17 Maggio 2022

9.5. LA TORSIONE AUTORITARIA DOPO IL SOCIALISMO

Sentiamo il giudizio sul capitalismo e sul socialismo di Gaspar Miklos Tamàs90, filosofo e docente ungherese, «padre del dissenso sotto il comunismo», secondo Repubblica del 10 giugno 2009. Affermato che nel 1989 si sarebbe attuata la «democrazia», che peraltro «coincise col collasso economico», il filosofo prosegue così:
«il primo risultato percepito dalla gente fu la perdita di due milioni di posti di lavoro. Nel nordest [ungherese, ndr] fame e miseria sono da terzo mondo. La catastrofe economica coesiste con una mentalità tipica dell’Est: la gente vuole che lo Stato diriga, provveda, dia sicurezza. Ci sentiamo traditi dal mondo nuovo, e lo siamo. Anch’io ho rinnegato me stesso: sono stato liberale per una vita, ora sono marxista. Il sistema democratico non ha riconoscimento né legittimazione, neanche i più onesti leader dei partiti democratici vi credono. Povertà, crimine, sono problemi reali. […] è un problema acuto in tutto l’Est: qui il capitalismo democratico ha fallito. Le maggioranze a Est ritengono che prima dell’89 si stesse meglio. Tutti sapevano di non essere liberi. Ma il sistema garantiva stabilità, società proletarie, plebee, ma quasi senza crimine, egualitarie nella cultura e non solo nell’economia. E non avevano come valore costitutivo il disprezzo per i deboli».
Leggiamo la ricostruzione degli eventi che portano alla fine della Repubblica Popolare Ungherese, con un pezzo di Elia Rosati91:
«La fine del regime comunista in Ungheria ebbe caratteristiche particolari: […] già nel 1986, infatti, il paese aveva abbandonato definitivamente il sistema a partito unico e molti movimenti erano sorti rapidamente; tra di essi il partito cristiano-conservatore Magyar Demokrata Fórum – MDF (“Forum Democratico Ungherese”) di Jozsef Antall (uno degli storici leader della rivolta del 1956) e dell’ex commediografo Istvan Csurka. Dopo la fine del Blocco Sovietico, nelle prime elezioni della Repubblica d’Ungheria del 1990, fu proprio una coalizione a guida MDF a prevalere nettamente (col 42% dei voti), ottenendo per Antall la poltrona di primo ministro fino al 1993, quando morì. All’Interno del Forum Democratico non mancavano, però, posizioni nazionaliste, razziste e antisemite: lo stesso Csurka (vicepresidente del partito) sostenne nel 1992, in un dossier presentato al parlamento, che “il paese dal 1945 a oggi è vittima di una cospirazione giudaico-bolscevica-liberale volta a distruggere i valori della nazione ungherese”. Altri esponenti del MDF inoltre avevano spesso fatto appelli alla revisione dei confini, rivendicando una “Grande Ungheria umiliata dal Trattato del Trianon (1920)” che potesse recuperare territorialmente il suo “spazio vitale” e che dovesse cercare una “terza via” tra liberismo-capitalista e socialismo. Non a caso, uno dei primi atti simbolici del presidente Antall fu riportare in patria le spoglie dell’ammiraglio Miklòs Horthy, reggente del regime para-fascista ungherese tra le due guerre, morto in esilio in Portogallo nel 1957. La prima esperienza di governo non fu però stabile: il paese si trovava in una difficilissima congiuntura economica, con ben il 30% della popolazione che viveva sotto la soglia di sussistenza; una situazione che complicò ulteriormente gli assetti interni al Forum Democratico. Nel 1994 infatti Csurka, cacciato dal MDF, diede vita al piccolo Partito Vita e Giustizia della Verità Ungherese (MIEP) che, radicato quasi solo nelle campagne, faceva appello apertamente alla “purezza razziale magiara” come unica strada per costruire una “economia al servizio della nazione che possa sostenere lo sviluppo di una borghesia nazionale, cristiana e contadina”. Parallelamente sorgevano inoltre altri movimenti giovanili neonazisti che si richiamavano apertamente ai collaborazionisti ungheresi delle Croci Frecciate, come ad esempio il Partito del Governo Nazionalpopolare di Albert Szábo o la rivista Kitatas (“tenacia”, il motto dei fascisti ungheresi) dell’ex deputata del MDF Isabella Kiraly. Tuttavia tra gli altri gruppi politici nati a cavallo della caduta del Muro c’era, anche, un piccolo movimento giovanile anticomunista e liberale: Fidesz (“l’Alleanza dei Giovani Democratici”), attiva soprattutto sul fronte dei diritti civili. È in questo partito, che nelle elezioni del 1990 prese solo l’8,8%, militava il ventisettenne Viktor Orban».
Orban viene ricordato in un articolo uscito su La Repubblica92 come uno dei presenti in «quell'estate indimenticabile del 1989 al solenne funerale-riabilitazione di Imre Nagy [...]. A quella cerimonia il discorso più coraggioso fu tenuto da un giovane allora dissidente liberal, Viktor Orbán: “Fuori le truppe sovietiche occupanti”».
Riprendiamo il racconto con Rosati:
«dopo la schiacciante vittoria dei post-comunisti nelle elezioni del 1994, Fidesz che si era sempre mantenuta su posizioni moderate cominciò a modificare la sua linea politica, e fu in questa fase che Orbán ne divenne il trascinatore; l’obiettivo era sfondare nell’elettorato conservatore del MDF, indebolito dalle scissioni interne ed orfano del suo carismatico leader Jozsef Antall. Orbán, che nel 1995 aggiunse al vecchio nome del suo movimento anche la denominazione “Unione Civica Ungherese”, attenuò decisamente le posizioni economiche liberiste, spostandosi su una linea più conservatrice, mentre radicalizzò la sua propaganda anticomunista contro le sinistre. Contemporaneamente anche il MIEP di Csurka continuava la sua crociata per una Grande Ungheria, scagliandosi contro i rom e il “complotto ebraico” e criticando aspramente le misure varate dal governo per indenizzare le vittime della Shoah (in Ungheria tra il 1944 ed il 1945 i nazisti con l’aiuto delle Croci Frecciate deportarono ed uccisero il 60% degli ebrei del paese, circa 546.000 persone). Csurka inoltre cominciò a tessere legami internazionali, invitando nel 1996 Jean-Marie Le Pen a un convegno del suo movimento mentre, a livello nazionale, strinse una alleanza con lo storico Partito Indipendente dei Piccoli Proprietari (FKGP) di Jozsef Torgyan, la cui battaglia principale era la restituzione agli agricoltori della terra espropriata durante il regime comunista. Nelle elezioni del 1998 Fidesz ottenne lo stupefacente 29,5% (con 1.340.000 voti e 148 rappresentanti), mentre il FKGP raggiunse il 13,2% (48 deputati) e i neofascisti del MIEP il 5,47 (14 deputati); nonostante la tenuta dei post-comunisti e dei Liberali, l’Ungheria sterzava visibilmente a destra, mentre Orbán ne diveniva il nuovo Presidente. Tuttavia se il primo esecutivo Fidesz (1998-2002) trascorse senza grossi scossoni, nel paese il razzismo aumentò notevolmente, specie nei confronti dei rom, bersaglio prediletto delle scorribande di bande naziskin (tra cui molti tifosi del Ferencvaros di Budapest) e delle campagne xenofobe del MIEP nelle zone rurali. Se agli ebrei veniva infatti rimproverato di saccheggiare il paese fin dai tempi del Regime, l’accusa verso gli zingari era quella di invadere la “gloriosa patria magiara” e di essere “tutti criminali” ed “analfabeti”, pronti a prosciugare le casse del welfare statale (tuttavia solo il 6% della popolazione ungherese è di origine rom/sinti). Il governo di Viktor Orbán si caratterizzò subito per l’estremo dirigismo (soprattutto in materia economica), l’insofferenza verso le critiche dei media indipendenti, gli scandali, ma anche la capacità di inglobare nel partito gli opportunisti o i delusi di altre formazioni politiche, inclusi numerosissimi deputati del partito di Torgyan. Nella tornata elettorale del 2002 il quadro politico andò, infatti, semplificandosi: Fidesz raggiunse il 41,08% (con 2.700.000 voti) accaparrandosi le preferenze di tutto il mondo di destra, sbattendo fuori dal Parlamento sia il MIEP (4,7%) che soprattutto il FKGP (0,75%); nonostante la vittoria andasse all’alleanza Post-Comunisti-Liberali, Orbán aveva raggiunto il suo scopo, diventando l’unico rappresentante del mondo conservatore ungherese. Tuttavia all’interno del mondo neofascista del MIEP, andato in pezzi dopo l’uscita dal parlamento, qualcosa si muoveva: una nuova leva di giovani studenti neonazisti con il culto delle Croci Frecciate si stava infatti organizzando, nasceva (nel 2003) il Movimento per una Ungheria Migliore, meglio noto come Jobbik. Ma i tempi stavano rapidamente cambiando e mentre i neonazisti ungheresi giuravano col braccio teso, davanti il castello di Buda, “sulla corona dell’antica monarchia e sulla bandiera della Patria” di “salvare la nazione”, dal 1 maggio 2004 l’Ungheria entrava ufficialmente nell’Unione europea».
Nel 2010 Orbàn ha fatto approvare una riforma della Costituzione che restringe notevolmente i diritti civili e l'assetto liberale dello Stato, svoltandolo in senso autoritario93. Di seguito il giudizio dato dal Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese:
«Il Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese è dell'opinione che il reale cambiamento storico ha avuto luogo non nel 2010 ma 1989-1990 quando il socialismo venne distrutto in Ungheria. Si è trattato di una controrivoluzione capitalista. Il potere della classe operaia è stato sostituito con il potere delle forze capitaliste. Le aziende industriali e le banche possedute dallo Stato, le fattorie agricole collettive sono state privatizzate. L'Ungheria ha aderito alla NATO nel 1999 ed è entrata nell'Unione Europea nel 2004. È stato instaurato il sistema capitalista basato sulla proprietà privata e sulla democrazia borghese. È stato il cambiamento dal socialismo al capitalismo che ha provocato il generale impoverimento del popolo ungherese. L'Ungheria ha una popolazione di 10 milioni di abitanti. 1,5 milioni di ungheresi vive sotto il livello della povertà, il che significa vivere con un reddito di meno di 200 euro al mese. Il numero ufficiale dei disoccupati è 500.000, ma in realtà è circa 1 milione di persone a non avere alcuna possibilità di trovare un lavoro. La limitazione della democrazia non è iniziata nel 2010 ma nel 1989-1990. Le forze politiche che lottano contro il sistema capitalista, prima fra tutte il Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese non hanno accesso al sistema di comunicazione pubblico. La stella rossa, la falce e il martello - “in quanto simboli della tirannia” - sono stati banditi nel 1993. Nel 2007, l'intera leadership del PCLU è stata accusata di “oltraggio fatto in pubblico”. Le campagne anticomuniste sono state scatenate indipendentemente da quale partito borghese fosse al potere».94
90. Contenuto Ivi, p. 28.
91. E. Rosati, L’Ungheria nera, Radiopopolare.it, 26 maggio 2016.
92. A. Tarquini, Ungheria, 60 anni fa si spegneva il sogno del socialismo dal volto umano, La Repubblica (web), 22 ottobre 2016.
93. Redazione Il Post, La riforma della Costituzione in Ungheria, Il Post (web), Ilpost.it, 11 marzo 2013.
94. Cosa sta accadendo in Ungheria? Cosa ne pensano i comunisti ungheresi, Solidnet.org-Marx21 (web), 6 gennaio 2012.

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