27 Ottobre 2021

1.5. ...E DOPO LA CADUTA DELLE REPUBBLICHE POPOLARI

Per tracciare le conseguenze della fine del socialismo reale nell'Est Europa ci aiutiamo utilizzando un capitolo dell'opera La condizione femminile odierna fra parità formale e disuguaglianza sostanziale: il caso della segregazione occupazionale di genere di Floriana Giudice20:
«La fine del socialismo nell'Est ha in effetti “liberato” la donna dall'obbligo del lavoro, ma ha portato secondo tutti gli analisi ad un peggioramento complessivo della propria condizione, lavorativa e non. L’occupazione femminile ha infatti subito radicali cambiamenti in tutti paesi dell’Est europeo con un’accentuazione dei casi di discriminazione diretta e indiretta: diminuzione dell’occupazione delle donne in età di lavoro (in Polonia, durante gli anni Novanta, più di metà dei disoccupati era composta da donne); tendenza verso una crescita della segregazione orizzontale e verticale (concentrazione della manodopera femminile nei settori e nelle professioni meno retribuite e qualificate, accesso privilegiato per gli uomini ai lavori con mansioni e responsabilità superiori; sempre in Polonia la percentuale dei manager di sesso femminile che ricoprivano posizioni importanti nelle aziende private create dopo il comunismo era perfino ancora più modesta che nelle imprese statali durante il regime comunista); tendenza verso un gap crescente tra i salari delle donne e quelli degli uomini; propensione alla disparità di trattamento nelle politiche di reclutamento e violazioni nel campo dei diritti e delle tutele sociali, in modo particolare nel settore privato. Il crollo del welfare state, uno dei fiori all'occhiello dei paesi socialisti, ha colpito doppiamente le donne in tutti i paesi dell’ex blocco socialista, sia in qualità di maggiori operatrici sia in qualità di maggiori fruitrici dello stato sociale. Durante la transizione erano stati decimati i posti di lavoro di medici e insegnanti che nell’era del socialismo reale erano diventate professioni quasi femminili. Questo crollo aveva, inoltre, influito negativamente sulla vita delle donne, poiché il processo di aggiustamento strutturale aveva prodotto una separazione tra il sistema di welfare e la fabbrica, che forniva un sistema sociale relativamente integrato, attraverso gli spacci interni, la rete di dispensori, di scuole, di asili per bambini e di campeggi, gli alloggi per i lavoratori. Il legame che ancora rimaneva tra fabbriche e protezione sociale assumeva delle importanti implicazioni in un contesto economico in cui, con la chiusura delle fabbriche, molti nidi aziendali scomparvero […]. Nei rapporti stilati per la Commissione Europea, che a fine anni '90 doveva valutare le candidature di diversi paesi di quest'area geografica, emergono bene questi problemi. Vi si legge che in quel periodo, nella nuova Repubblica Ceca, studi socioeconomici avevano dimostrato che il salario medio delle donne era pari a circa i tre quarti di quello degli uomini e che questa differenza poteva essere in parte attribuita alle differenze strutturali fra occupazione maschile e femminile, con una concentrazione della presenza femminile in attività meno qualificate […]. In Romania “il livello di istruzione delle donne romene è migliorato, la loro partecipazione alla vita sociale ed economica è aumentata ed esse sono più presenti ai livelli dirigenziali, decisionali ed operativi. Tuttavia, dal 1989 il processo artificiale pianificato di partecipazione femminile alle attività socioeconomiche si è interrotto. La loro presenza in posizioni dirigenziali e pubbliche importanti è diminuita, il movimento femminile organizzato centralmente è stato sciolto e l’organizzazione di nuovi movimenti e attività procede con difficoltà, con conseguenze negative per l’emancipazione delle donne” […]. Non c'è bisogno di scorrere anche gli altri bollettini nazionali per trovare conferma al fatto che nell'Europa dell'Est i cambiamenti nella condizione della donna dopo la caduta del comunismo avvennero in peggio e non solo in campo lavorativo. Come spiega Richard Vinen il peggioramento delle condizioni femminili fu completato dal ripristino del divieto di aborto in molti paesi (con l'eccezione della Romania, che fece il percorso inverso). In generale si assiste nell'Est ad una riaffermazione dei valori tradizionali e familiari della donna, tendendo la maggior parte dei politici postcomunisti ad equiparare il femminismo e le relative organizzazioni con i passati regimi comunisti. Tantissime furono le donne costrette, dalla crisi conseguente, alla prostituzione. È indubbio comunque che se ancora negli anni ottanta nell'Est europeo si tendeva ad integrare pienamente la donna alla vita nazionale, alla fine del secolo, per la prima volta dopo svariati decenni, “era nell'Europa occidentale che i valori tradizionali relativi alle donne, alla sessualità e alla famiglia venivano messi maggiormente in discussione, mentre a Est esercitavano una maggiore influenza” […].
Con l'inizio del nuovo secolo i paesi dell’Est europeo si sono sempre più orientati verso la concentrazione di un sesso o dell’altro in specifiche industrie e settori dell’economia (talvolta limitando l'accesso a certi mestieri ritenuti potenzialmente pericolosi per la salute e per la funzione procreativa delle donne, come in Bulgaria e Ungheria), in correlazione ai livelli salariali retributivi condizionati dai nuovi orientamenti del mercato. Laddove i salari sono in netta crescita vi è la tendenza a sostituire le donne con gli uomini. Soprattutto in quei rami utili alla new economy, come quello bancario e assicurativo o quello relativo alle tecnologie dell’informazione e comunicazione. Laddove, al contrario, vi è una netta tendenza a corrispondere bassi salari, come nella sanità, istruzione e pubblica amministrazione si favorisce la concentrazione di manodopera femminile. I settori nei quali dal 1989 è maggiormente aumentata la percentuale di lavoratrici sono quelli il cui prestigio è diminuito maggiormente negli ultimi 20 anni. Oggi, in linea con la tendenza dei paesi occidentali, la presenza femminile è prevalente nel settore terziario con punte del 73% (Lettonia); ancora alta rimane, tuttavia, in alcuni paesi, la partecipazione femminile al settore primario, principalmente agricoltura (Romania e Polonia). Gli stati, anche su pressione dell'UE, hanno in questi anni cercato di mettere in campo diversi programmi culturali per invertire alcune delle tendenze fin qui descritte, ma con risultati ancora altalenanti. Attualmente le donne rappresentano il 38% degli scienziati nei paesi dell’Europa centrale e orientale e nei paesi baltici. Questo dato statistico dissimula, tuttavia, una triste realtà: gran parte delle scienziate opera in settori caratterizzati dai più bassi investimenti in materia di ricerca e attività scientifica. In più, un uomo ha tre volte più possibilità di ricoprire una carica accademica di livello superiore.
È vero d'altronde che la new economy ha dato ad un gruppo di donne, in genere giovani e intraprendenti, l’opportunità di affermarsi come imprenditrici. In base ai dati Eurostat 2009, in tutti e tre i paesi baltici la percentuale di donne manager è più alta in confronto a quella rilevata in ogni singolo paese dell’Unione europea. E mentre la media dell’Unione Europea corrisponde al 33,3%, anche altri paesi del centro-est sono posizionati piuttosto bene, sopra questa media: Ungheria (39,6%), Polonia (39,2%), Slovacchia (36,9%). Un’altra indagine Eurostat 2005 aveva rilevato che subito dopo il crollo del sistema socialista nei paesi dell’Europa centro-orientale, la presenza delle donne nei rapporti di lavoro remunerati era effettivamente diminuita, nonostante la popolazione femminile economicamente attiva fosse al di sopra della media Ue-15. Tuttavia le categorie più esposte a insicurezza, scarse retribuzioni e licenziamenti sono quelle a impiego vulnerabile. Dentro queste categorie, la percentuale delle lavoratrici è molto alta, poiché le donne subiscono più rapidamente le conseguenze negative di un momento di stagnazione economica, mentre beneficiano in ritardo della ripresa. E già prima della crisi, la maggior parte di loro viveva di economia informale con retribuzioni e protezione sociale inferiori. La tendenza globale alla liberalizzazione degli scambi del mercato ha fatto delle donne i lavoratori più flessibili sul mercato del lavoro, soggetti a deregolamentazione, processi d’informalizzazione e abbassamento degli standard sociali e di lavoro. Polonia e Slovacchia, paesi che nel passato avevano goduto di elevati livelli di partecipazione femminile nell’economia, si trovano in questi ultimi anni nel gruppo di quelli che hanno fatto marcia indietro. L'eccezione arriva ancora una volta dalla regione del Baltico dove la crisi ha colpito forte, ma soprattutto i settori del primario e del secondario, dove è occupata la metà della forza lavoro del paese, quasi tutta maschile. Il settore terziario, dove è invece concentrata gran parte della manodopera femminile, non ha subito i contraccolpi della crisi. Questa situazione si è riflessa sui tassi di disoccupazione, datati 2010: l’Estonia è al primo posto per il tasso maschile di disoccupazione più elevato di quello femminile (rispettivamente 19,7% e 11,2%). Seguono Lituania (18,6% e 10,6%) e Lettonia (26,6% e 19,2%)».
20. F. Giudice, La condizione femminile odierna fra parità formale e disuguaglianza sostanziale, cit.; si fa riferimento in particolare al capitolo 3.3 Il caso dell'Europa dell'Est.

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