiste socialiste.
Intanto, però, le forze della reazione consolidavano rapidamente il loro potere e spingevano avanti la situazione al livello di Governo, mentre nelle strade correva il sangue di numerosi comunisti, ebrei e progressisti massacrati. Il 2 novembre, Nagy chiese di nuovo ufficialmente l'intervento delle Nazioni Unite e la garanzia delle quattro Potenze; nello stesso tempo Pal Maleter, nuovo capo delle Forze armate, annunciava che l'Esercito avrebbe appoggiato il Governo soltanto se Nagy avesse ritirato immediatamente l'Ungheria dal patto di Varsavia e condotto una politica senza esitazioni per cacciare l'Armata Rossa dall'Ungheria, se necessario con la forza. Poi, il tre novembre, fu annunciata ancora una volta la formazione di un nuovo Governo, e anche questa volta il rimpasto rappresentava un ulteriore spostamento verso destra. Il Gabinetto doveva comprendere 12 persone: ma dei tre comunisti di cui furono annunciati i nomi, quello di Kádár era stato incluso senza il suo consenso e contro la sua volontà. Così, a questo punto, su undici membri effettivi del Governo, due soli erano comunisti, Nagy e Losonczy; degli altri nove, tre appartenevano al partito dei piccoli proprietari, tre rappresentavano i socialdemocratici, due il partito contadino, e l'ultimo era un indipendente. Anche nella forma - per non parlare dei reali rapporti di forza in quel momento - il Governo del 3 novembre era dunque considerevolmente più a destra della coalizione formata undici anni prima. Lo stesso tre novembre, per la prima volta, si udirono personaggi ufficiali attaccare pubblicamente e ripudiare il socialismo, con una chiara prospettiva di ritorno al regime capitalista. A mezzogiorno del tre novembre una dichiarazione del partito contadino, - due rappresentanti del quale, come era stato appena annunciato, sedevano ora al Governo - proclamò che il partito, pur non desiderando la revoca della riforma agraria del 1945, “afferma la sua fiducia nella proprietà privata, e chiede libertà di produzione e di traffici”. Poco dopo l'organo di stampa della “Società del Sacro Cuore di Gesù” veniva diffuso a Budapest, e il suo editoriale, intitolato Quello che vogliamo - I punti essenziali del programma della Chiesa cattolica ungherese, fu trasmesso dalla radio in ungherese e in francese. In esso, dichiarò radio Budapest “si chiede la restituzione delle terre che erano state di proprietà della Chiesa. Inoltre, la restituzione alla Chiesa delle sue scuole”. In altri termini, codesto organo ufficiale cattolico chiedeva, il 3 novembre, l'abrogazione della riforma agraria e della riforma scolastica - atti sempre denunciati dalla gerarchia e particolarmente da Mindszenty - ossia ancora il rovesciamento delle trasformazioni sociali che avevano posto fine alla vecchia Ungheria di Horthy».
85. T. Weiner, CIA, cit., pp. 123, 125-128.
86. A. Aptheker, La verità sull’Ungheria, Parenti, Firenze 1958, pp. 315-405, disponibile su Associazionestalin.it; il testo comprende l'intero paragrafo e quello successivo sul “terrore bianco”.
87. Le immagini sono state raccolte dal compagno ungherese Kovàcs Lajos sul proprio profilo facebook.

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