29 Settembre 2022

7.6. L'EVACUAZIONE DELLA CAPITALE PHNOM PENH

Inizia uno dei fenomeni più ricordati dell'epoca di Pol Pot: «come era stato deciso nella sessione del CC del settembre 1974 Phnom Penh venne evacuata come tutti gli altri centri abitati». Ciò per due motivi, di ordine politico e ideologico: «politicamente era, infatti, necessario distruggere alla base le forme di sfruttamento e speculazione di commercianti e bottegai i quali, abbiamo visto, appena se ne presentava una sia pur minima possibilità tornavano alle loro vecchie abitudini capitaliste e speculative controllando la distribuzione delle merci». Dal punto di vista ideologico si mira «a preservare la posizione politica dei quadri e dei combattenti, a evitare soluzioni di evoluzione pacifica della rivoluzione, a combattere la corruzione e la dissolutezza, a portare la popolazione urbana a partecipare alla produzione agricola e a eliminare le basi di supporto di Sihanouk. Il sistema della proprietà privata e dei beni materiali veniva spazzato via». Tutto ciò avviene, è bene ricordarlo, non per i capricci di un'élite dittatoriale, ma con il consenso della base guerrigliera e dello stesso mondo contadino. Si aggiungono anche questioni pratiche e di sicurezza:
«negli ultimi mesi Phnom Penh era sopravvissuta solo ed esclusivamente grazie ad un gigantesco ponte aereo degli USA, che permetteva l'approvvigionamento della città. Non sarebbe stato possibile garantire il cibo ad oltre due milioni di abitanti senza lavoro e privi di qualunque sostentamento. Era necessario che andassero a lavorare e a produrre direttamente nelle campagne. Gli USA avevano pianificato una carestia che avrebbe costretto i rivoluzionari ad arrendersi, una volta resisi conto di avere una capitale straripante di profughi ma priva di qualsiasi riserva di cibo. Questa catastrofe pianificata veniva evitata per mezzo di una difficile e sofferta evacuazione. Infatti, “sull'asfalto non cresce il riso”. L'Occidente, in seguito, gridò allo scandalo, ma per la Kampuchea Democratica fu una vittoria perché gli USA non erano riusciti nel loro intento di annientare un intero popolo grazie a una totale e devastante mancanza di cibo. Nell'autunno del 1976 la situazione in Kampuchea Democratica fu discussa alla radio svedese. Uno dei partecipanti al dibattito era la deputata socialdemocratica Birgitta Dahl, in seguito diventata presidente del Parlamento. Dichiarò: “L'evacuazione di Phom Penh era assolutamente indispensabile. Era indispensabile avviare rapidamente la produzione di generi alimentari ed era naturale che questo avrebbe comportato dei grandi sacrifici. Il problema è che non abbiamo conoscenze per poter respingere tutte le menzogne diffuse dai nemici della Cambogia”. Inoltre, i 2/3 degli abitanti di Phom Penh erano contadini fuggiti dalle campagne a causa dei bombardamenti degli USA e sarebbero, quindi, semplicemente ritornati alla loro situazione d'origine. E poi, era già successo che dopo la liberazione di alcune città, l'aviazione avesse bombardato i centri abitati. C'era quindi anche un pericolo reale di ritorsione da parte dei nemici».
Infine:
«l'evacuazione delle città annientò ogni cellula spionistica. Funzionari della CIA confermarono in seguito che lo sgombero delle città, nelle quali l'agenzia aveva istituito trasmittenti radio segrete e cellule di spionaggio clandestine, lasciò le reti dello spionaggio americane prive di contatti e inutili in tutta la nazione. L'evacuazione non fu, come molti sostennero in seguito, il primo passo di un processo mirante allo sterminio deliberato dei cittadini in generale e degli intelletuali in particolare. Dai documenti interni risulta che quella non fu mai la politica del PCK il cui fine, invece, era di scatenare potenti cambiamenti rivoluzionari con i quali la Kampuchea sarebbe emersa rafforzata e purificata come modello di virtù comunista. L'obiettivo non era distruggere, ma trasformare. L'evacuazione era il nocciolo della strategia politica ed economica del Partito che prevedeva di dare la precedenza assoluta all'aumento della produzione agricola».
Non vengono creati gulag, né la popolazione è ridotta in stato di schiavitù, anche se certamente non mancano condizioni generali di lavoro molto dure, in un paese devastato:
«Rispetto alla durezza dei ritmi di lavoro che i profughi cittadini o intellettuali hanno denunciato una volta giunti in Thailandia le testimonianze non sono così univoche. La vasta maggioranza della popolazione contadina visse in condizioni migliori che nel passato. Accanto a racconti dell'orrore, molti profughi definirono “non duro” il lavoro di quel primo anno nelle cooperative; altri addirittura più facile di quello nelle fabbriche in Australia o negli USA in cui dovettero lavorare come profughi. Ben Kiernan, uno dei più profondi conoscitori della Kampuchea Democratica, in Lettera al direttore di The Times, 11 agosto 1977, riporta una dichiarazione di Peang Sophi secondo cui le condizioni di lavoro in Cambogia nel 1975-76 erano meno difficili di quelle della sua fabbrica di Melbourne. Philip Short, nella sua monumentale biografia su Pol Pot, cita dichiarazioni di profughi che avevano fatto parte dell'elite della vecchia Cambogia scappati all'estero: donne e uomini della Zona Nord-Ovest per i quali era stato “un periodo felice e la gente voleva davvero bene ai quadri”. Nella Zona Est, le condizioni di vita furono “spesso buone e sopportabili e i controlli erano piuttosto laschi”. Perfino fonti critiche come Pin Yathay, nel Sud-Ovest, riconobbero che la vita quotidiana “non era brutale”. Un evacuato di Prey Veng “non troppo onerosa, ma sudicia e monotona”».
Per quanto riguarda le vittime dell'evacuazione della capitale:
«Si calcola che nel complesso circa ventimila persone persero la vita nell'evacuazione della capitale, l'1% dei due milioni di abitanti di Phnom Penh. La cifra in sé non è eccezionale come conseguenza di una guerra civile. Nella Francia del 1945, nei primi mesi dopo la ritirata dei Tedeschi, centomila persone perirono nella resa dei conti fra collaborazionisti e partigiani della Resistenza antinazista. La proporzione, quindi, non è molto differente. Un dato assodato è che nell'evacuazione non ci furono perquisizioni personali, perché la perquisizione di persone da parte dei militari, soprattutto delle donne, avrebbe violato il codice morale dei comunisti khmer. Infatti, per questo motivo, molti rivoluzionari rimasero uccisi da cittadini armati».
Segue una classificazione della popolazione cambogiana in tre gruppi:
«i membri di pieno diritto, i candidati e i “deposti”. I primi, di solito i contadini delle classi più povere e medie, avevano diritto alla razione alimentare completa, a ricoprire incarichi politici nelle cooperative, a entrare nell'esercito e a chiedere l'iscrizione al Partito. I candidati venivano subito dopo per quanto riguardava le razioni e potevano ricoprire incarichi amministrativi di secondo piano. I “deposti” erano gli ultimi nell'elenco delle distribuzioni e non avevano diritti politici».
Non si svolge comunque alcun tipo di sterminio verso di loro. Anzi «Pol Pot incoraggiò i quadri locali a seguire una linea prudente», a non trattare questi ultimi «come nemici, anche se l'odio di classe presente in vaste fasce di contadini poveri» porta in alcune zone a considerarli come prigionieri di guerra. Ne segue una rivoluzione,
«considerata la più radicale della storia dell'umanità, segnata da un acutissimo e violento scontro di classe e caratterizzata da una “velocità” senza pari. Negli anni a venire lo stesso Ieng Sary, ripensando alla loro esperienza rivoluzionaria alla quale avevano dedicato tutta la loro vita, avrebbe sostenuto che era stata proprio la rapidità della loro vittoria nel 1975 a contenere i semi della loro sconfitta: “Il treno stava marciando troppo forte. Nessuno era riuscito a farlo arrestare in corsa”».96
96. Ibidem.

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