28 Novembre 2022

7.2. POL POT COME HITLER?

Sia da parte della borghesia, sia da parte dello stesso movimento comunista, il regime di Pol Pot è stato giudicato come uno dei più criminali della Storia. Una ricostruzione uscita di recente (nel 2015)94, in occasione del 40° anniversario della Rivoluzione Kampucheana, smentisce però questo mito e lo fa con un taglio storico e politico serio che merita di essere conosciuto. Ne proponiamo di seguito ampi stralci al fine di offrire una comprensione adeguata della storia cambogiana nel periodo 1975-78, quello in cui i Khmer Rossi di Pol Pot gestiscono effettivamente il potere.
Cominciamo smentendo il mito del genocidio che sarebbe stato messo in atto dal regime:
«L'onnipotente macchina fabbrica-narrative dell'Occidente ha incorporato nelle nostre coscienze l'immagine dei sanguinari comunisti Khmer Rossi mentre divorano la carne del loro stesso popolo in campi di concentramento, guidati da un Pol Pot da incubo. Un quotato professore americano, R. J. Rummel, scrisse che “su una popolazione di circa 7 milioni e 100 mila persone nel 1970, quasi 3 milioni e 300 mila uomini, donne e bambini furono assassinati, molti dei quali furono uccisi dal movimento comunista Khmer Rouge”. Un morto al secondo, era la sua stima. Eppure nel gennaio 1979, la Far Eastern Economic Review (rivista che si occupava dello sviluppo economico e demografico dei paesi asiatici) affermò che in quegli anni la popolazione era stimata a 8,2 milioni di persone, un aumento di oltre un milione di persone.
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In ogni caso, la popolazione cambogiana non solo non si è dimezzata, ma è più che raddoppiata dal 1970, a dispetto dei presunti genocidi multipli. A quanto sembra, o i perpetratori di genocidio erano degli incapaci, o si sono decisamente esagerate le cifre. Il primo a quantificare i morti è stato Jean Lacouture, che lanciò la cifra di due milioni di vittime. Lacouture era stato un militante della sinistra antimperialista francese e, come tutti i pentiti, diventò un feroce nemico delle proprie passate esperienze politiche. Scrisse Cambogia, i signori del terrore, Sansoni, 1978, come una confessione-pentimento. Fabio Giovannini in Pol Pot Una tragedia rossa, Datanews, 1998, scrisse che il pamphlet, si limita “a una sequela di invettive e di cadute di cattivo gusto”.
Di fronte alle obiezioni di alcuni studiosi, Lacouture scrisse a The New York Review ammettendo di avere esagerato, e riducendo l'indicazione a “migliaia o centinaia di migliaia” di morti. Era l'inizio di una danza macabra di cifre che si sarebbe intensificata con l'invasione del Vietnam. Le fonti di Hanoi sono le prime a utilizzare il termine “genocidio”, e il governo filovietnamita di Phnom Penh diffonde negli Anni Ottanta la cifra di tre milioni di vittime durante il regime rivoluzionario, una cifra veicolata da Radio Hanoi e Radio Mosca subito accolta anche dai media occidentali: è l'unico caso nella storia in cui gli USA hanno dato per buone le statistiche fornite dai Sovietici e dai Vietnamiti. In Italia si va ben oltre: la giornalista Chiara Sottocorona, nel 1980, afferma che “di una popolazione che quattro anni fa [nel 1976] contava più di sette milioni di persone, potrebbe esserne sopravvissuta solo un milione”. Le stime della Banca mondiale, invece, parleranno di nove milioni di abitanti, cifra ben lontana da quelle apocalittiche diffuse di solito, che provengono quasi sempre da fonti eterodirette da agenzie come la CIA. Fabio Giovannini scrive che un calcolo realistico e non propagandistico può quantificare in circa trecentomila i caduti a causa dello scontro di classe, della malaria e di altre malattie, delle mine e delle bombe non esplose disseminate a suo tempo dagli USA, e dei combattimenti con Thailandia e Vietnam avvenuti negli anni della Kampuchea Democratica. Sostanzialmente un terzo delle vittime causate dagli USA durante la guerra. E, sulla rivista Problems of Communism, maggio–giugno 1981, l'australiano Caryle Thayer, specialista dell'Indocina, sostiene che le morti causate dallo scontro di classe (quello che gli imperialisti definiscono genocidio) sarebbero state tra le cinquanta e le sessantamila. Anche a proposito del carcere di Tuol Sleng più conosciuto come S-21, assunto in Occidente come simbolo del male della Kampuchea Democratica e nel quale transitarono solo membri e quadri del Partito, le cifre sono state gonfiate artificiosamente. È ricorrente, infatti, la cifra di 16-20 mila vittime. In realtà uno dei libri più recenti dedicati a quella prigione, The Killing Fields, curato da Chris Riley e Douglas Niven (tutt'altro che filopolpottisti!) con la consulenza autorevole di David P. Chandler, decano degli studiosi occidentali di Kampuchea Democratica, riduce a 1.400 i detenuti accertati».
94. M.C., 40° Anniversario della rivoluzione kampucheana, cit. Da qui verranno prese anche le citazioni presenti nei capitoli successivi sulla Cambogia.

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