28 Febbraio 2024

F.12. DALLA CONCORRENZA AI MONOPOLI

«L'accrescimento dei capitali mentre eleva il salario tende a diminuire il profitto del capitalista a causa della concorrenza tra capitalisti. […] la concorrenza è l'unico sussidio contro i capitalisti,sussidio che a detta dell'economia politica agisce beneficamente in favore del pubblico consumatore tanto sull'aumento dei salari quanto sul ribasso delle merci. Ma la concorrenza è possibile soltanto là dove i capitali crescono, e crescono precisamente in molte mani. La formazione di molti capitali è possibile soltanto con un'accumulazione da molte parti, perché il capitale si forma in generale soltanto con l'accumulazione e l'accumulazione da molte parti si trasforma necessariamente in un'accumulazione da una parte sola. La concorrenza tra capitali aumenta l'accumulazione tra capitali. L'accumulazione, che sotto il dominio della proprietà privata è una concentrazione del capitale in poche mani, è in generale una conseguenza necessaria, quando i capitali vengono abbandonati al loro corso naturale e quando con la concorrenza questa destinazione naturale dei capitale si apre finalmente una via sufficientemente libera. […] l'accumulazione del grande capitale è molto più rapida di quella del piccolo. Ma continuiamo a seguirne l'ulteriore svolgimento. Con l'accrescimento dei capitali diminuiscono attraverso la concorrenza i profitti dei capitali. E quindi chi soffre per primo è il piccolo capitalista. […] Il piccolo capitalista ha quindi la scelta:
1) o di mangiarsi il suo capitale, dal momento che non può più vivere di interessi, e quindi di cessare d'essere capitalista; oppure 2) di intraprendere anch'egli un qualche affare, di vendere le sue merci più a buon mercato e di comprare più caro del capitalista più ricco, di pagare un salario superiore; e quindi, essendo il prezzo del mercato già assai basso a causa dell'intensa concorrenza posta per ipotesi, di rovinarsi. Se, invece, il grande capitalista vuol rimuovere il più piccolo, ha di fronte a lui tutti i vantaggi che il capitalista in quanto tale ha di fronte all'operaio. I profitti minori gli vengono compensati dalla maggior quantità di capitale impiegato, ed egli può sopportare anche perdite momentanee sino a che il capitalista più piccolo sia andato in rovina ed egli si veda liberato dalla sua concorrenza. In tal modo il grande capitalista accumula per sé i profitti del piccolo. Inoltre: il grande capitalista compra sempre più a buon mercato che il piccolo, perché compra le merci in maggiori quantità. Quindi può vendere a prezzo migliore senza rimetterci.
[…] “Quanto più aumentano la ricchezza, l'industria e la popolazione, tanto più diminuisce l'interesse del denaro, e quindi il profitto del capitalista; ma ciononostante i capitali aumentano e ancor più rapidamente di prima ad onta della diminuzione dei profitti... Un grande capitale, per quanto piccoli siano i suoi profitti, aumenta in generale assai più rapidamente che non un piccolo capitale con grandi profitti. Il denaro fa denaro, dice il proverbio”. Se dunque ad un grande capitale stanno di fronte ormai capitali minimi con piccoli profitti, come accade nella situazione sopra ipotizzata di intensa concorrenza, questi finiscono per essere completamente schiacciati da quello. In questa situazione di concorrenza poi la conseguenza necessaria è il peggioramento generale delle merci, l'adulterazione, la produzione apparente, e l'avvelenamento d'ogni cosa, come è dato di vedere nelle grandi città».
(Karl Marx, dai Manoscritti Economico-Filosofici)
In regime di concorrenza (che è il modo di funzionamento del capitalismo nella sua prima fase storica), per aumentare la produttività si tende ad usare mezzi di produzione sempre più tecnologici. L’inserimento di macchine sempre più tecnologiche porta all’aumento della composizione organica di capitale (aumenta il capitale costante investito rispetto a quello variabile). Questo implica la necessità di aumentare le dimensioni dell’azienda e dei capitali investiti. Per effetto della concorrenza si realizza quindi la concentrazione di capitale nelle mani dei grandi imprenditori che espellono i piccoli dal mercato o dei piccoli che si uniscono in processi di Merger&Acquisition (fusione e acquisizione) per evitare di essere espulsi dal mercato. Le fusioni permettono di disporre di un capitale maggiore e anche di realizzare risparmi sui costi fissi (si assiste a razionalizzazioni della struttura delle aziende coinvolte, che eliminano i doppioni). Si può notare come la concentrazione di capitali sia maggiore nei settori industriali in cui è maggiore la composizione organica del capitale (cioè dove i mezzi di produzione sono più costosi). Un’altra leva per la centralizzazione dei capitali è il sistema del credito tramite cui le banche rastrellano il risparmio sociale per fornire agli imprenditori i capitali necessari. La centralizzazione dei capitali crea i monopoli. A causa della concorrenza la parte più debole della borghesia viene espulsa dal mercato e si proletarizza, mentre il capitale si concentra nelle mani di un gruppo sempre più ristretto di borghesi. Questo è il meccanismo secondo il quale la concorrenza si trasforma nel suo contrario, cioè nel monopolio (questo accade già sul finire del XIX secolo). Quando un settore è monopolizzato accade che i prezzi non calano anche se cala il valore delle merci.

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