18 Ottobre 2021

3.04. LA “VIA ITALIANA AL SOCIALISMO”

«Essi [i togliattiani] ripudiano le leggi universali della rivoluzione proletaria o, in altre parole, il significato universale della strada della rivoluzione d’Ottobre e descrivono la “via italiana” che è l’abbandono della rivoluzione, come una “linea comune per l’intero movimento comunista internazionale”». (Mao Tse-tung, Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi, 31 dicembre 1962)180
In cosa consiste la via italiana al socialismo lanciata da Togliatti? È il tentativo di adattare il leninismo integrandolo ad una maggiore attenzione ai temi della democrazia e dei diritti civili, per un contesto ritenuto più adatto alla realtà di un paese occidentale. L'elaborazione non nasce dal nulla ma è l'esito di un lungo percorso, come spiega Alexander Höbel181:
«In un colloquio col comunista tedesco Ernst Fischer, svoltosi a Mosca nella primavera del 1937, in una delle fasi più acute dei processi staliniani, Togliatti – riconoscendo che ci si trovava dinanzi a “un oscuramento transitorio di tutto ciò cui tendiamo”, effetto di “una serie di circostanze concomitanti” – ne ricavava l’esigenza di trarne lezioni per il futuro. “Se noi ritorneremo nei nostri paesi – diceva a Fischer – ci deve essere chiaro fin dal principio: lotta per il socialismo è lotta per una maggiore democrazia” […]. Non si sarebbe trattato, quindi, di riprodurre meccanicamente dinamiche e percorsi che peraltro erano frutto di particolari condizioni storiche, ma di seguire una via diversa, che avesse al centro il legame fra trasformazione socialista e allargamento della democrazia. Tale acquisizione era peraltro già stata sviluppata da Togliatti negli anni precedenti.
Già nel 1927-28, portando avanti la sua riflessione sulle “basi sociali del fascismo” e sulla strategia da adottare contro il regime, Ercoli aveva individuato una “doppia prospettiva”: quella della “rivoluzione antifascista” come “rivoluzione democratica popolare”, e quella della lotta che i comunisti avrebbero dovuto condurre per portare il processo alle sue estreme conseguenze, ossia fino a una rivoluzione proletaria con finalità socialiste. In questo senso, affermava, “la lotta per le rivendicazioni democratiche è, nella situazione italiana, parte integrante della lotta di classe del proletariato” […]. La sua concezione si saldava in questo con quella di Gramsci e con la parola d’ordine dell’Assemblea costituente che il leader del Partito comunista d’Italia, ormai nelle carceri fasciste, aveva posto fin dal 1924 come obiettivo dell’agitazione antifascista del Partito. Già dal 1925, dunque, il Pcd’I aveva lanciato la prospettiva di “una assemblea repubblicana che sorga sulla base dei Comitati operai e contadini e organizzi tutte le forze popolari antifasciste e antimonarchiche”, ponendo accanto ad essa altri due obiettivi: il “controllo operaio sull’industria” e “la terra ai contadini”. Si trattava dunque di un programma rivoluzionario e al tempo stesso democratico, di una piattaforma sulla cui base ci si rivolgeva alle altre forze antifasciste, cercando anche di saldare l’alleanza tra operai del Nord e contadini meridionali […]. Su questo si era poi sviluppata una lunga diatriba coi giovani Longo e Secchia, che invece ritenevano più adeguata alla fase la parola d’ordine del “governo operaio e contadino”, con cui si ponesse esplicitamente la questione del potere nelle mani delle classi lavoratrici. Alla fine, la prospettiva dell’Assemblea repubblicana era stata accantonata, e tuttavia l’ispirazione che ne era alla base tornò a riproporsi negli anni Trenta. Di fronte all’affermarsi del nazismo in Germania – in parallelo con Dimitrov, che agiva per rivedere il giudizio sulla socialdemocrazia e l’atteggiamento verso quest’ultima del movimento comunista –, Togliatti tornava a riflettere sull’importanza degli “obiettivi transitori”, delle tappe intermedie nel cammino di avvicinamento al socialismo, e in questo quadro a porre la centralità della battaglia per la democrazia, intesa come “lotta per la difesa dei diritti democratici nei paesi dove la dittatura fascista non c’è ancora”, ma anche come “lotta per i diritti democratici in regime fascista”; da cui tutta la sua elaborazione riguardante la lotta da condursi anche nelle organizzazioni di massa del regime. Di fronte all’avanzata delle forze reazionarie, affermava Ercoli, occorre ricostruire l’unità d’azione del movimento operaio a partire dalla base, attraverso i “comitati di fronte unico”, e avendo l’obiettivo di “attirare nell’azione e […] organizzare masse sempre più numerose”, fare propria anche la “difesa delle libertà democratiche borghesi”. La distruzione di queste ultime, osservava, non può lasciare “indifferente” il movimento operaio; né essa è fine a se stessa: anzi, “la difesa di queste libertà diventa il terreno storicamente e politicamente indispensabile per il raggruppamento e per l’organizzazione delle forze di massa che noi dobbiamo portare alla conquista del potere” […]. È un’elaborazione il cui sviluppo è stato ampiamente documentato da Ernesto Ragionieri e poi da Aldo Agosti nella sua biografia di Togliatti. Per Ercoli, nel momento in cui il movimento operaio ne fa il perno della sua azione, la “lotta per la difesa delle istituzioni democratiche si amplia e diventa lotta per il potere” […]. Quello della democrazia, delle libertà politiche, diventa dunque un terreno fondamentale per l’azione dei lavoratori, non solo in chiave difensiva ma anche come via attraverso la quale creare le condizioni migliori per la loro ascesa al potere. In questo senso, il nesso tra democrazia e socialismo è strettissimo, non solo nelle finalità ma anche nel percorso, nella strategia complessiva di cui il movimento operaio deve dotarsi se vuole porsi all’altezza delle sfide che la crisi capitalistica sfociata nel nazifascismo gli pone. È questo il senso della svolta del VII Congresso del Comintern (1935), che inaugura quella politica dei fronti popolari antifascisti, di cui lo stesso Togliatti è assieme a Dimitrov il massimo ispiratore. E uno dei primi terreni di applicazione della svolta è senza dubbio la Spagna. Ercoli è convinto che la lotta antifascista debba procedere di pari passo con la lotta di classe, che gli obiettivi democratici debbano legarsi strettamente con gli obiettivi socialisti; e in questo senso, ancora una volta in sintonia con Dimitrov, comincia a parlare di “democrazia di tipo nuovo”. Nel celebre articolo Sulle particolarità della rivoluzione spagnola, dell’ottobre ’36, Togliatti osserva: quella in corso in Spagna “è una rivoluzione che possiede la più larga base sociale” – operai, salariati agricoli, contadini, vasti settori della piccola borghesia e della stessa borghesia, nazionalità oppresse come i baschi e i catalani –; è dunque “una rivoluzione popolare […] una rivoluzione nazionale […] una rivoluzione antifascista”. “Il fascismo ha ottenuto, come risultato della sua offensiva, che la piccola borghesia si è decisamente schierata con il proletariato […]. Ma i compiti della rivoluzione democratico-borghese […] il popolo spagnolo li risolve oggi in modo nuovo” […]. Il “fronte popolare antifascista” tende infatti a costruire una “repubblica democratica” che “non rassomiglia a una repubblica democratica borghese del tipo comune. Essa si crea nel fuoco di una guerra civile nella quale la parte dirigente spetta alla classe operaia […]. Il tratto caratteristico di questa nuova repubblica democratica consiste nel fatto che […] il fascismo […] viene schiacciato dal popolo con le armi alla mano: di conseguenza non rimane più posto, in questa repubblica, per questo nemico del popolo. […] In secondo luogo […] viene distrutta la base materiale del fascismo. Già ora, tutte le terre e le imprese di coloro che appoggiano la rivolta dei fascisti sono state confiscate e messe a disposizione del popolo […] e quanto più i ribelli si ostineranno a guerreggiare contro il governo regolare, tanto più questo dovrà progredire sulla via del disciplinamento di tutta la vita economica […]. In terzo luogo, questa democrazia di tipo nuovo non potrà […] non essere nemica di ogni forma di spirito conservatore. Essa possiede tutte le condizioni che le consentono di svilupparsi ulteriormente” […]. È un po’ la prova generale di quanto accadrà in Italia nel 1943-45. Se le classi dominanti reagiscono col fascismo al progresso democratico, allora è il movimento operaio a prendere nelle sue mani la bandiera della democrazia, non però per restaurarne le vecchie forme, né per proporre meccanicamente la democrazia dei soviet, ma per costruire, nelle condizioni dei paesi in cui questo processo si sviluppa, una “democrazia di tipo nuovo”. Ma quali sono gli elementi che la caratterizzano?
Innanzitutto un mutamento nei rapporti di proprietà e dunque nel rapporto di forza tra le classi e nel nuovo ruolo attribuito allo Stato – uno Stato in cui le forze popolari sono ben rappresentate, anzi egemoni – nell’organizzazione dell’economia; un elemento, questo, che si ritroverà nel contributo di Togliatti e del PCI alla stesura della nostra Costituzione. In secondo luogo una partecipazione di massa alla vita democratica; la costruzione di luoghi e momenti di “potere popolare” alla base stessa della società e dello Stato.
Infine c’è l’elemento dinamico, dialettico, di questo modello. Come Togliatti dirà ad Aladino Bibolotti, la “democrazia di tipo nuovo, la Democrazia conquistata da una lotta alla testa della quale ci sia la classe operaia”, non va vista “come un punto di arrivo”; è una “tappa” di un percorso più ampio. Il carattere processuale di questo concetto è evidente, e Aldo Agosti non manca di collegarlo con quella “democrazia progressiva” di cui Ercoli parlerà nel 1944 […], e che proprio nel suo carattere processuale segnerà profondamente la Costituzione repubblicana.
Allorché dunque, nell’aprile 1944, Togliatti dà il via alla “svolta di Salerno”, alle sue spalle c’è una lunga elaborazione, di cui qui si è potuto segnalare solo alcuni passaggi, e che negli anni della guerra si arricchisce dell’urgenza di costruire un “fronte nazionale” il più possibile ampio, senza peraltro “cedere sull’essenziale, cioè sull’impegno di una Costituente”, e al tempo stesso ostacolando il disegno degli Anglo-americani di tenere l’Italia “in una posizione di passiva sudditanza”. Occorreva cioè, dinanzi al peso delle forze conservatrici, “un’azione che spostasse i rapporti di forza […] a favore di uno schieramento popolare antifascista” ampio e unitario […]. Il tutto in una situazione difficile sul piano politico e anche del senso comune di massa. Togliatti stesso ricorderà “la incomprensione totale, il muro […] che separava […] le forze più avanzate della democrazia da una massa sterminata di cittadini” […]. La priorità, intanto, era liberarsi dai nazi-fascisti; occorrevano dunque l’unità di tutte le forze antifasciste e “nazionali”, il rinvio della questione istituzionale e un nuovo governo Badoglio basato sui partiti. Ma l’obiettivo dei comunisti – precisava Ercoli nel discorso ai quadri del partito napoletano – era quello di costruire un “regime democratico e progressivo”, una “nuova democrazia”, che estirpasse le radici del fascismo e desse al paese una nuova Costituzione […]. Al centro della proposta togliattiana torna dunque il tema dell’Assemblea costituente, e non a caso è proprio su questo – come testimonierà Fausto Gullo – che in qualità di ministro del governo Badoglio (il primo governo nel quale entrano rappresentanti delle masse lavoratrici, un particolare che di solito si dimentica) Togliatti insiste con forza, respingendo il tentativo di Badoglio di impegnarsi a convocare, a guerra finita, elezioni generali per una semplice “Camera dei deputati” […]. La svolta, com’è noto, apre un ampio dibattito nel gruppo dirigente comunista, diviso nei due centri di Roma e Milano. Fra la “democrazia popolare” su cui si insiste al Nord e il sistema “democratico-progressivo” proposto da Ercoli non c’è in effetti una completa identità, sebbene l’origine comune sia proprio nel VII Congresso del Comintern […]. Ricorderà Togliatti: “Con la nostra iniziativa […] mettevamo in primo piano le forze democratiche e popolari avanzate e quindi assicuravamo che la situazione italiana avrebbe avuto sviluppi concretamente diversi da quelli che poteva augurarsi un uomo politico conservatore” […]; sviluppi, cioè, progressivi sul piano democratico e su quello sociale. Parlando a Roma all’indomani della liberazione della città, Ercoli chiariva: “Democrazia progressiva è quella che non dà tregua al fascismo, ma distrugge ogni possibilità di un suo ritorno. Democrazia progressiva sarà […] quella che distruggerà tutti i residui feudali e risolverà il problema agrario dando la terra a chi la lavora; quella che toglierà ai gruppi plutocratici ogni possibilità di tornare […] a prendere nelle mani il governo, a distruggere le libertà popolari […]. Democrazia progressiva è quella che organizzerà un governo del popolo e per il popolo” […]. Secondo Spriano, quello delineato dal segretario del PCI era dunque “un intreccio di ‘democrazia popolare’ e di democrazia rappresentativa” […]. Ma l’importanza del contributo togliattiano al tema della “democrazia progressiva” sta proprio nel fatto che esso si lega alla sua battaglia per l’Assemblea costituente e per una Costituzione che non si limiti a codificare gli assetti esistenti, ma “la cui originalità consisterà nell’essere […] un programma per il futuro” […]. Concezione processuale della Costituzione e democrazia progressiva sono quindi due facce della stessa medaglia. Come Togliatti afferma nel rapporto al V Congresso, nel dicembre del ’45, nella lotta antifascista “le classi lavoratrici hanno conquistato un alto grado di coscienza politica e di organizzazione, e quindi avanzano rivendicazioni economiche sostanziali, esigendo che un particolare contenuto economico venga dato alla organizzazione democratica dello Stato”. Dunque “la nostra democrazia non può […] essere una democrazia qualsivoglia, ma deve avere un contenuto di trasformazioni economiche molto precise”. Per estirpare il fascismo alle radici, cioè, essa deve prevedere riforme strutturali dell’industria e dell’agricoltura. In particolare, lo Stato dovrà “prendere nelle sue mani la grande industria monopolistica e rendere effettivo il suo controllo di tutto il sistema bancario”. La prospettiva non è però quella di un mero dirigismo dall’alto. Togliatti chiede “che sin da ora siano fatti intervenire rappresentanti operai e tecnici nella direzione della produzione […] perché soltanto attraverso una partecipazione democratica dei lavoratori a questa trasformazione economica possiamo garantire che essa abbia luogo” […]. Rispetto all’elaborazione fatta nel Nord, che insisteva soprattutto sulla costruzione delle basi del nuovo sistema democratico, dunque, Togliatti si sofferma maggiormente sull’azione da esercitarsi dall’alto, ma non per questo dimentica o rimuove il problema della necessaria articolazione delle sue proposte a livello “molecolare”.
L’altro elemento centrale su cui tutto il progetto si basa, quello che deve dargli “le gambe” organizzative e politiche su cui camminare, è infine il Partito; o meglio i partiti, i partiti di massa con le loro organizzazioni collaterali. E in questo quadro naturalmente Togliatti assegna un ruolo fondamentale al PCI che deve diventare un “partito nuovo”: partito di massa, aperto, radicato, presente in modo capillare sul territorio; una forza in grado di prospettare soluzioni positive e costruttive rispetto alle situazioni presenti, senza limitarsi a un’azione meramente propagandistica o agitatoria. È questo lo strumento essenziale che Ercoli individua come motore di tutto il processo, e come è stretto il nesso tra idea di democrazia progressiva e Costituzione repubblicana, altrettanto inscindibile è il rapporto tra il progetto di trasformazione delineato e lo strumento partito al quale – certo non da solo, ma assegnandogli quello stesso ruolo di spinta e di avanguardia che stava avendo nella Resistenza – veniva appunto affidata la sua realizzazione. L’idea della via democratica al socialismo ha dunque una lunga gestazione, arricchita dalla lettura dei Quaderni del carcere di Gramsci che Togliatti approfondisce proprio negli anni della guerra. La linea della democrazia progressiva – della costruzione cioè di una democrazia organizzata, articolata, partecipata, con un forte ruolo dei partiti di massa e una forte democratizzazione della società e dello Stato – sarà bloccata dall’insorgere della guerra fredda e della discriminazione anticomunista. Tuttavia essa rimarrà, assieme alle riforme di struttura l’asse centrale della via italiana al socialismo; e in effetti avrà modo di riemergere, in forme nuove, dopo la morte di Togliatti, negli anni Sessanta e Settanta, gli anni dell’azione collettiva e di un’intensa e capillare partecipazione democratica di massa, di cui il PCI sarà lievito e forza fondamentale. Anche in quel caso, occorrerà l’intervento delle forze più oscure e retrive del nostro paese e degli apparati internazionali per stroncare un cammino che era fecondo – e lo sarebbe stato ulteriormente – per lo sviluppo e il progresso sociale e civile del nostro paese».
180. Disponibile su Bibliotecamarxista.org.
181. A. Höbel, Togliatti, la “democrazia di tipo nuovo”, la Costituente, cit.

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