31 Luglio 2021

2.05. L'INTERVENTO ANTI-SOVIETICO E GLI ARRESTI IN USA

«Prima che il 1918 fosse giunto al termine, espressioni come “pericolo rosso”, “attacco dei bolscevichi alla civiltà” e “la minaccia alla sicurezza mondiale rappresentata dai rossi” erano ormai frequentissime sulle pagine del New York Times. […] Alla fine del 1919, quando la sconfitta degli Alleati e dell'Armata Bianca sembrava ormai sicura, il New York Times sottopose ai suoi lettori titoli e racconti di questo tipo:
30 dicembre 1919: “I Rossi vogliono dichiarare guerra all'America”.
8 gennaio 1920: “Ambienti del governo giudicano molto grave la minaccia bolscevica contro il Medio Oriente”.
11 gennaio 1920: “Leader politici e diplomatici alleati [prevedono] una possibile invasione dell'Europa”.
13 gennaio 1920: “Circoli diplomatici alleati temono un'invasione della Persia”.
16 gennaio 1920, titolo di prima pagina a otto colonne: “L'Inghilterra teme guerra con i Rossi, convocato un Consiglio a Parigi”. E ancora: “Diplomatici ben informati” si aspettano un'invasione militare dell'Europa e un'avanzata sovietica nell'Asia orientale e meridionale. Il mattino seguente, tuttavia, si leggeva: “Nessuna guerra con la Russia, gli Alleati aprono trattative”.
7 febbraio 1920: “I Rossi organizzano un esercito per attaccare l'India”.
11 febbraio 1920: “Si teme che i bolscevichi invadano ora il territorio giapponese”». (William Blum)11
Riprendiamo con Bertozzi12:
«A partire dal 1918, e fino a gran parte del 1922, le truppe dell’Intesa danno il via all’attacco contro la neonata Repubblica dei Soviet con lo scopo di aiutare le forze controrivoluzionarie. Accanto a quelle francesi, inglesi e giapponesi agiscono anche le truppe statunitensi (18.000 in totale) che in estate sbarcano a Murmansk (Russia settentrionale) e a Vladivostok (Estremo Oriente), con la motivazione ufficiale della protezione delle basi delle armate antisovietiche. Notevoli sono gli aiuti che giungono alle forze “bianche”: denaro, armi, munizioni e attrezzature varie. Nelle zone controllate dall’Intesa si segnalano depredazioni di merci preziose, requisite come compensazione per le spese di occupazioni, ed episodi di violenza e dura repressione. Si calcola che nei soli territori del nord russo le merci sottratte abbiano raggiunto il valore di un miliardo di rubli-oro. E il comportamento delle forze USA non si discosta da quello degli alleati, come testimonia il generale Graves: “le crudeltà erano tali che esse indubbiamente saranno ricordate e verranno raccontate tra il popolo russo anche a cinquant’anni di distanza dal loro compimento. Gli Stati Uniti d’America si sono attirati l’odio del 90% della popolazione in Siberia”. Negli USA, poco prima della fine del conflitto mondiale e sull’onda della rivoluzione bolscevica, il Congresso aveva approvato una legge che prevedeva la deportazione e l’espulsione degli stranieri che assumevano posizioni ostili al governo e alla proprietà privata. La paura, presunta o effettiva che fosse, è quella del contagio interno. Così nel dicembre del 1919 sono arrestati 249 stranieri di origine russa per essere imbarcati ed espulsi verso la Russia sovietica. Un mese dopo sono circa quattromila le persone che vengono arrestate su tutto il territorio americano, imprigionate a lungo e, infine, deportate. Un giudice federale spiega così le reali motivazioni di questo agire: le pene “furono applicate per dare una visibilità spettacolare all’operazione e per fare pensare che realmente esisteva un pericolo grave e imminente”, e gli stranieri arrestati erano il più delle volte “dei lavoratori perfettamente calmi e inoffensivi”».
11. W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, cit., pp. 9-10.
12. D. Bertozzi, Il PC a stelle e strisce, cit.