01 Marzo 2021

2.06. CONFLITTUALITÀ OPERAIA

«che i sovietici mangiassero i propri bambini veniva insegnato dalla John Birch Society alla folla dei suoi ascoltatori almeno ancora durante tutto il 1978». (William Blum)13
Bertozzi:
«L’immediato dopoguerra negli USA è caratterizzato da una forte ripresa del movimento rivendicativo operaio. Alla base ci sono il peggioramento delle condizioni di vita, l’aumento della disoccupazione in seguito alla smobilitazione dell’esercito e l’attacco degli imprenditori ai diritti conquistati nell’industria durante lo sforzo bellico (controllo dei prezzi, riconoscimento dei sindacati, giornata lavorativa di otto ore, ecc.). Nel 1919 si contano circa 3600 scioperi con la partecipazione di più di 4 milioni di lavoratori che richiedono, saltando spesso le moderate dirigenze sindacali, la giornata lavorativa di otto ore, aumenti salariali in linea con il forte aumento del costo della vita, il riconoscimento dei sindacati e la contrattazione collettiva. Nel febbraio Seattle è teatro di uno sciopero generale con un Comitato operaio che assume il governo della città e con guardie operaie impegnate a mantenere l’ordine. Per farlo rientrare serve la sconfessione dei capi sindacali, che ne denunciano l’illegalità, e l’intervento delle truppe su richiesta del sindaco. Nel luglio successivo da Chicago, Boston, Filadelfia e Denver parte lo sciopero dei lavoratori delle ferrovie che via via si trasforma in generale. Le richieste presentate dai lavoratori, contenute nel “Piano Plumb”, prevedono la nazionalizzazione delle ferrovie e la presenza nella loro direzione di rappresentanti dei sindacati. Ma quello più imponente, anche per le conseguenze provocate, è lo sciopero degli operai dell’industria dell’acciaio diretti da William Foster che, a partire dal settembre, coinvolge 365.000 lavoratori. Governo federale e trust dell’acciaio rispondono duramente dichiarando lo stato di emergenza in Pennsylvania e nell’Indiana, concentrando reparti di polizia e organizzando squadre speciali formate da veterani di guerra e da 25.000 uomini arruolati dagli industriali. A novembre incrociano le braccia anche mezzo milione di minatori. Il presidente Wilson dichiara illegale lo sciopero e il ministro della giustizia Palmer minaccia di mettere in campo dure misure repressive. I minatori non hanno alternativa alla resa, mentre la resistenza dei lavoratori dell’acciaio continua fino al gennaio del 1920, spezzata solo da migliaia di arresti. A resistere sono stati, soprattutto, operai immigrati di ben 36 nazionalità e non qualificati, i più disponibili alla lotta e i meno “condizionati” dalla politica collaborativa delle élites sindacali e operaie. Di fronte alla ripresa della conflittualità operaia il presidente Wilson convoca una conferenza industriale per proporre ai capi moderati della American Federation of Labour, la più grande organizzazione sindacale, e ai rappresentanti dell’impresa un accordo di collaborazione fra capitale e lavoro sulla base della costituzione nelle industrie di uffici misti di delegati sindacali e degli imprenditori. L’iniziativa non viene accolta dagli industriali che mirano alla totale liquidazione dei sindacati. Sulla scia della lotta contro il comunismo e il pericolo rosso nello stato di New York viene istituita una Commissione di inchiesta sul bolscevismo che, sotto la presidenza del senatore Lask, scatena una violenta campagna antisovietica, mentre il Congresso stanzia ben 3 milioni di dollari per estirpare il radicalismo. La lotta al movimento operaio è condotta anche da organizzazioni paramilitari, formate da veterani di guerra, come la “Legione americana”. Nell’aprile del 1920 il Parlamento dello Stato di New York espelle cinque dei suoi membri perché socialisti. Un atto talmente antidemocratico da scatenare l’indignazione dell’ex presidente della Corte Suprema Charles E. Hughes: “Questo non è, secondo il mio giudizio, un governare all’americana. Considero un errore gravissimo procedere non contro individui imputati di aver violato la legge, ma contro gruppi di nostri concittadini, che abbiano unito le proprie forze in una determinata azione politica, negando loro l’unica risorsa di un governo pacifico: cioè l’azione mediante l’espressione del voto e mediante rappresentanti debitamente eletti in organi legislativi”. La protesta, per quanto autorevole, non impedisce che anche altrove vengano prese misure simili».14
13. W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, cit., p. 10.
14. D. Bertozzi, Il PC a stelle e strisce, cit.