07 Febbraio 2023

F.05. LO SFRUTTAMENTO DEI LAVORATORI

«Chi sfrutta i lavoratori non s'arresta fino a che rimane un muscolo, un nervo, una goccia di sangue da sfruttare». (Friedrich Engels, da La posizione della classe operaia)
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Bisogna quindi indagare sull’origine del plusvalore (pv = D’-D). Questo non nasce da un ingiustificato aumento di prezzo della merce (venduta ad un valore maggiore di quello reale), ma dall’uso di una merce speciale in grado di produrre più valore di quanto costi. Questa particolare merce è la forza-lavoro (capacità di produrre lavoro). Per i propri fini l’ideologia borghese tende a creare una gran confusione tra il concetto di forza-lavoro ed il lavoro stesso. È molto utile quindi chiarire le cose: la forza-lavoro indica la capacità (fisica ed intellettuale) di lavorare (produrre merci). Il capitalista non compra lavoro (come vuole lasciarci intendere), ma compra la generica capacità di lavoro (forza-lavoro). La produzione capitalistica rappresenta i lavoratori “liberi”: in realtà la differenza dalla schiavitù è che la vendita della forza-lavoro non avviene in un’unica soluzione ma in porzioni temporali per volta in cambio di un salario. Il capitalista si appropria dunque di lavoro astratto (generica capacità di lavoro) e non di lavoro concreto (già oggettivato in una merce). Apparentemente il capitalista paga quanto corrisponde al lavoro del salariato, ma in realtà retribuisce solo l’uso delle sue capacità di lavoro per un tempo determinato durante il quale ciò che viene prodotto non è affare dell’operaio ma del padrone. La giornata lavorativa si compone di una parte in cui l’operaio lavora per sé (lavoro necessario per il proprio mantenimento) e in una parte (pluslavoro) in cui lavora gratuitamente (infatti, viene pagato solo per la prima parte) per il suo padrone. Quando il lavoratore produce un valore corrispondente al salario, continua a produrre per il capitalista, producendo il plusvalore di cui il capitalista si appropria. Pur essendo prodotto dal lavoratore, il plusvalore è di proprietà del capitalista. L’origine del plusvalore è nel lavoro gratuito prestato dall’operaio. Se nei modi di produzione precedenti al capitalismo era chiaro che il lavoratore non lavorasse per sé stesso, nel capitalismo l’apparenza è che il salario paghi tutta la giornata lavorativa e che sia il prezzo del lavoro. Sembrerebbe che il rapporto tra capitale e lavoro salariato implichi uno scambio tra equivalenti (lavoro svolto contro salario percepito), ma se il capitalista pagasse l’intero lavoro svolto, non esisterebbe il plusvalore (e quindi il capitale). Il rapporto di produzione tra capitale e lavoro non è basato sullo scambio di un prodotto con del denaro, ma sullo scambio di capitale (sottoforma di salario) con la forza-lavoro. Qui risiede la divisione nelle due classi fondamentali della borghesia capitalista e dei proletari, ossia l’essenza dello sfruttamento capitalistico del salariato. La vendita della forza-lavoro ci porta al concetto di alienazione (termine che fa riferimento a qualcosa che è fuori da una comunità e ad un allontanamento). L’alienazione nel capitalismo nasce dalla frattura tra il produttore e il proprio prodotto. L’operaio è infatti alienato dal prodotto del suo lavoro, in quanto quel prodotto appartiene al capitalista. L’operaio è alienato dalla propria attività (non produce per sé stesso, ma per un altro) e il suo lavoro non è libero come quello dell'artigiano né fantasioso, ma costrittivo: si svolge infatti in un determinato periodo di tempo, stabilito da altri. L'operaio è alienato dalla sua stessa essenza, poiché il suo non è un lavoro costruttivo, libero e universale, bensì forzato, ripetitivo e unilaterale. L'operaio è alienato dal suo prossimo, cioè dal capitalista, che lo tratta come un mezzo da sfruttare per incrementare il profitto, fatto che determina un rapporto conflittuale. Da un punto di vista più ampio l'economia capitalistica traduce il rapporto tra le persone in modi di sfruttamento. Questa alienazione nel capitalismo non è evidente come ad esempio nel sistema feudale della corvée, in cui il servo ha ben chiaro quando sta lavorando per sé e quando solo per il padrone. Caratteristica del genere umano è il lavoro, che lo differenzia dall'animale, e gli consente di istituire un rapporto con la natura attraverso cui si appropria della natura stessa. Il lavoro in fabbrica viene ridotto a mera sopravvivenza individuale; non è quindi espressione positiva della natura umana. In fabbrica si perde la dimensione della comunità. Si parla così di alienazione della sua essenza sociale. A fronte di una tale disumanizzazione prodotta dal capitalismo, il vero obiettivo dei comunisti non può essere il semplice aumento salariale o un generico addolcimento della vita, ma, dato che la proprietà privata è l'espressione della vita umana alienata, la sua soppressione e dei rapporti sociali che la generano e la tutelano diventa il fondamento per la soppressione di qualsiasi alienazione. Il comunismo è l'eliminazione dell'alienazione, quindi della proprietà privata, operazione che coincide con il recupero di tutte le facoltà umane e la liberazione dell'essenza umana. È l'esito verso cui procede lo sviluppo storico.
La forza-lavoro è una merce particolare capace di produrre più valore di quanto ne possiede ed il plusvalore è la differenza tra il valore prodotto e il costo della forza-lavoro. Abbiamo visto anche che il capitalista intasca legalmente questo plusvalore (pur essendo un’estorsione del valore prodotto dall’operaio) perché il proletario è costretto a firmare un contratto in cui vende la forza-lavoro per un prezzo (salario) minore del valore che la sua forza-lavoro è in grado di produrre. Qual è allora il prezzo della forza-lavoro? La forza-lavoro è una merce come tutte le altre e il suo prezzo è determinato secondo le stesse leggi delle altre merci. Come ogni merce, la forza-lavoro vale tanto quanto il lavoro necessario a produrla: per produrre forza-lavoro serve che il proletario sia in grado giorno dopo giorno di poter lavorare. Il valore della forza-lavoro non è altro che la somma delle spese di mantenimento (sussistenza e riproduzione) dell’operaio e della sua famiglia (prezzo del cibo, vestiti, abitazione, formazione professionale e tutto il minimo necessario che occorre al lavoratore per mantenere la propria forza-lavoro). L’operaio, perciò, in linea di principio non riceverà più del minimo necessario. Tra l’altro si può osservare che alla borghesia non interessa la vita del singolo operaio (e della sua famiglia): si accontenta di impedire l’estinzione della classe operaia, perciò i padroni non si faranno scrupoli a licenziare un operaio costoso per assumerne uno più economico. Il salario può assumere due forme principali: a tempo o a cottimo. Il salario a tempo viene corrisposto in base ad una certa quantità di tempo di lavoro (giornaliero, settimanale o mensile). Il prezzo dell’ora lavorativa (prezzo del lavoro) si calcola dividendo il salario giornaliero per le ore lavorative. Per valutare l’entità del salario bisogna riferirsi al salario orario. Il salario a cottimo è corrisposto in base ai pezzi consegnati. Laddove la legge impone limiti orari alla giornata lavorativa, il capitalista usa il sistema del salario a cottimo per sfruttare al massimo e intensificare il lavoro. Questa tipologia si adatta ad una forma di lavoro cosiddetto autonomo e dei prestatori d’opera (come l’attuale esercito delle partite Iva). Nel caso del salario a cottimo, ogni scusa è buona al capitalista per pagare meno l’operaio; in questo caso il capitalista paga un ‘tot’ a capo all’operaio principale (capo-gruppo) e sta a quest’ultimo valutare di quanti operai aiutanti ha bisogno e quanto pagarli (con questo sistema lo sfruttamento tra capitalista e lavoratore si trasforma in sfruttamento del lavoratore sul lavoratore). Questo meccanismo tende a sviluppare uno spirito individualista e quindi un’intensificazione della concorrenza tra operai, creando uno strato intermedio detto “aristocrazia operaia”. Con questo sistema l’operaio si illude di vendere al capitalista il prodotto finito (ha l’impressione che il salario paghi il lavoro), mentre quello che continua a vendere è sempre e solo la propria forza-lavoro.
Concedendoci una piccola digressione, vogliamo sottolineare un particolare circa l’inflazione. La borghesia si oppone all’aumento dei salari perché, secondo la sua ideologia, questo porterebbe all’inflazione (aumento dei prezzi delle merci). Marx banalmente fa notare che non c’è un rapporto diretto tra l’aumento dei salari e l’inflazione: semplicemente se aumentano i salari diminuisce il plusvalore, cioè il guadagno del capitalista. Il valore della forza-lavoro varia da paese a paese e da periodo a periodo. Questo dipende sia dal fatto che i bisogni degli operai sono diversi (storicamente e socialmente determinati), ma anche dalla tendenza a calare del prezzo del “paniere” di beni necessari (come abbiamo visto a proposito della svalorizzazione della merce). Il capitalista acquista forza-lavoro esclusivamente per appropriarsi del plusvalore (e quindi per vivere da parassita), non certo per produrre beni o servizi destinati alla soddisfazione di bisogni, ma solo per produrre merci destinate alla vendita. Parte del plusvalore, infatti, serve al mantenimento del parassita capitalista e la restante parte viene reinvestita nella produzione. La ricchezza (sempre maggiore) dei capitalisti proviene dal lavoro non pagato agli operai e trasformato in proprietà privata della classe borghese che sfrutta il proletariato. Nel modo di produzione capitalistico il processo di produzione si sdoppia in processo di lavorazione e processo di valorizzazione del capitale. Il processo di lavorazione non è rivolto alla produzione di valori d’uso, ma alla valorizzazione del capitale tramite il consumo della merce forza-lavoro. Questa duplicità non è una legge universale, ma è una caratteristica intrinseca del capitalismo (anche se l’ideologia della classe borghese tende ad unificare i due aspetti, dichiarandone l’universalità). Nel capitalismo tutto è trattato come una merce (compresa la forza-lavoro e quindi, in definitiva, anche le persone che sono costrette a venderla). Il rapporto sociale che c’è tra gli uomini (tra le classi sociali) si traveste da rapporto sociale tra cose (merci, appunto).

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