04 Febbraio 2023

F.08. USO CAPITALISTICO DELLE MACCHINE

«É un dato di fatto indubbio che le macchine in sé non sono responsabili di questa “liberazione” degli operai dai mezzi di sussistenza, dal momento che le contraddizioni e gli antagonismi sono inseparabili dall'uso capitalistico delle macchine. Le macchine, considerate in sé, abbreviano il tempo di lavoro mentre, adoprate capitalisticamente, prolungano la giornata lavorativa, poiché le macchine in sé alleviano il lavoro e adoprate capitalisticamente ne aumentano l'intensità, poiché in sè sono una vittoria dell'uomo sulla forza della natura e adoprate capitalisticamente soggiogano l'uomo mediante la forza della natura, poiché in sé aumentano la ricchezza del produttore e usate capitalisticamente lo pauperizzano». (Karl Marx)
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Le macchine utensili e le macchine motrici trasformano la fabbrica in un unico grande automa che rende possibile lo sviluppo della grande industria libera dai limiti della forza muscolare dei lavoratori. Con la grande industria si sviluppano anche i mezzi di comunicazione e di trasporto che permettono la costruzione del mercato mondiale. L’uso capitalistico delle macchine non è orientato ad alleviare le fatiche del lavoratore, ma ad aumentarne lo sfruttamento. Lo scopo finale è infatti aumentare la produttività, quindi far diminuire il valore (e il prezzo) delle merci e dei salari (si tratta in definitiva di un modo per ottenere plusvalore relativo). Le macchine e l’automazione entrano infatti nel processo produttivo per massimizzare lo sfruttamento di forza-lavoro. Nella grande industria non è più l’operaio ad usare il suo attrezzo, ma sono le macchine a servirsi dell’operaio. L’operaio è subordinato alla macchina e ai suoi tempi: nella fabbrica viene creato un regime disciplinare da caserma (imponendo ritmi serrati e punendo con ammende e ritenute sul salario chi non li rispetta). Il potere politico della classe borghese permette ai capitalisti di legiferare arbitrariamente a loro piacimento.
Le macchine, a differenza della forza-lavoro, non producono valore, ma si limitano a cedere alla merce il loro valore (cioè il tempo di lavoro che è stato necessario alla loro produzione). Il valore del macchinario tende a diminuire grazie alla produzione di macchine sempre più economiche attraverso l’uso di altre macchine. Dal momento che la produttività della macchina viene misurata dal numero di operai che sostituisce, la convenienza del suo impiego è legata al risparmio di forza-lavoro, perciò il fattore decisivo per l’introduzione di una macchina nella produzione è la differenza tra il prezzo della macchina e il prezzo (salario) degli operai che sostituisce. Se il salario scende al di sotto del valore della forza-lavoro è superfluo e inutile per il capitalista introdurre macchine. Osserviamo che l’introduzione delle macchine porta ad avere un valore complessivo inferiore (perché gli operai sostituiti producevano plusvalore e la macchina no).
Come cambia la classe operaia in seguito all’introduzione delle macchine? Se prima era necessaria la forza muscolare di uomini adulti, ora è sufficiente una forza fisica minore, come quella di donne e bambini (sottratti allo studio e condannati ad un’intera vita di sfruttamento). Quando abbiamo definito il valore della forza-lavoro, è stato detto che il salario dell’operaio deve essere sufficiente al mantenimento suo e della sua famiglia. Con l’ingresso nella classe operaia delle donne e dei bambini il numero dei lavoratori in famiglia aumenta, perciò questo dà la possibilità al capitalista di ridurre ulteriormente per l’ennesima volta i salari. Il padrone, infatti, adesso può sfruttare la forza-lavoro di un’intera famiglia pagandola all’incirca lo stesso salario che prima era corrisposto per il solo maschio adulto. Se prima l’operaio era costretto a vendere la propria forza-lavoro, adesso è costretto a vendere anche quella di tutta la sua famiglia.
L’uso delle macchine determina anche il prolungamento della giornata lavorativa. L’innovazione tecnologica le rende presto obsolete, perciò, per ottimizzare la resa delle macchine, il capitalista le utilizza il più intensamente possibile per ridurne i costi di ammortamento (si abbattono anche i costi fissi generali che vengono ora distribuiti su una massa di tempo lavorato e di prodotto più grandi). I ritmi di lavoro vengono intensificati al massimo e il lavoro viene prolungato fino ad introdurre i turni notturni per mantenere attiva la produzione 24 ore al giorno. Inoltre la diminuzione del valore individuale delle merci prodotte con le nuove macchine al di sotto del loro valore sociale (medio) fa sì che il capitalista cerchi di sfruttare la situazione di vantaggio finché dura. La macchina è il mezzo oggettivo per “mungere” al lavoratore nello stesso tempo una quantità di lavoro più grande. Ciò avviene mediante l’aumento della velocità delle macchine e anche con l’aumento delle macchine che il singolo operaio deve controllare. Con le macchine aumenta il saggio di plusvalore (sfruttamento dei singoli operai), ma diminuisce il loro numero per unità di capitale. Nonostante l’aumento dello sfruttamento, il plusvalore prodotto dagli operai che rimangono non eguaglia quello totale degli operai che lavoravano prima; si determina così la tendenza a compensare la riduzione del numero degli operai con l’aumento della giornata lavorativa (oltre all’aumento di plusvalore relativo aumenta insomma anche quello assoluto). L’allungamento dell’orario di lavoro porta al rallentamento della crescita del rapporto capitale/lavoro (quindi dopo un periodo di corsa all’innovazione tecnologica si assiste ad un uso più intensivo del capitale umano e ad una decelerazione nell’aumento di produttività). Questo conferma quanto l’introduzione della tecnologia sia legata ai livelli salariali e al risparmio di lavoro necessario che permette di realizzare.

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