29 Settembre 2022

10.2. LA MORALE DEL RIVOLUZIONARIO CONTRO LE MORALI DELLA BORGHESIA

Quello che segue è uno scritto di Antonia Bolivar Azurduy80, membro del Partito Comunista Clandestino Colombiano (il corrispettivo politico delle FARC), dalla regione sud-occidentale, datato novembre 2014; è forse più utile di molte altre analisi per capire lo spirito di un popolo e di una lotta che dura da oltre 50 anni:
«Per noi, come rivoluzionari, la morale non è semplicemente un sistema di tradizioni e di valori costruito storicamente, che emerge come cultura attraverso la pratica generalizzata delle persone in un determinato territorio. Infatti, quello della morale è un concetto che diviene astratto se collocato nel contesto colombiano, rendendo evidente che esso è stato modellato sui principi “etici” egemonici occidentali, ossia escludenti per “natura” verso di noi, i colonizzati. Nella nostra realtà, quelle pratiche e valori che si evidenziano all'interno delle differenti classi, settori e attori colombiani che vivono una moralità specifica, contraddistinta chiaramente, vedremo che esistono vari sistemi di valori che sono il prodotto della realtà sociale. Sono moralità che capitano in un paese in guerra, con profonde diseguaglianze sociali, economiche, politiche, culturali e ambientali, immerse nella lotta di classe e sotto il giogo del terrorismo di stato. Aspetti questi che determinano sia la psiche, sia i principi che guidano l'azione sociale di ciascun attore individuale e collettivo della società colombiana, ma che inoltre distinguono e definiscono secondo l'essenza etico-morale di ogni agente sociale. […]
La morale del soldato di leva è la morale del ragazzo ignaro di esser stato reclutato per una guerra che non capisce, né desidera. Vuole mettere fine il prima possibile all'inferno che significa “svolgere il servizio militare” per poter tornare al suo quartiere, in un angolo ma in salvo dall'essere colpito da un proiettile, dall'esser colpito dai suoi superiori, dagli abusi e dalle violenze psicologiche finalizzate a condizionarlo contro un nemico che non conosce, né riconosce quando attraversa le strade o marciapiedi. Perché è solo un ragazzo delle città, delle baraccopoli, un espropriato, un uomo costretto ad andare in guerra. Senza diritto all'istruzione o al lavoro, ma obbligato ad essere carne da cannone delle élite che lo condannano alla povertà.
La morale dei soldati professionisti che commettono crimini di guerra, quelli responsabili dei mal definiti “falsi positivi” [civili uccisi dall'esercito e fatti passare per guerriglieri, ndt], è la morale di chi non ha principi etici di fronte a sé o all'umanità, né amore per le persone che ha giurato di difendere. È la morale di chi spera di esibire una perdita nemica, un morto quale che sia, anche innocente, per ottenere benefici economici e un permesso di 72 ore. È la motivazione di un criminale al servizio dello Stato, del mercenario senza patria e senza coscienza di classe, perché sebbene non venga dalle alte sfere della società, non gli importa di uccidere quelli che sono nelle sue stesse condizioni sociali per difendere gli interessi degli sfruttatori.
La morale del sicario, è la morale del bambino, dell'adolescente che non ha imparato a leggere o scrivere, ma che sa che la vita è qualcosa di temporaneo, che ha un prezzo che lui intende riscuotere. È la morale di chi ha disperatamente bisogno del pane sul tavolo, della sua “dose personale” e dell'illusoria scappatoia del denaro che scompare così velocemente come la vita a cui pone fine. È la morale dell'emarginato sociale, che non ha alcuna opportunità, che è una vittima del sistema sotto il controllo dei gendarmi, legali e illegali, a loro volta privati dallo stesso sistema oppressivo e miserabile. È la morale della vittima dell'esclusione sociale che non si cura di farsi carnefice per assicurarsi il suo, anche se nel farlo egli stesso muore.
La morale dell'oligarca, del proprietario terriero, del politico di turno o del potente uomo d'affari. È la morale del ladro dal colletto bianco e dalle mani insanguinate. È la morale di chi non ha mai avuto principi, valori, o quella che chiamano umanità verso gli altri che non hanno il loro status. È la morale della classe dominante che uccide, che si nutre di morti e che grazie a questo rimane nella posizione privilegiata, di chi ammassa una grande fortuna sulle spalle di un popolo sfruttato, insultato, deriso e ipnotizzato che non sa che è a grazie al suo lavoro che i ricchi sono ricchi. Il potere ha la morale del carnefice consumato. Crea e mantiene dei grandi gruppi criminali, come quelli legati al paramilitarismo e al narcotraffico, per avere garantita la sua proprietà privata e l'espropriazione del popolo colombiano. È la morale del sistema capitalista.
La morale del rivoluzionario, del combattente, del militante, è una morale costantemente nutrita da principi come la dignità, la solidarietà e la speranza, ed è ispirata dalla convinzione, dalla abnegazione e dalla lotta. È la morale di chi non pensa prima a se stesso, ma sempre agli interessi collettivi della classe, motivo del suo arruolamento nell'Esercito del Popolo. Di chi non lesina sforzi e si inventa ogni giorno nuove modalità per conquistare una patria bella per tutti gli emarginati, poiché ha scelto di assumersi il dovere storico di resistere alla tirannia, all'ingiustizia e al terrore di una classe criminale e narco-paramilitare che vuole mantenere la sua classe, il suo popolo, sottomesso nel dolore, nell'ignoranza e nell'inquietudine. […] Siamo militanti della dignità, della pace con giustizia sociale. La nostra statura morale è chiaramente lontana dalla definizione che danno le élite dominanti. La morale comunista è un bene imprescindibile, che accresciamo nella pratica del nostro stile di vita. È per questo che non esitiamo e nonostante sia difficile vedere i compagni cadere, grazie al loro esempio di vita militante andiamo avanti senza cedere davanti alla crudezza della guerra. La nostra morale è fariana, indistruttibile e impenetrabile, perché costruita sull'amore, il dolore e la convinzione dalla giustezza del nostro obiettivo, cioè strappare il potere all'oppressore e avviare quelle trasformazioni sociali che esigiamo come popolo. Come si può vedere, non esiste un solo sistema di valori, ma molteplici e diversi che dovranno incontrarsi e dialogare in un paese che attende l'attuazione di un processo di pace stabile e durevole. È vano lo sforzo mediatico di volerci equiparare a criminali o narcotrafficanti, poiché è impossibile sovrapporre due pratiche e sistemi di valori antagonisti tra loro e che in comune hanno unicamente lo scenario in cui si scontrano, quello della guerra. Una guerra imposta dalle élite e fino ad oggi da noi combattuta per la creazione di un paese in pace, con giustizia sociale, di una Patria grande e socialista. Vinceremo».
80. A. Bolivar Azurduy, La morale comunista in un paese in guerra, Mbsuroccidentedecolombia.org-CCDP, 27 novembre 2014.

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