18 Ottobre 2021

3.09. GLI ANNI DI BERLINGUER

«Erano gli anni dello “strappo” di Enrico Berlinguer con l’Unione Sovietica, dello “strappo” definitivo – soprattutto – del PCI con il “marxismo orientale”; gli anni “dell’esaurimento della forza propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”; dell’eurocomunismo; della scelta berlingueriana “dell’ombrello della NATO”. Un gruppo di straordinari compagni del nord d’Italia, di stampo leninista – Alessandro Vaia, Sergio Ricaldone, Arnaldo Bera, Giuseppe Sacchi, assieme a Ludovico Geymonat, Ambrogio Donini e altri – iniziavano ad organizzare, attorno alla rivista Interstampa, una battaglia politica contro la deriva “radical” del PCI (che sarebbe poi, inevitabilmente, in virtù d’una dialettica degenerante oggettiva – sfociata nella trasformazione “liberal” nel PD) che segnava sciaguratamente di sé l’ultima fase della storia del Partito che era stato di Gramsci e Togliatti». (Fosco Giannini)196
Procediamo ora ad una presentazione organica e “neutra” della storia del PCI degli anni '70197, la quale si può dividere in tre fasi: nella prima, dalle contestazioni del 1968-69 al 1973, il partito appare sostanzialmente sulla difensiva, quasi in difficoltà di fronte all'emergere dell'ampio movimento di protesta sociale; nella seconda, dal 1973 al 1976, viene attuata la politica del “compromesso storico” che prelude alla quarta fase, dal 1976 al 1979, quella della “solidarietà nazionale”.
Il PCI di inizio anni '70 è un partito in transizione, che gode ancora di un enorme consenso sociale, ma che non ha ancora superato del tutto il lutto della morte (1964) di Togliatti. Dopo la breve stagione della segreteria Luigi Longo, la nuova figura carismatica è il leader Enrico Berlinguer, dal 1968 vice-segretario ma di fatto già sostanziale vero capo del partito a causa dell'aggravarsi delle condizioni di salute di Longo. Il partito in questi anni continua a stare all'opposizione politica del “centro-sinistra” ma in una posizione statica in cui la propria proposta di alternativa è impedita dal proseguire del cosiddetto “fattore K”, ossia dal veto posto alla partecipazione dei comunisti in un governo posto nell'area dell'Europa Occidentale sotto il controllo statunitense. Come spiega bene Aldo Agosti, «di fronte all’esplosione di lotte del 1968-1969, lo sforzo del PCI andò nella direzione di incanalare le spinte più radicali verso un programma di riforme sociali e istituzionali del paese», anche se «gradualmente riattrasse nella sua orbita o addirittura nelle sue file una parte significativa di quei movimenti», ritenendole compatibili con il proprio programma politico.198 La progressiva intesa tra PCI e movimenti è possibile anche per il parallelo sganciamento del PCI dall'URSS, avviatosi seriamente nel 1968 in occasione della repressione della “Primavera di Praga” cecoslovacca, quando i sovietici avevano represso con i carri armati un tentativo riformistico messo in atto dal locale segretario del partito comunista Dubcek. In tale occasione l'ufficio politico del PCI, ritenendo «ingiustificata» tale decisione, esprime «nello spirito del più fermo e convinto internazionalismo proletario», il proprio «grave dissenso»199. L'evento è importante perché inizia il progressivo smarcamento del PCI dall'orbita dell'URSS, che dura per tutti gli anni '70. Come spiega Albertina Vittoria: «Per quanto si continuasse – e si sarebbe continuato – a ribadire che il Partito comunista rimaneva nel campo del socialismo e contro l'imperialismo, tuttavia a partire da quegli avvenimenti cecoslovacchi il PCI inizia un cambiamento della propria linea politica, che non è più di esclusivo e sottomesso accordo con l'Unione Sovietica»200. Si inizia ad avere anzi una prospettiva diversa: non impostare il discorso soltanto sul “socialismo all'italiana” in prosecuzione dell'eredità di Togliatti, ma anche nel «costruire una Europa nuova, pacifica, democratica, che cammina verso il socialismo», come afferma Berlinguer nel congresso del 1972, avviando di fatto una proposta di “eurocomunismo” alternativa a quella sovietica perché fondata sulla volontà di costruire il socialismo nel campo della democrazia liberale201. In parallelo a questa svolta internazionale va quella interna, che si concretizza nella politica del compromesso storico, ossia della proposta di alternativa democratica fatta sostanzialmente alla DC e al PSI.
È stato più volte ribadito202 che non è possibile una piena comprensione del ruolo e dell’azione di Berlinguer limitandosi alla vicenda nazionale. Importanti temi come l’eurocomunismo e il graduale distacco dall’URSS non devono infatti essere considerati come isolati e autonomi ma devono essere inseriti nella strategia globale del segretario comunista. Senza la politica estera del PCI la proposta del “compromesso storico” non avrebbe avuto sufficiente forza e credibilità nel proporsi alle forze politiche e all'elettorato dei ceti medi203. I cardini di tale politica estera sono il nesso con il «socialismo dal volto umano», la scelta in favore dell’integrazione europea, l’adesione alla distensione europea, l’idea di «superare i blocchi» tramite il loro riconoscimento, la conquista del «valore universale» della democrazia204. L’eurocomunismo e il distacco da Mosca hanno per Berlinguer una doppia funzionalità: da un lato offrire una risposta dei comunisti alla crisi e alle emergenze dell’Italia negli anni Settanta, dall’altro sperare di influenzare i paesi del “socialismo reale” verso una nuova politica libertaria che permetta di evitare la progressiva perdita di rilevanza (soprattutto a livello di immagine popolare) del comunismo sovietico avviatasi con l’invasione di Praga del 1968205. Se l’eurocomunismo viene ufficialmente lanciato da Berlinguer, Marchais e Carrillo soltanto nel 1977206 i primi segnali di un’aggregazione europea arrivano fin dall’inizio degli anni ’70 con la richiesta da parte di Berlinguer di «un’Europa né antisovietica, né antiamericana» espressa da Berlinguer nel gennaio 1973207. L’europeismo del PCI costituisce un’acquisizione e una proposta di politica nazionale che si concretizza nella teoria del “compromesso storico”, formulata da Berlinguer stesso con tre articoli208 di riflessione politica sul colpo di Stato capeggiato dal generale Augusto Pinochet in Cile nel settembre 1973, con cui si era posto fine alla breve vita (1970-73) del governo progressista di Salvador Allende. Ragionando sulla pericolosità della destra in Italia, sull'ingerenza costante dei servizi segreti statunitensi negli affari interni dell'Italia, sul clima di disordini in atto nel paese Berlinguer valuta improponibile la proposta di un esecutivo di coalizione socialisti-comunisti che metta la DC all'opposizione.
Una vittoria di tal genere, fatta col 51%, sarebbe così lacerante da far dubitare sulla tenuta delle fragili istituzioni democratiche. Di qui la proposta di un'alleanza ampia con le forze democratiche del paese (in primo luogo l'annuncio è fatto a DC e PSI), nell'ottica di una maggiore stabilità politica con cui affrontare le crisi e le difficoltà della fase storica209.
Alberto De Bernardi e Luigi Ganapini sottolineano criticamente come tale strategia
«fu presentata dalle sue origini come diretta a salvare l'Italia da eventuali contraccolpi reazionari del tipo di quelli che avevano stroncato in quello stesso anno l'esperimento progressista cileno di Salvador Allende. In realtà esso aveva una prospettiva diversa e più ridotta. L'obiettivo era un'alleanza tra i partiti “popolari”, tra i quali la DC veniva allegramente iscritta, con la rigorosa esclusione di ogni movimento della società, di ogni corrente (dall'estremismo rosso al “dissenso” cattolico, ai gruppi ecologisti o sostenitori dell'allargamento dei diritti civili) che non avesse l'avallo istituzionale»210.
In realtà, nonostante il clamore suscitato, gli articoli dal punto di vista teorico non sembrano essere rivoluzionari rispetto alla politica ufficiale del PCI. Gran parte dei temi finora esposti da Berlinguer circolano ufficialmente da diversi mesi, formulati talora addirittura un anno prima al XIII Congresso del PCI, quando lancia la proposta di collaborazione fra le tre grandi tradizione politiche nazionali (comunisti, socialisti e cattolici) e afferma che l’unità della sinistra sia una condizione essenziale ma non sufficiente per introdurre in Italia una prospettiva politica nuova. Non mancano nel discorso di Berlinguer riferimenti gramsciani alla costruzione di un nuovo blocco di forze sociali e politiche211. Andando a ritroso nel tempo Agostino Giovagnoli ha messo in rilievo come il processo di attenzione verso la DC sia iniziato più compiutamente sul finire degli anni Sessanta con la fusione dei due partiti socialisti che rischiava di emarginare il PCI212.
Queste convergenze culturali permettono al PCI di avviare un primo dialogo costruttivo con l’ala riformista della DC (Aldo Moro su tutti) e anche con la Chiesa. Questo dialogo non viene mai messo in discussione da Berlinguer, nonostante le crescenti difficoltà del movimento cattolico (e quindi della DC) di uscire dalla crisi religiosa, culturale e politica seguita al movimento di contestazione del ’68. Si può dire anzi che la crisi del mondo cattolico, componente centrale di una più complessiva crisi del paese, sia stata all’origine della «politica cattolica» avviata dal PCI all’inizio degli anni Settanta.213 Questo incontro viene concepito come condizione e strumento per opporsi alla logica dell’individualismo sfrenato e del consumismo più dissennato; Berlinguer vede insomma l’esperienza religiosa non come un ostacolo all’unità della classe operaia, ma come una premessa, un impegno di rinnovamento che si oppone al mondo capitalistico fortemente criticato e contribuisce a trasformare il paese secondo valori fortemente condivisi dal movimento comunista in relazione alla solidarietà sociale, all’equità economica e ai valori di libertà contenuti nella Costituzione repubblicana del 1948214. A fianco di questi concetti morali non c’è dubbio che abbia fortemente influito su Berlinguer la crisi economica mondiale. Pochi ormai sembrano mettere in questione che serva un qualche mutamento globale o sistemico; ciò è indispensabile per comprendere la grande crisi degli anni Settanta del Novecento215.
Il compromesso storico è quindi lo strumento politico per affermare l’idea dell’austerità come «occasione di uno sviluppo economico di tipo nuovo»216. La crisi del capitalismo può determinare, secondo Berlinguer, tempi più rapidi e modi più efficaci nell'elaborazione «delle vie originali della lotta per trasformazioni di tipo socialista e della costruzione di società socialiste nell’Occidente europeo»217. Perché però tutto ciò possa avvenire è indispensabile per il PCI riuscire ad entrare nell’area di governo o quantomeno della maggioranza, superando la pregiudiziale anticomunista e quel «vincolo esterno» di cui parla Roberto Gualtieri218 e cancellando «il blocco del sistema politico»: per il partito stabile di governo, la Democrazia cristiana, è impossibile coinvolgere apertamente in alleanze di governo sia la destra (MSI) ancora legata al modello neofascista, sia la sinistra (PCI) per motivi di carattere internazionale219. Occorre ribadire il peso primario che ha la possibilità di un intervento reazionario-autoritario che instauri una dittatura in Italia. In un paese che esce dal biennio caldo 1968-69, in piena “strategia della tensione”, nel quadro di una forte recessione economica anche internazionale, ed in presenza di una profonda crisi del sistema politico, Berlinguer è convinto che la sua strategia rappresenti l’unica strada per evitare il collasso politico-economico ed un drammatico epilogo alla cilena.220 Cossutta221 testimonia come con la strage di Piazza Fontana a Botteghe Oscure si percepisca istantaneamente il pericolo di una involuzione autoritaria: «è con l’autunno caldo, con la strategia della tensione e la strage di Piazza Fontana che ci rendemmo conto della gravità della situazione e del pericolo per la tenuta democratica dello Stato, e ci mettemmo al massimo livello di allerta».222
Un altro aspetto da tenere in considerazione per capire la politica del PCI negli anni '70 è la convinzione dei legami internazionali del terrorismo (sia di destra che di sinistra).
Nonostante Berlinguer non si sia mai espresso pubblicamente in tal senso, in mancanza di prove sono molti gli indizi che spingono in tal senso: Macaluso223 ricorda come Berlinguer fosse convinto dell'esistenza di un collegamento tra i brigatisti e i servizi segreti cecoslovacchi. D’altronde di documenti e testimonianze che confermano l’ostilità reciproca tra i sovietici e il segretario sardo ce n’è in abbondanza224. Rispondendo a Giampaolo Pansa225 Berlinguer espone abbastanza schiettamente il concetto: «Di là, all’est, forse, vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all’ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà»226. Ecco allora in Berlinguer «l’estendersi della convinzione che la linea di ampia unità di tutte le forze democratiche, proposta e perseguita tenacemente dai comunisti, è quella più capace di sventare le minacce di tipo fascista e autoritario»227. Impostata la politica del compromesso storico su queste direttive, il PCI ottiene a metà anni '70 il suo momento di massimo splendore e consenso socio-politico: nel 1974 è tra i partiti vincitori del referendum sul divorzio, nelle elezioni regionali del 1975 porta i propri consensi al 33,4% (erano il 27,2% nelle Politiche del 1972), tallonando da vicino una DC in crisi che precipita al 35,3%228. In questo periodo si approfondisce il divario tra PCI e URSS, proprio in seguito ai successi elettorali del PCI nelle elezioni amministrative del 1975, nonostante il sostanziale fallimento (fino a quel momento) da parte del PCI nell'obiettivo di creare alleanze stabili con i partiti comunisti dell’Europa occidentale e il sostanziale isolamento del partito in Europa rispetto all’ortodossia filosovietica dominante pressoché ovunque229. Nonostante la diffidenza sovietica le iniziative dei compagni italiani non sono giudicate una vera minaccia almeno fino a quando lo scenario geopolitico non è realisticamente turbato dall’eventualità che il PCI possa diventare forza di governo. Il materializzarsi di questa possibilità spaventa i sovietici per il prestigio che avrebbero potuto acquistare le dottrine “eretiche” del più forte partito comunista d’Occidente nel momento in cui questi fosse andato al potere. Queste impressioni sono ben colte all’interno del partito in seguito al ritorno di Pajetta da un viaggio da Mosca svoltosi nel 1975 dopo le elezioni amministrative. Il dirigente conclude il suo rapporto alla Direzione laconicamente: «c’è una idea in alcuni dirigenti sovietici ed è questa: dove non c’è il modello sovietico peggio va e meglio è. […] Queste elezioni non hanno entusiasmato nessuno perché sono la prova che un’altra politica paga»230. «Un comunismo più la libertà è un’ipotesi che spaventa Washington e Mosca» affermato a fine 1975 Helmut Sonnenfeldt, rivelando quanto riferito dal segretario di Stato americano agli ambasciatori degli Stati Uniti nei paesi europei231. Kissinger è ben informato dalla CIA riguardo la veridicità del distacco in atto tra Berlinguer e Mosca e l’attendibilità della scelta atlantico-europeista, pur tuttavia rifiuta l’argomento secondo il quale gli USA possano trovare “accettabile” un partito comunista a condizione che sia evidente la sua indipendenza da Mosca: «Tito non è sotto il controllo di Mosca e la sua influenza si sente in ogni parte del mondo». Portare i comunisti al potere in Europa occidentale per Kissinger avrebbe comunque «ridefinito totalmente la mappa del mondo postbellico»232. In queste condizioni diventa vana la richiesta di legittimazione del PCI alle forze politiche nazionali e internazionali a governare.
Diventa condivisibile il punto di vista di Salvatore Lupo, che parla di «ossessione»233 dei comunisti per questo problema di legittimazione, tanto da spingerli a ritenere che qualsiasi acrobazia (compresa una cedevolezza sui contenuti politici) sia giustificata in vista del superamento della “discriminazione” ai loro danni. Le elezioni Politiche del 1976 segnano infatti secondo molti l'inizio della fine del PCI, che pure raggiunge il massimo consenso elettorale mai avuto (34,4%) e, pur non riuscendo a scalzare una DC rimpolpata dai voti (38,7%) sopraggiunti più per il “pericolo rosso” che per propri meriti, ottiene il risultato di impedire alle forze canoniche di governo (DC, PLI, PRI, PSDI insieme hanno solo il 46,5%) di costruire una maggioranza senza passare dall'accordo con socialisti e comunisti234. Il PCI assume un peso istituzionale notevole, simboleggiato dall'elezione di un comunista, Pietro Ingrao, alla Presidenza della Camera. La DC però offre le briciole: appoggiare un monocolore democristiano guidato da Andreotti e basato sull'astensione di tutti i partiti dell'arco costituzionale, PCI compreso. L'offerta viene giudicata dal PCI, non senza un certo dibattito in cui si manifestano perplessità, come un'apertura, e quindi positivamente; si ritiene che sia una via, seppur tortuosa, che consenta di superare progressivamente il fattore K, avvicinando nuovamente il partito all'area di governo dopo 30 anni. Ma, spiega Vittoria,
«si trattò solo di un avvicinamento, non potendo il PCI condizionare in maniera sostanziale l'azione condotta dal governo e dovendo appoggiare i provvedimenti necessari per superare la crisi economica e finanziaria del paese e una pesante politica di risanamento; anche se vennero varate alcune leggi importanti: per l'occupazione giovanile, l'equo canone, sull'interruzione della gravidanza. Mentre, alla sua sinistra, iniziava a crescere una nuova protesta, soprattutto giovanile, che sarebbe sfociata nei movimenti del '77».235
La scelta di associare la propria forza ad una politica di sacrifici e austerità (seppur giudicata da Berlinguer in senso anticonsumistica ed anticapitalista, non come incentivo alla povertà) aliena dal PCI le simpatie di vasti strati sociali, iniziando ad ampliare la spaccatura con il mondo giovanile in cui si ritrovano maggiormente una certa ideologizzazione radicale ed un uso sempre più ampio della violenza come risposta ad un sistema istituzionale giudicato ormai fallimentare236. All'inizio del 1978 il “caso Moro” impedisce al PCI, volente o nolente, di togliere l'appoggio ad un neonato governo Andreotti che ancora una volta non prevede l'ingresso dei comunisti nell'esecutivo. Il PCI si schiera senza riserve in quello che viene chiamato «governo di solidarietà nazionale», nella difesa della democrazia italiana, mantenendo la linea di maggiore fermezza verso il terrorismo “rosso”, giudicato evento interamente italiano il cui scopo è impedire la svolta che si sta realizzando nel paese. Il partito continua a sostenere il governo Andreotti e le sue misure di emergenza fino al gennaio 1979, quando, in seguito all'adesione dell'Italia al Sistema monetario europeo (SME) decide di uscire dalla maggioranza, determinando di fatto il ritorno anticipato alle urne. Al XV congresso del partito, svoltosi ad inizio aprile 1979, Berlinguer spiega così la rottura: «La verità è che quando si è trattato di passare dalla fase dell'azione e delle misure immediate di salvataggio e di risanamento economico e finanziario alla fase innovatrice delle riforme nel campo economico, in quello sociale e culturale, nell'organizzazione dello Stato, il passo della DC si è fatto via via più lento, recalcitrante fino a bloccarsi»237. Nelle elezioni Politiche del giugno 1979 il PCI paga fino in fondo il prezzo delle scelte compiute e della delusione che regna nel paese, perdendo il 4% dei consensi e scendendo così al 30,2%. È l'inizio di un declino elettorale che segue una crisi politica del partito che si manifesta in un'emorragia di voti per tutti gli anni '80, nonostante il ritorno ad una politica di alternativa democratica (che trova però indisponibile il PSI di Craxi) e la rottura definitiva con l'URSS giunta tra 1979 e 1981 con le critiche sempre più dure agli interventi in Afghanistan e Polonia238; significativa la mobilitazione del Partito in una campagna antimilitarista conto l'installazione di nuovi impianti missilistici della NATO in Europa Occidentale. Si parla per questi ultimi anni di Berlinguer (1979-1984) di un'inversione di tendenza da un punto di vista di una linea “di classe”, con Berlinguer in persona che si reca davanti ai cancelli della FIAT di Torino per sostenere la lotta degli operai durante il lungo sciopero del 1980. Il Segretario è poi in prima fila nel sostenere la battaglia per il referendum abrogativo dei provvedimenti governativi che per decreto avevano tagliato di tre punti l'indennità di contingenza, senza contropartite, della “Scala Mobile” (l'aggiornamento automatico dei salari in base all'inflazione). Il referendum (giugno 1985) è perso per una manciata di punti (54,32% contro 45,68%), in un contesto in cui perfino una parte dello stesso gruppo dirigente del PCI rema contro. Berlinguer non assiste alla sconfitta perché muore il 7 giugno a Padova, colpito da un ictus durante un comizio a Padova. Questo cambiamento dell'ultima stagione, che pone il PCI in netta rottura con la Democrazia Cristiana e con la possibilità di un dialogo con la borghesia italiana, non deve far dimenticare alcuni ulteriori elementi di svolta politica significativa.
Nel XV Congresso, svoltosi all'inizio del 1979, il Partito approva un nuovo statuto che ratifica le svolte ideologico-culturali e di politica estera degli anni precedenti, non facendo più riferimento all'URSS e all'internazionalismo proletario, rimarcando invece quale elemento unificante del Partito la propria storia, rifiutando di intendere in maniera dottrinaria il pensiero di Marx, Engels e Lenin e individuando invece i riferimenti della propria elaborazione in Labriola, Gramsci, Togliatti. Soprattutto viene inserito nello Statuto il riferimento alla democrazia come aspetto inscindibile del socialismo:
«Il Partito comunista italiano organizza gli operai, i lavoratori, gli intellettuali, i cittadini che lottano, nello spirito della Resistenza, per l'estensione e il rafforzamento delle libertà sancite dalla Costituzione repubblicana e antifascista, per trasformare l'Italia in una società socialista fondata sulla democrazia politica, per affermare gli ideali della pace e del socialismo in Europa e nel mondo».
Fulcro della proposta di alternativa di questi anni è però non tanto una proposta alternativa “di classe”, bensì la “questione morale”, così come formulata in un'intervista a Scalfari pubblicata su La Repubblica nel luglio 1981. Al centro del discorso di Berlinguer è la denuncia della «partitocrazia» e del suo dilagante potere nella società e nell'amministrazione pubblica. Il discorso berlingueriano è avversato dai “miglioristi” (in primis Napolitano) perché va ad indebolire la possibilità di costruire un'alleanza con il PSI e altre forze. Pochi hanno criticato il discorso per l'abbandono dell'analitica marxista. Già Marx denunciava lo Stato borghese di essere un «comitato d'affari della borghesia». Era ovvio lo anche Stato repubblicano italiano dominato da DC e Confindustria. Nel discorso di Berlinguer, che pure inorgoglisce milioni di militanti imbaldanziti dalla propria «diversità morale», sta in nuce l'antipolitica e la denuncia della “casta” che farà perdere totalmente di vista ai lavoratori italiani la natura di classe delle varie forze politiche.239
196. F. Giannini, Sul marxismo occidentale e sulla crisi del comunismo in Italia, Ilpartitocomunistaitaliano.it, 11 giugno 2017.
197. Il testo che segue è un estratto di A. Pascale, Il compromesso storico e la rivista “Rinascita”, Tesi di Laurea, 2007-08, relatore Agostino Giovagnoli, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Per comodità del lettore si riportano di seguito le note del testo. Rispetto al testo originale sono state apportate modifiche minime, per lo più formali, ed è stata aggiunta una parte finale sul periodo di inizio anni '80.
198. A. Agosti, Storia del Partito Comunista Italiano, Laterza, Roma 2000, pp. 178-179.
199. A. Vittoria, Storia del PCI. 1921-1991, Carocci, Roma 2006, p. 115.
200. Ivi, p. 116.Ivi, p. 116.
201. Ivi, p. 122.
202. S. Pons, Berlinguer e la politica internazionale, all’interno di F. Barbagallo & A. Vittoria (a cura di), La politica italiana e la crisi mondiale, Carocci, Roma 2007; A. Vittoria, Storia del PCI. 1921-1991, cit., p. 119.
203. S. Pons, Berlinguer e la politica internazionale, cit., p. 120.
204. S. Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, Einaudi, Torino 2006, p. XVI.
205. S. Pons, Berlinguer e la politica internazionale, cit., p. 121.
206. Ivi, p. 123.
207. S. Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, cit., p. 23.
208. Nell’ordine i tre articoli sono: E. Berlinguer, Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni, Rinascita, 28 settembre 1973, pp. 3-4; E. Berlinguer, Via democratica e violenza reazionaria”, Rinascita, 5 ottobre 1973, pp. 3-4; E. Berlinguer, Alleanze sociali e schieramenti politici, Rinascita, 12 ottobre 1973, pp. 3-4.
209. S. Colarizi, Storia dei partiti nell'Italia repubblicana, cit., pp. 419-420.
210. A. De Bernardi & L. Ganapini, Storia d'Italia. 1860-1995, cit., p. 495.
211. A. Giovagnoli, Berlinguer, la DC e il mondo cattolico, all’interno di F. Barbagallo & A. Vittoria (a cura di), Enrico Berlinguer, cit.; A. Vittoria, Storia del PCI. 1921-1991, cit., p. 85.
212. Ivi, pp. 80-87.
213. A. Giovagnoli, Berlinguer, la DC e il mondo cattolico, cit. p. 83.
214. N. Tranfaglia, L’Italia di Berlinguer e il compromesso storico, cit.; F. Barbagallo & A. Vittoria (a cura di), Enrico Berlinguer, cit.; A. Vittoria, Storia del PCI. 1921-1991, cit., pp. 32-33.
215. R. D’Agata, Il compromesso storico e il tema del mutamento globale, all’interno di F. Barbagallo & A. Vittoria (a cura di), Enrico Berlinguer, cit.; A. Vittoria, Storia del PCI. 1921-1991, cit., p. 136.
216. Ivi, p. 140.
217. F. Barbagallo, Enrico Berlinguer, Carocci, Roma 2006, p. 219.
218. R. Gualtieri, Il PCI, la DC e il “vincolo esterno”. Una proposta di periodizzazione, all’interno di R. Gualtieri (a cura di), Il PCI nell'Italia repubblicana 1943-1991, Carocci, Roma 2001, pp. 47-101.
219. N. Tranfaglia, L’Italia di Berlinguer e il compromesso storico, cit., p. 28.
220. A. Mulas, Allende e Berlinguer, Manni, San Cesario di Lecce 2005, p. 203.
221. A. Cossutta, Una storia comunista, Rizzoli, Milano 2004, pp. 143-157.
222. Ivi, p. 145.
223. E. Macaluso, 50 anni nel PCI, Rubbettino, Catanzaro 2003, pp. 169-170.
224. A riguardo S. Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, cit. è una fonte più che esauriente.
225. Intervista a cura di Giampaolo Pansa comparsa sul Corriere della Sera il 15-06-1976 e contenuta in A. Tatò (a cura di), Conversazioni con Berlinguer, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 61-70.
226. Ivi, p. 70.
227. Da un’intervista fatta da Unité il 24 ottobre 1975 a Berlinguer e contenuta in A. Tatò (a cura di), Conversazioni con Berlinguer, cit., p. 51.
228. S. Colarizi, Storia dei partiti, cit., pp. 420-425.
229. F. Barbagallo, Enrico Berlinguer, cit. pp. 198-199.
230. Ivi, p. 236.
231. Ivi, p. 258.
232. S. Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, cit., p. 58.
233. S. Lupo, Partito e antipartito. Una storia politica della prima Repubblica (1946-78), Donzelli, Roma 2004, p. 272.
234. S. Colarizi, Storia dei partiti, cit., pp. 474-475.
235. A. Vittoria, Storia del PCI. 1921-1991, cit., p. 135.
236. Ivi, p. 136.
237. Ivi, p. 139.
238. Ivi, pp. 141-145.
239. Ivi, pp. 139-147.

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