04 Febbraio 2023

F.06. COMPOSIZIONE DI VALORE DEL CAPITALE E DELLA MERCE

«Il patrimonio dell’intera società, che il governo rappresenta, dovrebbe ripianare le perdite subite dai capitalisti privati. Questo genere di comunismo, in cui la reciprocità è assolutamente unilaterale, esercita una certa attrattiva sui capitalisti europei». (Karl Marx)
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Durante la giornata lavorativa (in cui il capitalista consuma il valore d’uso della forza-lavoro acquistata), il proletario compie lavoro necessario (a riprodurre il valore del proprio salario) e pluslavoro (lavoro in più prestato gratuitamente, fonte del plusvalore, che apparterrà al capitalista, in quanto comprando la forza-lavoro, ha diritto al possesso del prodotto della stessa). Indicando con L la quantità di lavoro giornaliera e con V il salario, il capitalista otterrà un plusvalore “pv = L – V”. Definiamo il capitale investito (K) dividendolo tra costante (C, rappresentato dai mezzi di produzione e materie prime, definito anche lavoro morto) e variabile (V, salario, ovvero prezzo della forza-lavoro). Dai nomi dati è evidente che il primo trasferisce (senza cambiare) il proprio valore in quello della merce, mentre il secondo aumenta entrando nel valore della merce (ed è quindi quello che crea plusvalore, grazie alla proprietà della speciale merce forza-lavoro). Nella merce finale vengono trasferiti il valore del capitale costante C e del lavoro L (che a sua volta comprende cioè il salario V e il plusvalore Pv). In formule, definiamo il valore della merce come “M = C + L = C + V + pv = K + pv”. Il plusvalore è quindi l’unica fonte di profitto, l’elemento che permette l’accumulazione di capitale, perciò il capitalista cercherà in tutti i modi di ottenere un plusvalore sempre maggiore. Questa è la radice dello sfruttamento insito nel capitalismo.
È utile chiarire un concetto: quello di lavoratore produttivo. Il lavoratore produttivo è quello che, con la sua attività, produce plusvalore per il capitalista. Questo concetto implica l’esistenza di un rapporto di produzione specifico che vede il lavoratore come strumento immediato della valorizzazione del capitale. Sono quindi lavoratori produttivi coloro che producono merci (ribadiamo che per merce si intende un bene, materiale o immateriale, o un servizio), mentre non lo sono altre figure lavorative, anche se interne ad un’azienda. Queste figure non produttive sono ad esempio funzionari amministrativi, contabili, consulenti, ecc… Queste figure rimangono improduttive anche se vengono svolte autonomamente da aziende dedicate (esternalizzazione). Il fatto che alcune figure lavorative non siano produttive non vuol dire che non siano utili per il capitale, o che non siano sfruttate (anche pesantemente). Lo sfruttamento di questi lavoratori non si basa sulla produzione di plusvalore, ma sul risparmio del plusvalore di cui permettono o facilitano la realizzazione (ad esempio, meno viene pagato un commesso in un negozio, maggiore è la parte di plusvalore che andrà nelle tasche del capitalista). Il capitalista industriale divide il suo plusvalore con altri capitalisti che svolgono funzioni diverse nella produzione sociale (banchieri, capitalisti commerciali, precettori di rendita fondiaria, ecc…).

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