05 Dicembre 2022

03. IL MESSICO AL CONFINE CON L'IMPERO

Per esporre alcuni lineamenti della storia del Messico, il più popoloso paese dell'America centrale, occorre anzitutto ricordare che almeno la metà del suo territorio è stato occupato e annesso dagli USA dal 1845 al 1948, andando a creare 10 nuovi Stati statunitensi: Texas, New Mexico, Arizona, Oklahoma, Kansas, Utah, Nevada, Colorado, Wyoming e California.8 Per analizzare meglio la situazione del paese alla vigilia della Rivoluzione d'Ottobre, rifacciamoci ad un pezzo di Claudio Albertani9:
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«nel corso del 1910, a ridosso del primo centenario dell’indipendenza, il giornalista nordamericano John Kenneth Turner pubblicò una serie di cronache pubblicate poi in un libro alla fine di quello stesso anno: México bárbaro. Inizialmente pubblicato in Inghilterra e poco dopo negli Stati Uniti. Turner non era un reporter qualunque, ma uno stretto collaboratore dei fratelli Flores Magón che lavoravano per una rivoluzione socialista e libertaria dall’esilio, negli USA. Fingendosi un rispettabile uomo d’affari Turner era riuscito a documentare la spaventosa situazione in cui si trovavano i lavoratori sotto il regime del dittatore Porfirio Díaz. Il risultato è una delle opere più devastanti mai scritte su di un paese, e nonostante che in Messico la pubblicazione sia avvenuta molto più tardi, provocò un grosso scandalo. Come i governanti di oggi, Díaz era molto attento alla propria immagine all’estero. Il primo luglio era stato eletto presidente per l’ottava volta grazie a brogli elettorali, e cercava di convincere gli investitori che con il suo partito “Ordine e progresso” - non molto diverso da quello di Felipe Calderon che si chiama “Ordine e legalità” - il Messico si sarebbe trasformato in un prospero paese dove regnavano pace e stabilità sociale. Il tiranno aveva sperperato un’autentica fortuna nei festeggiamenti del Centenario dell’Indipendenza, culminati il 16 settembre con parate militari e cerimonie patriottiche. Voleva mostrare i suoi progressi modernizzatori. Più di venti chilometri di ferrovie, un’ampia rete telegrafica, linee telefoniche, luce elettrica e grandiose opere pubbliche come i fiammanti porti di Veracruz, Coatzacoalcos e Salina Cruz. I ricchi cittadini potevano acquistare costose mercanzie importate dall’Europa e dagli Stati Uniti nei centri commerciali “Il Palazzo di Ferro” e “Il Porto di Liverpool”. Ma Turner rivela l’esistenza di un altro Messico, un Messico feroce, dove imperava una disuguaglianza brutale, senza libertà politica né libertà di parola o di stampa, senza libere elezioni, senza un sistema giudiziario degno di questo nome, senza garanzie individuali e senza libertà per cercare la felicità; un paese dove il potere esecutivo governava grazie alla corruzione e un esercito onnipresente, dove i politici avevano un prezzo e i giudici si vendevano al miglior offerente. Gran parte della popolazione viveva in misere condizioni. Vere macchine divoratrici di vite umane, le fattorie erano diventate il modello dello sfruttamento in campagna. Gli schiavi maya dello Yucatan morivano più rapidamente di quanto nascevano, e i due terzi degli schiavi maquis importati da Sonora morivano nel primo anno dal loro arrivo nella regione. A Valle Nacional (Oaxaca) la situazione era pure peggiore: gli schiavi, eccetto pochi - forse il 5% - morivano entro sette, otto mesi. La situazione non era migliore nelle miniere e nelle fabbriche dove gli operai faticano per dodici o più ore, senza alcuna libertà, men che mai quella di sciopero.
Turner non si limitava a fare l’inventario delle disgrazie nazionali: opinava che la schiavitù, il campesinato, la povertà, l’ignoranza e la generale prostrazione del popolo avevano una causa con nome cognome, si dovevano all’organizzazione economica e politica del paese, una forma di capitalismo particolarmente perversa e dannosa. Il libro concludeva con una profezia: il Messico era una polveriera che stava per scoppiare. La profezia si compì presto; nel 1917 scoppiò la rivoluzione con una violenza senza precedenti. Nel 1910 il paese aveva 15,2 milioni abitanti; nei dieci anni seguenti ci furono almeno un milione di morti (alcune fonti stimano due milioni di morti) e un milione di profughi negli Stati Uniti. Sono cifre terribili, pur in un secolo così caldo come il XX. Con quali risultati? “Un trionfo di carta”, secondo l’espressione di James Cockroft. L’articolo 1 della Costituzione proibiva la schiavitù; il 3 istituiva la scuola primaria pubblica, laica e gratuita; il 27 consacrava il diritto alla terra e permetteva le espropriazioni “per causa di pubblica utilità” aprendo la possibilità legale della restituzione delle comunità indigene; il 123 istituiva la giornata lavorativa di otto ore, il diritto di associazione, di sciopero e la proibizione del lavoro infantile.
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I costituenti sanzionavano la liquidazione del porfiriato e, timorosi di un altro incendio, facevano importanti concessioni ai movimenti popolari. Il sogno magonista di saldare le lotte comunitarie dei contadini indigeni - quegli uomini che “non volevano cambiare e per questo hanno fatto una rivoluzione” - con le lotte degli operai industriali ed entrambe col movimento libertario internazionale è rimasta lettera morta. Presto la rivoluzione si è trasformata nella dittatura di un partito - la più lunga del XX secolo - finendo col ingrossare la lista delle rivoluzioni sconfitte. Il popolo non ha mai dimenticato del tutto i suoi sogni di emancipazione, ecco perché le numerose ribellioni armate che hanno insanguinato il Messico dopo la rivoluzione: il movimento cristero, l’insorgenza jaramillista, il Movimento 23 di settembre, il Partito dei Poveri, l’Unione Popolare, il Fronte Cívico Guerrerense, solo per nominare le più note. Le ultime espressioni di quella che si potrebbe definire la storia del Messico sotterraneo - l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale EZLN, in Chiapas, l’Esercito Popolare Rivoluzionario, EPR, e l’Esercito Rivoluzionario del Popolo Insorgente, ERPI, in quattro o cinque stati della Repubblica - sono una dimostrazione della persistenza di quadri guerriglieri attivi per generazioni e che si collegano alle lotte del presente».
8. W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, cit., pp. 621-622.
9. C. Albertani, Tra guerre civili e resistenze, Rebelion.org-CCDP, 11 ottobre 2010.

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