25 Settembre 2020

2.2. LA SVOLTA DI SALERNO CONCORDATA TRA STALIN E TOGLIATTI

Cerchiamo di fare luce sulla “svolta di Salerno”, aiutandoci con un articolo datato 2004 dello storico italiano Francesco Barbagallo11:
«Palmiro Togliatti sbarcò a Napoli [il 27 marzo 1944, ndr], dopo aver a lungo diretto, col bulgaro Dimitrov, l'Internazionale comunista di Stalin. […] Togliatti aveva chiesto a Dimitrov, ultimo segretario del Comintern, di poter tornare in Italia per sostenere la partecipazione dei comunisti italiani a un governo nazionale provvisorio per fare la guerra alla Germania, appena cadde il fascismo, il 27 luglio 1943. Ripetutamente da Mosca, tra il '43 e il '44, Togliatti sollecitò i recalcitranti comunisti italiani, da Scoccimarro ad Amendola, a formare un governo di unità nazionale per intensificare la guerra contro i nazisti e i fascisti di Salò. Più oscillante fu la posizione di Togliatti riguardo al problema preliminare della permanenza o della abdicazione di Vittorio Emanuele III, che si configurò come pregiudiziale istituzionale contro il re, responsabile con Mussolini della disfatta nazionale, mantenuto da tutti i partiti del Comitato di liberazione nazionale fino alla svolta impressa appunto da Togliatti, con la decisione del Partito comunista di partecipare al governo di Salerno. Documenti provenienti dagli archivi sovietici, una decina d'anni fa, mostravano come, ancora il 1° marzo 1944, Togliatti oscillasse tra la richiesta di abdicazione del re, sostenuta allora anche da liberali e monarchici quali Benedetto Croce ed Enrico De Nicola, e la possibilità che i comunisti partecipassero al governo italiano in guerra con la Germania, anche senza l'abdicazione di Vittorio Emanuele III. La pubblicazione del diario di Dimitrov ha poi fornito la prova documentaria di un incontro tra Stalin e Togliatti, alla presenza di Molotov, la notte del 3 marzo 1944, subito prima che il dirigente italiano iniziasse il lungo viaggio che da Mosca doveva condurlo a Napoli il 27 del mese, dopo essere passato per il Cairo ed Algeri. In questo colloquio, secondo quanto Molotov riferiva in una telefonata a Dimitrov, Stalin riteneva opportuno “nella fase data, non esigere l'immediata abdicazione del re; i comunisti possono entrare nel governo Badoglio; bisogna concentrare i propri sforzi soprattutto nella creazione e nel consolidamento della unità nella lotta contro i tedeschi». Il 5 marzo era lo stesso Togliatti a informare Dimitrov «sulla conversazione con Stalin: L'esistenza di due campi (Badoglio-il re e i partiti antifascisti) indebolisce il popolo italiano. Questo è vantaggioso per gli inglesi, che vorrebbero una Italia debole nel mare Mediterraneo. Se anche nel futuro si protrarrà la lotta tra questi due campi, ciò porterà alla rovina del popolo italiano. […] I comunisti possono entrare nel governo Badoglio per: 1) rafforzare la condotta della guerra contro i tedeschi, attuare la democratizzazione del paese e realizzare l'unità del popolo italiano. La cosa principale è l' unità del popolo italiano nella lotta contro i tedeschi, per un' Italia forte, indipendente. Seguire una tale linea senza far riferimento ai russi; si può naturalmente far capire che l' Unione Sovietica non avrebbe da obiettare contro una simile politica italiana. Esteriormente con gli inglesi relazioni leali”.
La decisione di Togliatti fu quindi concordata con Stalin, lungo una linea avviata già alla caduta del fascismo anche da Togliatti e in un contesto di guerra con una Germania non ancora sconfitta. Togliatti e il Pci sostennero poi il carattere autonomo rispetto a Mosca della svolta di Salerno per accentuare la scelta di insediamento nazionale del partito comunista e in obbedienza anche alle precise esigenze sovietiche nei rapporti con gli alleati».
Leggiamo ora questo condivisibile giudizio politico12:
«Ebbe ragione Stalin a suggerire questa tattica che superava la precedente posizione e le esitazioni togliattiane? Secondo la nostra opinione, sì. La priorità era combattere uniti i nazisti che stavano occupando mezza Italia ed avevano ancora solide posizioni in Europa, mentre Mussolini aveva formato la repubblica fantoccio di Salò. E infatti ci volle ancora un lungo anno di guerra accanita per arrivare alla liberazione. In quel momento occorreva rompere lo stallo che si era creato in Italia e la “svolta” servì a questo. Bisognava trovare il modo di unire le forze democratiche e antifasciste per farla finita col fascismo – come da tempo aveva indicato il Comintern adottando la linea dei fronti nazionali antifascisti nei paesi occupati dalle orde hitleriane. Era necessario un governo forte e autorevole, che dirigesse effettivamente la guerra contro il nazifascismo, per affrettare la sua disfatta. Ed era indispensabile che i comunisti e gli altri partiti popolari antifascisti partecipassero in maniera piena alla lotta e alla vita politica nazionale, senza essere emarginati e senza che si limitassero alla sola critica, specie nelle zone liberate dell’Italia meridionale e insulare. La svolta serviva anche a colpire i piani degli imperialisti, specie quelli inglesi, che volevano l’Italia più debole per controllare tutto il Mediterraneo, e a creare condizioni favorevoli alle forze comuniste per avanzare nei Balcani. La soluzione trovata fu dunque in sintonia con gli interessi dell’Unione Sovietica, come era logico e giusto che fosse in quel frangente; ma fu anche nell'interesse della prosecuzione della lotta contro il nazismo e il fascismo in Italia. Essa fu in sostanza l’applicazione nelle condizioni italiane della tattica di Fronte nazionale antifascista adottata, negli anni della seconda guerra mondiale, da tutti i partiti comunisti in tutti i paesi invasi e occupati dai nazisti, al fine di unire tutte le forze suscettibili di essere unite per sconfiggere la belva nazista. Una tattica giusta, sostenuta ed appoggiata in pieno da Stalin e dal gruppo dirigente bolscevico, che portò anche in altri paesi (es. Romania, Polonia, Cecoslovacchia, Romania) all’ingresso dei comunisti in governi di coalizione presieduti inizialmente da militari - come il generale Radescu in una Romania che si trovava anch’essa sotto la monarchia - da personalità borghesi o socialdemocratiche. Non fu dunque la “svolta di Salerno”, necessaria in quella situazione storica, la radice di tutti gli opportunismi e della degenerazione revisionista. E nemmeno si può dire che fu Togliatti l’ideatore della “svolta”. Anzi, bisogna dire che fino all’incontro avvenuto a Mosca con Stalin, Togliatti era stato a lungo indeciso e contraddittorio sulla possibilità di una partecipazione al governo del PCI».
Occorre però stare attenti a non identificare la svolta di Salerno con tutta la politica italiana di accettazione del percorso “democratico” e riformista, definito da Togliatti «democrazia progressiva» e origine della «via italiana al socialismo».
Dietro il nome di “svolta di Salerno” si contrabbandano infatti cose assai diverse:
«l’ingresso del PCI nel governo Badoglio, l’affermazione da parte del gruppo dirigente togliattiano di una nuova strategia non più rivoluzionaria, l’elaborazione dell’ambigua linea della “democrazia progressiva”, la costruzione del “partito nuovo” portatore di tale linea, etc. etc. Fare un solo fascio di tutte queste erbe significa essere interamente subalterni alla ideologia revisionista che le ha sempre legate assieme in modo indissolubile. L’analisi storica e politica condotta con metodo materialista deve invece saper distinguere: la “svolta di Salerno” fu una tattica giusta in quel preciso momento, le altre invece furono posizioni disastrose e da combattere. Dunque mettere nello stesso sacco la “svolta”, ispirata dall’URSS staliniana, e tutta la successiva politica seguita dal PCI e dai suoi eredi, vuol dire portare avanti una pericolosa operazione di mistificazione storica e ideologica, basata su mitologie, interpretazioni forzate e sofismi, per ingannare i compagni meno preparati. […] Non fu la “svolta” in quanto tale, e tanto meno l’URSS, ad impedire o seppellire uno sbocco rivoluzionario in Italia. Fu invece Togliatti a escluderlo aprioristicamente dietro la vaga formula della “democrazia progressiva” che nella sua interpretazione restava nell’ambito della società borghese, prefigurando un illusorio gradualismo. Non fu Stalin a scambiare la tattica per la strategia rivoluzionaria, nè fu la “svolta di Salerno” ad aprire il corso opportunista. Fu invece la concreta prassi politica seguita in quel periodo da Togliatti e dal gruppo dirigente del PCI, che nella situazione determinatasi trovarono l’occasione per imboccare una linea di destra, revisionista, di cui si erano manifestati alcuni sintomi in precedenza. Una linea che esprimeva da un lato la sfiducia nelle capacità e possibilità rivoluzionarie del proletariato e dei suoi alleati, e dall’altro la scelta di rimanere sul terreno preferito dalla borghesia e non su quello più vantaggioso per il proletariato, spostando in avanti con la lotta rivoluzionaria di massa i rapporti di forza per creare le condizioni della vittoria nella rivoluzione socialista. Il PCI, al contrario, non fece altro che indietreggiare, vacillare, cedere. Le prime tappe di questo percorso furono: la rinuncia a sfruttare la situazione di accesa lotta di classe apertasi nel 1945; l’amnistia ai fascisti; la mancata risposta di lotta quando - nel maggio 1947 - il PCI fu estromesso dal governo da De Gasperi (dietro le pressioni degli USA, che dovevano avviare il Piano Marshall, e della cupola vaticana); l’art. 7 della Costituzione che convalidava il Trattato e il Concordato mussoliniani con il Vaticano, che riconoscevano al cattolicesimo e al clero cattolico privilegi speciali., ecc. Insomma, Togliatti sfruttò la nuova situazione politica che si era creata, la stessa esperienza delle alleanze antifasciste per annebbiare la coscienza del proletariato e seguire un’altra linea, non più rivoluzionaria e di classe, non più caratterizzata dal legame fra lotta antifascista e lotta per il socialismo, ma subordinata agli interessi della classe dominante. Non commise dunque solo errori tattici e di valutazione, ma strategici e di principio, escludendo la via rivoluzionaria alla presa del potere da parte della classe operaia, sostenendo la via pacifica e parlamentare».
In questo giudizio, duro verso Togliatti, si può offrire come uniche giustificazioni la solida presenza militare dell'imperialismo anglo-statunitense sulla penisola, che non avrebbe certamente esitato a reprimere con tutta la propria potenza un ipotetico tentativo rivoluzionario, ma anche la stessa mancanza di collegamento tra il “Partito nuovo” italiano e il resto delle organizzazioni comuniste, ed in particolar modo l'URSS, impegnata su questioni delicate come la necessità di porre fine alla guerra contro il nazismo. Da questo punto di vista ha ragione Ferdinando Dubla13 a far notare che la fine del Comintern, sciolta un anno prima, abbia fatto mancare un «coordinamento strategico» determinante, portando «al prevalere di politiche particolari, nazionali, senza il necessario respiro internazionalista». In effetti nel 1969 il segretario del PCI Luigi Longo14 ha detto a riguardo:
«Lo scioglimento dell'IC ebbe una funzione liberatrice, quale stimolo per i partiti comunisti a darsi una linea aderente alle caratteristiche – politiche, economiche, storiche, culturali – dei rispettivi paesi. Non credo però che allora quella svolta fosse anche considerata come l'inizio di un'epoca e di un metodo nuovi per quanto riguarda i rapporti nell'ambito del movimento comunista internazionale; ritengo piuttosto che la fine del Comintern sia stata vista sostanzialmente come un adeguamento tattico di largo respiro e come superamento, in ogni caso, di una concezione organizzativa non più rispondente alle esigenze della lotta. Il PC dell'URSS restava il punto di riferimento […]. Da questo punto di vista, la logica della III Internazionale sopravvisse (ed ebbe, nel 1948, una sua nuova e particolare esplicitazione dell'Ufficio di informazioni), condizionando il comportamento di tutti o quasi i partiti comunisti».
11. F. Barbagallo, Togliatti decise con Stalin la svolta di Salerno, La Repubblica, 28 marzo 2004.
12. Piattaforma Comunista, 70 anni dopo: uno sguardo storico sulla “svolta di Salerno”, Piattaformacomunista.com, aprile 2014.
13. Aginform (a cura di), Aginform intervista Ferdinando Dubla, Conversando su Togliatti, Aginform, n° 6 nuova serie, novembre 2002.
14. In L. Longo, Opinione sulla Cina, Milano 1977, pp. 196-197, citato in P. Spriano, Il movimento comunista tra guerra e dopoguerra: 1938-1947, all'interno di A.V., Storia del marxismo. Volume terzo. Il marxismo nell'età della Terza Internazionale, vol. II - Dalla crisi del '29 al XX Congresso, Einaudi, Torino 1981, p. 701.