02 Dicembre 2020

2.4. L'INTERNAZIONALISMO RIVOLUZIONARIO DEL COMINFORM: GRECIA & ITALIA

A questo punto occorre fare una riflessione: per decenni si è diffuso nel “mondo della sinistra” il mito di uno Stalin nazionalista e imperialista che decide di sedersi ai tavoli diplomatici con Churchill e Roosevelt per spartirsi il mondo, alla faccia dei popoli e dei partiti comunisti costretti a sacrificare i propri furori rivoluzionari per sottostare alla realpolitik sovietica. Questa tesi del “tradimento” è stata suffragata in forme diverse a causa di molteplici fattori e diversi interessi, trovando motivazione primaria, oltre che nei dettagli emersi dalla memorialistica del periodo della grande alleanza antifascista, anche soprattutto dallo scioglimento del Comintern del 1943. Tale tesi è stata poi diffusa per vari motivi su vari fronti: dalle campagne “antistaliniste” borghesi interessate dopo il 1956 a smontare il mito di Stalin tra le masse operaie; dalle stesse organizzazioni comuniste occidentali, interessate a sganciarsi il più possibile dalla figura di Stalin; dagli stessi sovietici, in parte per la stessa “destalinizzazione”, in parte per concentrare meglio l'attenzione, come abbiamo visto sopra nella Storia universale, sulle insidie gratuite dell'imperialismo, dando alle potenze occidentali la responsabilità primaria dello scoppio della guerra fredda.
Questo quadro, tanto perfetto quanto comodo per tutti, è però falso. Lo ha mostrato in maniera inoppugnabile un rigoroso saggio storico di Salvatore Solano, La svolta borghese di Togliatti, di cui è stato trascritto un brano importante da Giovanni Apostolou18 che riteniamo utile diffondere integralmente, corredato di tutte le fonti usate, data la delicatezza del tema19. Qui diffondiamo una parte che permette di fare luce sulle vicende riguardanti le rivoluzioni mancate in Grecia, Italia, Francia, suffragando anche il commento politico assai poco lusinghiero riportato sopra sulla stessa figura di Togliatti e sul continuo internazionalismo rivoluzionario del gruppo dirigente sovietico:
«Secondo Antonio Moscato il COMINFORM nacque per “ri-subordinare il PCI all’URSS staliniana, a cui veniva sacrificata la dinamica della resistenza che voleva eliminare alle radici le cause del fascismo” e, dice ancora Moscato, “basta parlare delle inverosimili fantasie su una presunta velleità rivoluzionaria dell’URSS e quindi del PCI”. L’esame dei documenti smentisce le amenità di Moscato, che sono mere interpolazioni filologicamente destituite di fondamento. Nel settembre del 1947 venne convocato a Szklarska Poreba, in Polonia, un incontro internazionale di Partiti Comunisti con il dichiarato proposito di costituire “l’Ufficio di Informazione dei Partiti Comunisti”, il COMINFORM: erano trascorsi poco più di quattro anni dallo scioglimento dell’Internazionale Comunista, avvenuto nelle particolari condizioni di un conflitto bellico che ne aveva paralizzato l’attività, riducendola ad una forma organizzativa che “sopravviveva a se stessa20. Lo scioglimento dell’IC, posto in essere anche in considerazione “della crescita e della maturità politica dei Partiti Comunisti e dei loro quadri dirigenti nei singoli paesi21, aveva oggettivamente prestato il fianco al risorgere di posizioni che rappresentavano la negazione del patrimonio teorico e delle esperienze di lotta dell’Internazionale Comunista: il browderismo negli Stati Uniti, era la forma più eclatante di revisionismo nel movimento comunista internazionale degli anni ’40 ed aveva prodotto i suoi riflessi in alcuni partiti dell’Europa occidentale ed in particolar modo in quello italiano e francese.
Le posizioni di queste due organizzazioni avevano sollevato perplessità e provocato sconcerto tra i più autorevoli dirigenti del movimento comunista ed avevano reso evidente la necessità della costituzione di nuove forme di collegamento tra Partiti Comunisti con l’obiettivo di sviluppare una strategia comune, rivoluzionaria ed antimperialista. “Non mi sembra casuale [ha scritto Procacci, nda] il fatto che nella lista ufficiale dei partiti che parteciparono alla prima e seconda conferenza ciascuno di essi avesse assunto l’originaria denominazione usata durante gli anni del COMINTERN, che sottolineava la natura del partito come sezione di una organizzazione sovranazionale. Pertanto non si fa riferimento al 'Partito Comunista Italiano' o al 'Partito Comunista Francese' ma piuttosto al 'Partito Comunista d’Italia' o al 'Partito Comunista di Francia'22.
Le riserve verso la linea politica dei partiti francese ed italiano erano emerse prima ancora della conferenze polacca: già nel luglio del 1947 Spano in una riunione del Comitato Centrale, aveva riferito degli “apprezzamenti di alcuni compagni di altri paesi secondo i quali noi 'avremmo potuto prendere il potere, avremmo potuto cacciare via gli americani'23.
Togliatti, consapevole dell’impostazione duramente critica della conferenza verso l’operato del PCI, si guardò bene dal recarsi in Polonia e delegò Longo e Reale. L’asse centrale attorno a cui ruotavano le critiche ai comunisti italiani (e francesi) era sintetizzato nella severa requisitoria di Ždanov nei confronti di Longo: “Voi siete più parlamentari degli stessi parlamentari. […] Se la reazione avanza il CC del partito si ritira. […] Ha il partito un piano d’offensiva? Passerà dalla difensiva all’offensiva? Fino a che punto il partito pensa di difendersi e da qual momento passerà all’offensiva? O con il pretesto di evitare 'avventure' permetterete che il partito venga messo fuorilegge? Fino a quando il partito ha intenzione di retrocedere? Tutte queste questioni non possono non inquietare la classe operaia di tutto il mondo. […] Quando si parla degli errori tattici del Partito Comunista Francese e di quello italiano non si tratta di piccole deficienze, della necessità di piccole correzioni, ma intendiamo accennare alla necessità di un deciso cambiamento della strategia e della tattica, di un radicale cambiamento di rotta rispetto al passato24.
Ždanov metteva in evidenza le contraddizioni che avevano paralizzato il PCI e lo avevano ridotto al rango di un modesto comprimario delle scelte di classe della borghesia italiana. Quando Longo, fidando sulla possibilità di una conoscenza non esaustiva da parte di Ždanov degli eventi italiani, arrivò ad affermare che le forze reazionarie “ci temono”, Ždanov replicò seccamente: “se vi temono, perché avvengono arresti di partigiani, perquisizioni nelle sedi del Partito Comunista e la proibizione dei comizi?”. I confusi balbettii di Longo, che cercava di giustificare l’insensata linea politica adottata dal PCI dalla svolta di Salerno, “non valsero, però, a distogliere l’uditorio dal fatto principale che i comunisti in Italia non avevano conquistato il potere25.
Altri dirigenti comunisti continuarono l’opera di demolizione della linea togliattiana; Farkas, rappresentante dei comunisti ungheresi, mosse senza mezzi termini l’accusa di cretinismo parlamentare nei confronti dei dirigenti del PCI: “il compagno Longo ha parlato di una coalizione con De Gasperi e l’ha giustificata dicendo che senza i democristiani non può essere raggiunta maggioranza in parlamento. Io spero che il compagno Longo non si offenda se dico che questo è cretinismo parlamentare. La maggioranza parlamentare è presentata come qualcosa di sacro, d’inviolabile. Ma è realmente impossibile opporre le masse popolari alla maggioranza parlamentare? Ma è realmente impossibile, con l’aiuto delle masse, formare un governo di minoranza che sciolga il parlamento?26.
Veniva denunciata esplicitamente, da parte dei maggiori dirigenti del COMINFORM, la linea di Togliatti, direttamente chiamato in causa negli interventi più critici: “Si può dire che dopo la guerra, i comunisti di ogni paese capirono il loro ruolo? […] No, crediamo di no. Di più, non è eccessivo affermare che nel movimento comunista internazionale, durante e dopo la guerra, c’era una tendenza che portava ad una certa deviazione dalla teoria rivoluzionaria del marxismo-leninismo e rappresentava, in un certo senso, una tendenza alla revisione del leninismo. Noi tutti conosciamo il fenomeno del browderismo nel Partito Comunista degli USA. Ma il browderismo non è un fenomeno eccezionale o casuale nel movimento operaio, cioè nel movimento comunista internazionale.
Il sistema imperialistico, che si era indebolito in conseguenza della guerra antifascista, ha ripreso la sua maschera democratica e con questa maschera e con frasi socialdemocratiche ha evocato ogni sorta di illusione circa le future forme di sviluppo dell’imperialismo e causato l’emergere di varie tendenze opportunistiche all’interno del movimento comunista internazionale, insieme a tutta una serie di errori e di deviazioni. […] Togliatti ha detto nell’Assemblea Costituente il 27 luglio 1946: 'I partiti sono la democrazia che si organizza. Questi grandi partiti sono la democrazia che si afferma, che conquista posizioni decisive, le quali non saranno perdute mai più. […] Questi grandi partiti non sono soltanto una necessità della vita nazionale e della democrazia, la loro esistenza è una fortuna per il nostro paese. Queste grandi trasformazioni unitarie […] sono una garanzia per l’unità del nostro paese'. Queste posizioni finiscono col creare illusioni […] tra le masse. […] È chiaro per noi che ogni coalizione di partito è un’arma a doppio taglio, una battaglia degli uni contro gli altri. Se i comunisti non riescono a creare, accanto alla coalizione […] altri mezzi di lotta per il potere, nel momento decisivo essi si trovano sostanzialmente isolati. Quando, dopo la guerra, la borghesia era debole, essa entrò nella coalizione, un fronte popolare o qualcosa di simile con i comunisti. Così in quel periodo un blocco con i comunisti su base parlamentare rappresentò per essa una via d’uscita da una situazione difficile. Per quanto, in alcuni paesi, i comunisti non fossero in grado o non sapessero come trarre profitto da questa situazione di difficoltà in cui si trovava la borghesia per conquistare alcune posizioni decisive di commando, una coalizione come quella con i comunisti era vantaggiosa non per i comunisti ma per la borghesia, anche se i comunisti avevano posti nel governo […]”27.
La transizione pacifica al socialismo, secondo i dirigenti dei Partiti Comunisti dell’Est Europeo, era ipotizzabile in quei paesi dove si erano realizzati sistemi di democrazia popolare, ma certamente non era applicabile laddove permaneva il dominio di classe dei capitalisti. “Secondo la nostra visione [affermava Kardelj, nda] i leader di alcuni Partiti Comunisti commisero degli errori lungo il loro percorso che li hanno portati a scivolare verso le posizioni della socialdemocrazia e del nazionalismo borghese o della idolatria della solidità e della forza dell’imperialismo. Non c’è dubbio che questi errori erano contenuti in modo più evidente nella politica dei Partiti Comunisti Francese e Italiano, ma anche di altri partiti. […] Fra i comunisti italiani apparvero, per esempio, delle tendenze che concepivano la debolezza dell’imperialismo come il risultato della guerra e non come un segnale per i Partiti Comunisti per seguire un percorso chiaro finalizzato alla sua distruzione, alla presa del potere da parte delle forze democratiche popolari dirette dal Partito Comunista, ma come una tappa del percorso che avrebbe portato i comunisti al potere per vie legali cioè tramite la transizione pacifica dal capitalismo al socialismo. Togliatti il 1° luglio di quest’anno disse: 'Noi abbiamo previsto fondamentalmente la possibilità di una trasformazione democratica del nostro paese fondamentalmente in modo legale'. Naturalmente sono lontano dal negare la possibilità, in alcune condizioni, di uno sviluppo pacifico verso il socialismo. […] I leader di alcuni paesi di nuova democrazia vedono lo sviluppo dei loro paesi come un cammino di sviluppo pacifico verso il socialismo. Ma una cosa è quando a parlare di sviluppo pacifico verso il socialismo sono i leader di alcuni partiti dell’Est Europa, per esempio Polonia, Bulgaria, ecc. in cui il ruolo guida della classe lavoratrice e dei Partiti Comunisti è già assicurato da solide posizioni di comando conquistate durante la guerra in condizioni a noi ben note e che in ogni caso non hanno niente a che vedere con manovre parlamentari. Quando parla di via polacca al socialismo, il compagno Gomulka sottolinea in particolare questo. Un’altra cosa è quando ne parlano i comunisti di paesi dove la borghesia conserva posizioni chiave di potere e dove parlare di via pacifica può solo creare e rafforzare ogni sorta di illusione parlamentare28.
L’aver confinato la resistenza entro il recinto della democrazia borghese aveva comportato, come naturale conseguenza, l’accettazione passiva degli “aiuti” statunitensi da parte del PCI: Ana Pauker, dirigente del Partito Comunista Rumeno, nel criticare la rassegnata subalternità del PCI nei confronti delle ingerenze statunitensi, ricordava la lotta che conducevano i comunisti greci contro l’imperialismo USA: “Nella sua propaganda il PCF parte dall’idea che la Francia ha bisogno del credito americano. Noi sentiamo dire ciò anche al compagno Longo, sebbene egli parli più fermamente della necessità di difendere la sovranità nazionale. È corretto per i comunisti ammettere la necessità dell’aiuto americano? Il popolo americano dirà: anche i prodi comunisti ammettono di aver bisogno dell’aiuto americano. E dal momento che noi non possiamo farcela senza il credito dell’America, noi dovremo fare a meno della sovranità. […] Né il PCF né il PCI sollevarono la questione se fosse possibile farcela senza il credito americano, se fosse possibile ricostruire il paese contando, in primo luogo, sulle proprie forze. Perché questi partiti hanno dimenticato l’esempio eroico dell’URSS, che ricostruì la sua economia in condizioni di assedio, con un accerchiamento ostile, senza il sostegno di nessuno? Ancora oggi il popolo sostiene l’URSS. Perché non hanno seguito l’esempio della Grecia? La Grecia riceve 'l’aiuto' americano, ma il PC della Grecia lotta contro questo 'aiuto', mobilitando il popolo contro l’imperialismo americano. Vi sono altri paesi che non hanno avuto l’aiuto americano. Essi si sono sforzati al massimo di ricostruire le loro economie senza 'l’aiuto' degli imperialisti29.
Gli interventi dei delegati esprimevano una critica intransigente delle posizioni di Togliatti sulla “questione greca”: “I dirigenti comunisti italiani molto spesso ripetono di non volere che quello che essi chiamano 'la situazione greca' sia creata nel loro paese. Dicono: gli americani e la reazione interna vogliono farci ripercorrere la situazione greca, vogliono trascinarci in un’avventura, farci prendere le armi, ci vogliono far scivolare verso una 'situazione greca'. Ma, dicono questi compagni, essi sbagliano, perché noi non vogliamo una 'situazione greca'. In questo, in realtà sta l’essenza dei loro errori. Essi non capiscono la 'situazione greca' perché nel loro paese, essi stanno lottando principalmente sulla base del parlamentarismo, mentre in Grecia il PC sta lottando, armi in pugno, alla testa delle masse. In realtà, gli americani e i reazionari greci non vogliono la 'situazione greca', essa li ha già enormemente danneggiati e ha minacciato il loro potere e tutte le posizioni tenute dall’imperialismo in Grecia. Conseguentemente la 'situazione greca' è al momento incomparabilmente migliore di quella italiana o francese. Mentre le forze democratiche greche stanno resistendo all’espansione degli imperialisti americani e stanno portando avanti persino un’offensiva contro gli attacchi della reazione, in Francia e in Italia queste forze battono in ritirata e non solo si stanno facendo buttare fuori ('senza tante cerimonie' come dice la borghesia) dal governo ma stanno lasciando trasformare i loro paesi, senza una vera resistenza da parte loro, in vassalli e basi da guerra contro il socialismo e la democrazia. Questo è il motivo per cui non siamo d’accordo affatto con i compagni italiani sul fatto che gli americani e i reazionari in Francia vogliono che sia creata nei loro paesi una 'situazione greca'. Al contrario siamo sicuri non solo che essi non la vogliono ma che una 'situazione greca' in Italia e in Francia, accanto a quella già in atto in Grecia, significherebbe un colpo molto forte all’imperialismo, la sconfitta dell’attuale offensiva imperialista contro le forze progressiste. […] Ma non è solo la questione del giudizio che [i Partiti Comunisti Italiano e Francese] danno alle vicende greche. Il fatto è che da ciò ne consegue che i partiti che vedono la 'situazione greca' in questo modo stanno dando un sostegno insufficiente alla lotta per la libertà in Grecia. Il fatto che alcuni Partiti Comunisti sottovalutino la lotta intrapresa dall’esercito democratico greco, considerino questa lotta come un 'errore', come una lotta che sarà rapidamente sconfitta, mentre, dall’altro lato, sopravvalutano l’importanza delle manovre parlamentari nel loro paese, ha come risultato che questi Partiti Comunisti danno un sostegno assai modesto alla causa del popolo greco. Jugoslavia, Bulgaria, Albania e anche l’Unione Sovietica in tutto questo periodo sono stati fatti oggetto di violenti attacchi da parte degli interventisti imperialisti e delle forze reazionarie greche. Certamente questi paesi hanno piena consapevolezza del loro dovere internazionalista verso il popolo greco. Ma possiamo affermare che […] i Partiti Comunisti di tutti i paesi hanno mobilitato vaste masse per difendere la democrazia in Grecia e l’indipendenza del popolo greco? Abbiamo creato un ostacolo morale-politico sufficientemente solido di fronte all’intervento americano? No, non l’abbiamo fatto, perché, secondo noi, non tutti i Partiti Comunisti hanno compreso quanto è enormemente importante la lotta del popolo greco, perché questi partiti reputano che la vittoria per il popolo greco non sia possibile, perché sopravvalutano la forza del nemico. Il massimo sostegno politico alla Grecia e lo sviluppo delle più vaste azioni di massa in tutto il mondo, contro l’intervento americano e britannico sono fondamentali per gli interessi del movimento comunista e democratico internazionale e per gli interessi di tutte quelle entità nazionali che hanno subito l’aggressione imperialistica degli americani. Questo è il motivo per cui riteniamo che uno dei risultati più importanti di questo incontro debba essere la completa intensificazione dell’aiuto internazionalista alla Grecia allo scopo di prevenire un aperto intervento militare USA in Grecia. Impedire l’intervento americano significa assicurare la vittoria della lotta per la libertà del popolo greco e infliggere un duro colpo all’offensiva reazionaria degli imperialisti americani. La lotta del popolo greco ha già dimostrato che è possibile resistere con successo all’offensiva reazionaria degli imperialisti, che la battaglia può essere vinta. Dalle relazioni dei delegati del PCF e del PCI, e anche da altre informazioni da noi possedute, risulta chiaro che questi partiti hanno avuto finora l’atteggiamento di partiti di governo, come dicono i compagni francesi, o di 'opposizione costruttiva', come dicono i compagni italiani. Questa presunta opposizione nei fatti aiuta le forze governative. Consideriamo, ad esempio, la partecipazione del Partito Comunista Italiano all’incremento della produzione, nelle industrie e nelle campagne, al superamento delle difficoltà economiche. Con questi presupposti è davvero difficile capire come un Partito Comunista posso condurre l’opposizione ad un governo reazionario e capitalista, un governo che, anche con l’aiuto dell’imperialismo americano sta asservendo il popolo francese e quello italiano e sta trasformando questi paesi in vassalli per gli Stati Uniti. Una tale posizione non può essere definita se non come mancanza di una chiara linea politica nel partito, una mancanza di prospettiva. L’intera politica di questi due partiti è stata ridotta a puro parlamentarismo. Ci sembra, se siamo tutti d’accordo con l’analisi della situazione internazionale fatta dal compagno Ždanov, che il PCF e il PCI necessitano di cambiare l’essenza della loro linea politica e non solo di correggere alcuni errori30.
L’autocritica di Longo fu completa: “in discussioni avute con il compagno Reale sulla base dei rapporti e degli interventi uditi qui alla conferenza ci siamo persuasi che non si tratta di piccole correzioni da apportare alla nostra attività ma che la nostra linea politica stessa in alcuni aspetti essenziali deve essere riveduta e corretta. Crediamo che tale sarà anche l’opinione del partito quando avrà udito il rapporto sui lavori della conferenza31.
Longo precisava: “molto ci può essere criticato e rimproverato. Senza dubbio noi ci siamo lasciati paralizzare più del necessario dalla presenza delle truppe americane in Italia […]. Le debolezze saranno eliminate, gli errori corretti in tutti i campi, il partito ne siamo sicuri si sforzerà di realizzare i compiti […] che sono stati indicati con tanta precisione e maestria dal compagno Ždanov32.
Se l’aggressività dell’imperialismo poneva all’ordine del giorno della tattica dei Partiti Comunisti di Italia e Francia la parola d’ordine della lotta per l’indipendenza nazionale contro la presenza dell’imperialismo americano, l’indirizzo strategico del COMINFORM poneva risolutamente l’obiettivo di lottare per l’instaurazione di sistemi di “democrazia popolare33. In un saggio pubblicato sulla rivista del COMINFORM veniva ulteriormente precisata la radicale differenza tra la progettualità rivoluzionaria indicata da Ždanov e le aspirazioni gradualistiche di Togliatti: “È stata espressa l’opinione che ogni governo a cui partecipano i comunisti sia per conseguenza un governo della nuova democrazia popolare. Una simile opinione è falsa e pericolosissima. La nuova democrazia popolare comincia dove la classe operaia alleata con le altre masse lavoratrici detiene le posizioni chiave nel potere dello Stato34».
Sempre dal lavoro di Solano, di seguito il capitolo Il mito negativo: la “situazione greca”35:
«Per lunghi anni la storiografia allineata sulle posizioni di Togliatti si è sforzata di costruire l’immagine di un leader “responsabile”, al punto di evitare quella che lo stesso segretario del PCI definiva una seconda Grecia: ne è venuta fuori un’immagine distorta delle vicende greche del periodo storico che stiamo esaminando, quasi che vi fosse un Partito Comunista ellenico che corresse sul filo di una linea politica avventurista e quindi irresponsabile. Connessa a questa tesi è l’altra che attribuisce a Stalin la responsabilità di aver “sacrificato” le esigenze della rivoluzione in Grecia alla “ragion di Stato” dell’URSS. Si tratta di luoghi comuni che sono divenuti schemi interpretativi della realtà storica. In verità la politica estera sovietica era fonte di gravi preoccupazioni per gli alleati occidentali ed in particolar modo per il premier inglese Churchill che accusava i sovietici per i loro “intrighi” in Jugoslavia e in Grecia; su questo scacchiere si era venuta a creare una divergenza estremamente profonda tra la diplomazia britannica e quella sovietica. La situazione era aggravata ancor di più a causa degli aiuti che, nell’agosto 1944, Stalin aveva inviato all’organizzazione militare comunista greca, nel quadro di un processo di progressiva “bolscevizzazione dei Balcani”36. Il livore anticomunista dello statista britannico era accentuato dalla mancata restaurazione delle monarchie di re Zog in Albania e di re Pietro in Jugoslavia, e dai successi che riscuotevano le formazioni partigiane dirette dai comunisti. In Jugoslavia in particolare, a seguito del viaggio di Tito a Mosca del 21 settembre 1944, venne raggiunto un accordo che aveva fatto infuriare la diplomazia inglese e che prevedeva l’impiego di unità dell’Armata Rossa nelle operazioni militari in Serbia e Vojvodina, fornendo armi per 12 divisioni di fanteria e due divisioni d’aviazione dell’Esercito Popolare di Liberazione.
In questo contesto, di fronte alle pressioni della diplomazia inglese finalizzate alla determinazione delle aree d’influenza dei rispettivi eserciti, Stalin avrebbe accettato, in occasione dell’incontro avvenuto il 9 ottobre 1944 a Mosca, oltre al riconoscimento delle posizioni delle truppe d’Oltremanica in Grecia, l’assegnazione, mai realizzatasi, del 50% dell’influenza in Ungheria e Jugoslavia ai britannici. Questi aspetti ridimensionano fortemente la ricostruzione fornita dal Primo Ministro britannico, fondata più sull’esigenza di riaccreditare la sua azione diplomatica di fronte alla Camera dei Comuni che su accordi storicamente documentabili con la dirigenza sovietica. Occorre tenere presente che il Partito Comunista di Grecia non aveva espresso una linea politica rivoluzionaria almeno per tutto il 1944 assumendo invece posizioni inequivocabilmente orientate in direzione della pacificazione nazionale; l’appello dell’Ufficio Politico del partito al popolo greco del 6 ottobre sintetizzava efficacemente il moderatismo e il legalismo del gruppo dirigente comunista: “Il Partito Comunista di Grecia, che è stato sempre agli avamposti della lotta contro la tirannia fascista, chiama ora tutti i patrioti a dare prova di disciplina e spirito di sacrificio. Assicurare l’ordine pubblico e una vita normale è un imperativo nazionale. I criminali di guerra, chiunque siano, verranno puniti, ma questo compito spetta al governo nazionale. Non fatevi giustizia da soli, astenetevi da qualunque azione che possa gettare un’ombra sull’opera esaltante che abbiamo compiuto insieme. Comunisti, voi siete stati l’anima del movimento nazionale e democratico di liberazione. Siate ora gli artefici dell’ordine pubblico e delle libertà democratiche! Patrioti, tutti uniti per terminare, con l’ELAS e con gli alleati la liberazione della Grecia, sotto l’egida del Governo di Unione Nazionale37.
I dirigenti del PC di Grecia accettarono, con gli accordi di Beirut e di Caserta del maggio e settembre 1944, di sottoporre le formazioni partigiane comuniste dell’ELAS agli ordini del generale britannico Scobie e di provvedere allo scioglimento di queste formazioni al momento della liberazione. Anche accreditando di un qualche fondamento, per mera ipotesi storiografica, la ricostruzione operata da Churchill, si può ben comprendere il motivo per cui Stalin, di fronte ai tentennamenti e alle esitazioni della dirigenza del partito greco non potesse forzare la situazione al punto di “imporre” ai comunisti greci l’apertura di un processo rivoluzionario che gli stessi non ritenevano possibile. In altri casi, laddove esisteva una spinta in senso rivoluzionario, Stalin dimostrava di non tenere in alcuna considerazione le ragioni di politica estera, sostenendo, in forma diretta o indiretta la formazione di democrazie popolari in Jugoslavia, Albania, Polonia ed Ungheria, nonostante le resistenze degli inglesi. I dirigenti del PC di Grecia, che avevano accettato di far parte del “governo nazionale” di Papandreu con sei ministri, si scontrarono con atteggiamenti provocatori e gravemente vessatori degli inglesi; quando il generale Scobie proclamò lo scioglimento dell’ELAS, senza che il governo greco si pronunciasse in merito, il popolo ateniese si rivoltò contro il diktat britannico.
Tuttavia l’impreparazione e la mancanza di collegamenti adeguati impedì il diffondersi in tutto il paese delle manifestazioni contro i neo-occupanti anglosassoni; di fronte alla sconfitta militare, malgrado gli eroici combattimenti per le vie di Atene che impegnarono le truppe inglesi per ben 33 giorni, i dirigenti del PC compirono l’ennesimo tragico errore che avrebbe condizionato pesantemente gli eventi futuri in Grecia: la firma dell’accordo di Varkisa, con il quale l’ELAS accettava di deporre le armi e disciogliersi, senza ottenere in cambio nemmeno l’amnistia. Stalin criticò decisamente l’ennesimo cedimento della dirigenza greca: “Tale giudizio [critico, nda] è stato rivelato da Partsalidis, al VII plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista di Grecia (maggio 1950). In un incontro della direzione greca con i dirigenti del PCUS, Stalin evocò l’accordo di Varkisa, dicendo: 'è stato un errore. Non dovevate consegnare le armi'. Quando il compagno Zachariadis osservò che non avevamo infatti consegnato tutte le armi e io aggiunsi che ci battemmo ad Atene e che eravamo stati consigliati dal compagno Dimitrov di arrivare ad un accordo per risparmiare le nostre forze” (dice Partsalidis) “il compagno Stalin ribatté: 'dovevate battervi fuori di Atene. Il compagno Dimitrov non è il Comitato Centrale del vostro partito'38. La linea politica compromissoria dei dirigenti del PC di Grecia cedeva rapidamente il posto alla linea rivoluzionaria ispirata da Zachariadis; pochi giorni dopo il suo rientro dal campo di concentramento di Dachau, dove era stato rinchiuso durante tutta la guerra: “Questa imminente rivoluzione [affermava Zacharidis al XII plenum del giugno 1945, nda] di cui la resistenza ha già compiuto la prima tappa, sarà di natura socialista e risolverà simultaneamente i problemi della democrazia borghese che persistono ancora a causa dello straniero39.
In un comizio a Salonicco, il 24 agosto, davanti a 150.000 comunisti, Zacharidis enunciava a chiare lettere la rinuncia ad ogni atteggiamento passivo da parte del partito: “Se la situazione non si orienta rapidamente e radicalmente verso una normalizzazione democratica risponderemo al monarco-fascismo nelle città, sulle montagne e nei villaggi con gli stessi mezzi. […] E se l’interesse supremo del popolo lo esige, il glorioso inno dell’ELAS risuonerà di nuovo nelle vallate e sulle cime40.
Alla fine del 1945, in occasione del VII congresso del partito, Zachariadis criticò aspramente “la tendenza di certi compagni ad affrontare l’avvenire sotto una sola angolazione, quando parlano di transizione pacifica. Dobbiamo insistere [affermava il dirigente comunista, nda] sul fatto che esiste una possibilità di transizione pacifica, non una certezza […] una possibilità che si va riducendo sempre più ogni giorno che passa”; i lavori congressuali terminarono con la individuazione dell’obiettivo strategico della costruzione di una “democrazia popolare” in Grecia. In occasione del congresso le delegazioni jugoslava e bulgara confermarono il loro sostegno alla lotta armata in Grecia, mentre a Bulkes, in Jugoslavia venne formato lo stato maggiore del futuro Esercito Democratico composto, nella sua fase embrionale, da 3000 partigiani diretti da una figura estremamente prestigiosa che si era distinta nella lotta antifascista, Pehtassidis. Pochi giorni dopo, il 21 agosto 1946, il delegato sovietico al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite denunciava la brutale e sanguinaria repressione compiuta dalle truppe britanniche contro i comunisti greci. I comunisti greci, durante il corso della loro lotta, durata tre anni, dal 1946 al 1949, scrissero pagine di grande eroismo, tra le più importanti nella storia del movimento operaio del XX secolo: numerosi e rilevanti furono i successi ottenuti sul campo che costrinsero gli inglesi ad abbandonare il campo, ben presto sostituiti dagli americani. La minaccia di una vittoria dei partigiani greci allarmava particolarmente Washington. Nel mese di febbraio il Dipartimento di Stato statunitense era stato informato dal Foreign Office “che gli inglesi, nel quadro della loro politica di progressivo disimpegno dal Mediterraneo, ormai da tempo preannunciata, avrebbero sospeso gli aiuti alla Grecia […] entro il mese di marzo41.
Gli esiti della lotta in corso in Grecia, nel momento in cui gli inglesi si sarebbero ritirati, potevano indirizzarsi in una direzione inaccettabile per i disegni imperialisti degli Stati Uniti: su richiesta di Truman il congresso statunitense deliberò in tutta fretta di finanziare con 400 milioni di dollari il regime anticomunista in Grecia. La situazione in Grecia preoccupava notevolmente i massimi esponenti del governo statunitense: in una famosa intervista, nell’aprile 1947, Marshall accusò Stalin di “incancrenire” la situazione in Europa, per facilitare lo scoppio di lotte insurrezionali e l’avvento dei comunisti al potere42. Nonostante i finanziamenti alle forze reazionarie della Grecia, il 6 dicembre 1948 Truman era costretto ad ammettere, davanti al Congresso, il fallimento delle sue speranze di un rapido successo sulle formazioni guidate dal comandante Markos: “Al tempo della vittoria delle forze governative […] si aprivano le più rosee speranze per un rapido evolvere della situazione a favore dei governativi. Tali speranze sfortunatamente non si sono materializzate43.
Nella successiva sconfitta dei partigiani comunisti greci ebbero un peso rilevante alcuni errori compiuti dai comandanti dell’Armata Democratica che, dopo gli straordinari successi delle battaglie del Granmos e del Vitzi del 1948, sostituirono la strategia e la tattica della guerra partigiana con l’impostazione di una guerra regolare. Organizzarono l’armata in unità sempre più pesanti, cominciarono a difendere le posizioni, ad opporre frontalmente le loro unità alle forze governative. Questa politica, dato il rapporto di forze esistenti, comportava una grave sottovalutazione delle forze militari della reazione ed apriva la strada alla sconfitta. Il fattore decisivo della sconfitta fu di ben altra natura, tanto imprevedibile quanto determinante per gli esiti della lotta delle forze democratiche greche: il tradimento di Tito e del gruppo dirigente jugoslavo. Non solo venne improvvisamente meno ogni sostegno jugoslavo alla resistenza greca, ma dal 1948 in poi la frontiera jugoslava, che aveva costituito fino ad allora una sicura retrovia per i partigiani greci, divenne terra ostile. Veniva improvvisamente tagliata nel mezzo la strada di collegamento con le retrovie, venivano impediti i rifornimenti, i servizi sanitari, i corsi di addestramento; 4000 combattenti dell’Armata Democratica furono bloccati nella Macedonia jugoslava e altri 5000 uomini restarono isolati in aree senza accesso, con una perdita totale di circa un terzo delle forze partigiane complessive44
Di seguito la ripresa del capitolo Il Kominform45:
«A conclusione dei lavori della conferenza del COMINFORM venne inviato da Ždanov e Malenkov un telegramma a Stalin che riassumeva così le conclusioni della conferenza: “Gli interventi hanno espresso piena adesione con la linea politica contenuta nel rapporto. […] Tutti i delegati hanno dedicato ampia parte dei loro interventi all’esame dettagliato e critico degli errori dei Partiti Comunisti Francese ed Italiano. La critica, che ha assunto un carattere approfondito e intransigente, rifletteva anche l’auspicio di tutti i compagni che i comunisti italiani e francesi potessero correggere i loro errori nel più breve tempo possibile. L’analisi di questi errori è stata condotta su un livello estremamente articolato e penetrante. A conclusione della relazione e del dibattito, dalla conferenza è emersa una posizione di condanna politica delle posizioni assunte dai partiti italiano e francese e una pressante richiesta alle due delegazioni per un cambiamento di linea politica46.
Di fronte alle assicurazioni di un cambiamento di rotta da parte di Longo, un editoriale apparso sulla rivista del COMINFORM affermava che i dirigenti del PCI “hanno onestamente riconosciuto i loro errori dopo la Conferenza d’Informazione dei Partiti Comunisti che ha avuto luogo alla fine del settembre 1947 in Polonia, e hanno accettato da marxisti la severa critica dei loro errori47.
Gli esiti della prima conferenza del COMINFORM sembravano segnare una svolta, risoluta e irrinunciabile, nella strategia dei comunisti italiani; non era certo casuale che, proprio in quei giorni, il Dipartimento di Stato, allarmato dalle notizie che provenivano dalla conferenza del COMINFORM, ritenendo probabile un’azione militare coordinata tra comunisti Jugoslavi e italiani, varò in tutta fretta un memorandum nel tentativo di contrastare un’insurrezione comunista nell’Italia settentrionale48
Aggiungiamo alcuni dati sulla questione della Grecia, qui ripetutamente citata. Lo facciamo perché essa «fu il primo degli Stati liberati ad essere apertamente e violentemente costretto ad accettare il sistema politico della grande potenza occupante. Fu Churchill ad agire per primo», come spiega il professor D. F. Fleming49 nella sua prestigiosa storia della guerra fredda. Aiutiamoci con William Blum50 nella ricostruzione degli eventi:
«l'EAM arrivò a contare uno o due milioni di iscritti su una popolazione greca composta da sette milioni di persone. […] Nei primi giorni del conflitto, quando a sconfiggere i nazisti era l'obiettivo principale degli alleati, Churchill aveva definito l'ELAS “una valorosa formazione di guerriglieri”, e i sostenitori dell'ELAS, all'inizio del novembre 1944, avevano accolto gli inglesi con un cartello che diceva: “Diamo il benvenuto al coraggioso Esercito britannico. […] EAM”. Ma il mese successivo, si verificarono numerosi scontri armati tra l'ELAS e le forze britanniche sostenute dai nuovi alleati greci, molti dei quali avevano combattuto contro l'ELAS durante la guerra e, nel frattempo, avevano anche collaborato con i tedeschi; altri avevano semplicemente combattuto agli ordini dei tedeschi. […] A metà del gennaio 1945 l'ELAS siglò un armistizio, un accordo che aveva tutte le sembianze e gli effetti pratici di una resa. […] Ne seguì il succedersi di una lunga serie di governi greci andati al potere per gentile concessione degli inglesi e degli americani, governi assolutamente corrotti nella migliore tradizione della Grecia moderna, che continuarono a terrorizzare gli esponenti della sinistra […]. Alla fine del 1946 accadde l'inevitabile: i guerriglieri di sinistra si rifugiarono sulle colline per lanciare la fase due della guerra civile. […] Gli inglesi, gravati dalle loro stesse spese di ricostruzione per il dopoguerra, nel febbraio 1947 informarono gli Stati Uniti che non erano più in grado di sostenere da soli il mantenimento in Grecia di un contingente armato di grandi dimensioni, né di fornire un significativo aiuto militare ed economico al paese. E fu così che il compito di preservare tutto ciò che di giusto e di buono esisteva nella civiltà occidentale passò nelle mani degli Stati Uniti. […] I vicini Stati comunisti (Bulgaria, Albania e soprattutto Jugoslavia) […] aiutarono effettivamente gli insorti dando loro un rifugio nei propri confini e rifornendoli con attrezzature militari. […] Le prime spedizioni di aiuti militari nell'ambito della nuova operazione americana arrivarono nell'estate del 1947. (Inoltre gli Stati Uniti avevano spedito quantità significative di aiuti al governo greco già nel periodo in cui la situazione veniva gestita dai britannici). Alla fine dell'anno, le forze armate greche venivano tenute in piedi esclusivamente grazie agli aiuti americani che le rifornivano di tutto, comprese le uniformi e i viveri. Il potenziale bellico della nazione venne rafforzato […] per una cifra totale che, a partire dalla fine della guerra, aveva raggiunto il miliardo di dollari e altri milioni necessari a creare una “riserva segreta dell'esercito”, composta principalmente dagli ex membri dei Battaglioni di Sicurezza nazisti […]. Alla fine, nel paese furono inviati più di 250 ufficiali americani […]; altri 200 uomini dell'Aviazione e della Marina degli Stati Uniti vennero schierati in Grecia in servizio attivo. […] si realizzarono programmi di addestramento per le tattiche di guerra in montagna, anche con l'appoggio di circa 4000 muli inviati in Grecia dagli Stati Uniti... su insistenza americana, interi segmenti della popolazione furono sradicati dai loro territori natali per minare la base operativa naturale dei guerriglieri e ridurre le loro fonti di reclutamento, proprio come sarebbe successo nel Vietnam vent'anni dopo. […] I combattenti della sinistra greca resistettero per tre terribili anni. Nonostante le perdite, che ammontavano a molte decine di migliaia di unità, riuscivano sempre a ricostituire le loro forze, e perfino a incrementarne il numero. Ma nell'ottobre 1949, senza nessun'altra prospettiva che non fosse un'ulteriore perdita di vite umane, e di fronte a una macchina da guerra troppo superiore a loro, i guerriglieri annunciarono via radio il “cessate il fuoco”. Era la fine della guerra civile».
Nell'ottobre del 1949 più di 20 mila comunisti greci, sconfitti, si rifugiano con le famiglie in URSS, dove sono accolti e sistemati in Uzbekistan.51 Nel frattempo la Grecia viene trasformata in un «alleato-cliente degli Stati Uniti completamente affidabile. Era ferocemente anticomunista e ben integrata nel sistema della NATO. Inviò truppe in Corea per convalidare la pretesa americana che quella non fosse semplicemente una guerra degli Stati Uniti». Papandreu ricorda come «nei primi anni Cinquanta esercitarono un controllo quasi dittatoriale imponendo che la firma del capo della missione economica americana comparisse, su tutti i documenti di una certa importanza, accanto a quella del ministro per il Coordinamento Economico greco». Il controllo è tale che per favorire la repressione e le migliaia di arresti dei rivoltosi, la nuova agenzia per la sicurezza interna prende ironicamente lo stesso nome della neonata CIA, chiamandosi nella traduzione greca KYP.52
18. S. Solano, La svolta borghese di Togliatti. Il PCI da Salerno alle elezioni politiche del '48, Pgreco, Milano 2016 [1° edizione originale Il piano inclinato, S. Moscato, 2003], cap. Il Kominform, pp. 131-138. Disponibile come G. Apostolou (trascrizione a cura di), Il Kominform: l’occasione rivoluzionaria mancata, Mixzone.myblog.it, 4 aprile 2012; il saggio è stato pubblicato su diversi siti e blog..
19. Ciò viene fatto per facilitare un eventuale lavoro di verifica del metodo scientifico dell'autore. Non essendo però state consultate direttamente dal sottoscritto le note bibliografiche successive riguardanti il testo non verranno inserite nella bibliografia finale. Nel riportare tali note esse sono state uniformate il più possibile al modello grafico fin qui utilizzato.
20. Cfr. la risoluzione del Presidium del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista del 15 Maggio 1943, in J. Degras (a cura di), Storia dell’Internazionale Comunista attraverso i documenti ufficiali, tomo terzo 1929/1943, Feltrinelli, Milano 1975, p. 519.
21. Ibidem.
22. G. Procacci, Foreword, in G. Procacci (a cura di), The COMINFORM. Minutes of three conference 1947/1948/1949, Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, XXX (1994), Feltrinelli, Milano 1994, pp. XIV-XV.
23. Verbali del Comitato Centrale, 1-4 luglio 1947, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano, p. 61.
24. Questa citazione di Zdanov e quelle immediatamente successive sono tratte dall’intervento pubblicato in
G. Procacci (a cura di), cit., pp. 253-350.
25. Cfr. E. Reale, Nascita del COMINFORM, Mondadori, Milano, 1958, p. 33. Reale rappresentava il PCI, insieme con Longo, alla conferenza di Szklarska Poreba.
26. Cfr. G. Procacci (a cura di), cit., p. 309.
27. Cfr. l’intervento di Kardelj, in Ibidem, p. 293 e sgg.
28. Ibidem.
29. L’intervento di Ana Pauker è contenuto in Ibidem, pp. 265-267.
30. Cfr. l’intervento di Kardelj, in Ibidem, pp. 301-305. Posizioni analoghe furono espresse negli interventi del delegato bulgaro Potmotov e del delegato polacco Gomulka (in Ibidem, pp. 327 e 335).
31. S. Galante, L’autonomia possibile. Il PCI del dopoguerra tra politica estera e politica interna, Ponte Alle Grazie, Firenze 1991, p. 125.
32. Di fronte alla profonda autocritica operata da Longo è sconcertante leggere il giudizio di Aldo Agosti, che presenta la posizione di Longo stravolgendola e convertendola nel suo opposto: «L’autodifesa di Longo» [azzarda Agosti, nda] «è ferma e puntigliosa per il passato: non solo, ma si estende anche alle prospettive future dell’azione del partito, anche a costo di polemizzare con alcuni giudizi di Zdanov» (cfr. A. Agosti, PCI e stalinismo: il COMINFORM e il “caso Terracini” (1947), in A. Natoli – S. Pons (a cura di), L’età dello stalinismo, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 462.
33. Si veda al riguardo A. 'danov, Politica e ideologia, Edizioni Rinascita, Roma 1950, p. 54.
34. Cfr. Pour une paix durable, pour une dèmocratie populaire!, n° 1, 10 novembre 1947.
35. S. Solano, La svolta borghese di Togliatti, cit., pp. 170-175.
36. Cfr. W. Churchill, La seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano, 1965, vol. VI, pp. 98-99.
37. Cfr. Rizospastis del 6/10/1944.
38. Dai verbali del VII plenum del CC del PC di Grecia (Maggio 1959), p. 26 in A. Solaro, Storia del Partito Comunista Greco, Teti Editore, Milano, 1973, pp. 125-126.
39. Cfr. verbali del XII plenum. Si veda anche N. Zachariadis, in Opere scelte, 1953, pp. 163 e sgg., cit. in A. Solaro, Op. cit., pp. 129-130.
40. Cfr. Rizospastis del 25 agosto 1945.
41. Cfr. A. G. Ricci (a cura di), Verbali del Consiglio dei Ministri, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 1997, vol. VIII, p. XLIII.
42. Cfr. Ibidem, vol. VIII, p. LX.
43. Cfr. Truman ammette la sconfitta in Grecia, in L’Unità, 7 dicembre 1948, p. 4. Anche Togliatti, rivolgendosi ai membri del CC, riconosceva che gli esiti della lotta in corso in Grecia non erano certo segnati in senso negativo per le forze democratiche: «voi vedete» [affermava il segretario del PCI, nda] «la impossibilità di stabilire un qualsiasi regime in Grecia quantunque ivi siano impegnate forze importantissime dell’imperialismo americano» (cfr. Verbali del Comitato Centrale, 4-6 maggio 1948, p. 259, in Istituto Gramsci di Roma, Archivio del Partito Comunista Italiano).
44. Il 2 luglio, Radio Grecia Libera assumeva una posizione di dura critica verso Tito, affermando che l’atteggiamento nei confronti dell’Ufficio di Informazione: «Mira a rompere l’equilibrio balcanico e a far scatenare condannabili iniziative o false interpretazioni. Il governo libero democratico greco col suo capo Markos, approvano incondizionatamente la risoluzione degli otto Partiti Comunisti» (il testo del messaggio radiofonico è stato pubblicato in Propaganda, numero straordinario del 15 luglio 1948, p. 16).
45. S. Solano, La svolta borghese di Togliatti, cit., pp. 138-139.
46. Il telegramma a Stalin, datato 26 settembre è contenuto in G. Procacci (a cura di), cit., pp. 448-449.
47. Cfr. L’autocritica, arma possente dei Partiti Comunisti e operai, pubblicato in L’Unità, 23/6/1948, p. 3.
48. Cfr. A. G. Ricci (a cura di), Introduzione a, Op. cit., vol. IX, 1, p. XXXVI.
49. Citato in W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, cit., p. 50.
50. Ivi, pp. 48-53.
51. A. Graziosi, L'URSS dal trionfo al degrado, cit., p. 102.
52. W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, cit., pp. 54-55.